mercoledì 9 agosto 2017

C'è gente che si è uccisa per molto meno.

E' tornata, la voglia di prendere una corda, legare un cappio e mettermelo al collo. Lasciarmi penzolare nel vuoto. La mia vita ha perso di senso da quando la vecchia amica Follia ha cominciato a camminare di pari passo con me, simile a un'ombra a mezzogiorno.
Ieri sera ho bevuto mezzo litro di vino e ho dato di matto. Poi sono uscita di casa e sono andata da mio padre con l'intenzione di accanirmi sulla sua auto. Ma il signorino era altrove a divertirsi. Non so se il fatto che non riesca a darmi pace dipenda dalla mia immaturità o dal fatto che tutti i miei problemi comportamentali (secondo anche lo Psi) dipendono dalla sua assenza/presenza nociva nella mia vita.
Stamattina mi sono rimessa a letto fino all'una e prima di addormentarmi pensavo a quanto mi sia ormai incamminata su dei binari che mi porteranno a una morte prematura. Peccato, potevo essere davvero una ragazza felice. Potevo essere spigliata, socievole, vanitosa e perfettina. Potevo eccellere nello studio. Potevo diventare molto di più. Se mio padre non mi avesse rovinata.
A 14 anni sono cominciate le cure psicologiche per il mutismo estremo e da allora non si sono più fermate.
A 17 anni sono cominciati i ricoveri.
A 18-19 anni ho cominciato a bere.
E non vedo vie d'uscita in tutta questa situazione stopposa. Credo che dovrei passare un bel periodo lontana dalla realtà virtuale, al tempo mi aveva fatto bene. Perché è così che deve andare: perché il web è la rete nella quale sono rimasta incastrata, intrappolata nella tela del ragno da quando sono diventata un'hikikomori in adolescenza.
Passo giornate solitarie chiusa in un appartamento con la sola compagnia di un computer. Vivo da parassita sulle spalle della mia famiglia. E non riesco a togliermi dalla mente l'idea che il mondo starebbe meglio senza di me.

Levati di mezzo. Servirai molto più da morta che da viva.

P.S. Dopodomani parto per Roma da sola. Vado a trovare un'amica e rimarrò lì da lei per una settimana. La settimana successiva, invece, verrà lei a stare da me. Per un paio di settimane sarò meno presente. Spero solo che non si annoi in mia compagnia.

martedì 8 agosto 2017

Theater of Kiss.



Amo costruire il mio presente nell'eco di un passato già irrecuperabile, e spesso vago come un'ombra, senza necessità e senza scopo, cupo e triste.
- Fëdor Dostoevskij

Ho creduto nel tuo buon cuore tutta la vita, ma non mi sono mai davvero fidata di te. Siamo rimasti incastrati nelle parole che abbiamo detto l'uno all'oscuro dell'altra, non ci siamo mai conosciuti, ma le nostre non-conversazioni e le nostre azioni erano più forti di quelle quattro fesserie che ci dicevamo ogni tanto. Ho odiato quella me stessa malata, ossessiva, confusa e incosciente che ti strisciava ai piedi.
Ricordo come il primo giorno di scuola mi dissero di sedermi proprio accanto a te. Mi offristi dei cioccolatini che rifiutai. Allora non contavi nulla per me. Sarebbe stato meglio se non avessi provato mai un approccio. Non mi sarei innamorata di te, e sarebbe stato meglio, dato che in quel tempo non riuscivo a sostenere il peso di un cuore gravitato dal desiderio.
La gente è cattiva, e io sono così stupida. Ho imparato a camminare guardandomi le scarpe, presa, usata e poi gettata via e bidonata come un fazzoletto sporco, con una risata. Sfruttata e considerata solo come pezzo di carne da trapanare. Nessuno ritiene che io sia buona per qualcosa di più di una scopata. Forse, in fin dei conti, tu, qualunque fossero le tue ragioni, sei stato l'unico ad avere rispetto per il mio cuore.
Questa canzone me l'hai regalata, e col cuore caldo la sento ancora, ma non l'ascolto più. C'era un po' di stanchezza, e un po' di irrisorietà, e un po' di fastidio. E io mi prendo ancora cura di tutto questo. Guardandoti e chiedendoti in mente se ci siamo già detti tutto o se c'è ancora da aggiungere altro.
Quella candela che reggeva la fiamma del mio sentimento non ricambiato si è spenta sulla cera squagliata del divampare della mia follia. In alcuni sogni ti ho baciato, e tu mi hai asciugato le lacrime, adesso non ti sento più da nessuna parte. Ed è così che deve andare.

Leggera, leggera
si bagna la fiamma
rimane la cera
e non ci sei più.



lunedì 7 agosto 2017

The monster.

Vorrei essere solo una ventiquattrenne tormentata dall'anoressia che blatera in tono decadente di quant'è dannata la sua vita, che sa dare vita ai sentimenti con le parole, poeticando di dolore laddove non c'è una sofferenza reale. Invece, mi accorgo che per quanto mi riguarda tutto lo schifo, e il dolore, e la rabbia cieca e l'umiliazione che provo si esauriscono nelle quattro parole che le definiscono essenzialmente. Non ho voglia - ecco, forse non ho più voglia - di stare a cercare le parole migliori da dire. Potrei parlare del perché stasera vorrei spellarmi viva e buttarmi nell'olio bollente, ma non credo sia la scelta più proficua.
Un mostro mi rosicchia le viscere sporcandosi i denti aguzzi del mio sangue e consumandomi lentamente, inesorabilmente le carni.
Io, col mondo, dopo tutto quello che ho ricevuto, dovrei aver già chiuso.

fate venire giù tutto il buio del mondo e andate all'inferno.

sabato 5 agosto 2017

Rievocando pensieri che ad una più attenta analisi potrebbero rivelarsi dolorosi.


Can you find me space
inside your
bleeding heart?
Mi innamoro continuamente. Delle anime belle. Delle persone buone. Delle persone sole. Di quelli che hanno perso la speranza. Di quelli che credono non potranno avere mai nessuna chance. Di quelli che credono di avere qualcosa che non va. Mi innamoro di loro perché io sono una di loro. Il punto è che mi trovo sempre un gradino più in basso. Finisco per essere ferita, abbandonata e umiliata, prima di capire che nessuno ha bisogno della mia compagnia.
6 dicembre 2012 
Credo che sia una questione di scorrettezza personale, un po' di vigliaccheria, anche. Mi avvicino a gente che ritengo bisognosa del mio aiuto non solo perché soffro della classica sindrome da crocerossina come altre milioni di donne. Penso piuttosto - e penso anche che sia umano da parte mia - che donare altruismo e vicinanza a persone "svantaggiate" (necessariamente quanto o più di me) mi renda, col minimo sforzo, speciale ai loro occhi.
Inoltre mi consentirebbe di provare a sperimentarmi su un terreno sicuro che scongiuri la possibilità che io venga snobbata, rifiutata, respinta e abbandonata, come succede sempre. E non c'è da biasimarmi, per questo: sono solo una povera Crista che cerca di sopravvivere come meglio può. Se l'acqua tonica non è disponibile, ci si abitua - o piuttosto ci si forza ad abituarsi - all'acqua e limone.

1. Sulle esperienze folli in tutti i sensi

Nei miei viaggi ho trovato una persona per la quale penserei (ma non ci metterei la mano sul fuoco) di essere diventata un ricordo fisso, di quelli che rievochi con nostalgia - un po' come è successo fra C. e me. Adesso dirò qualcosa di cui proverò rimorso: ho visitato più di un'ospedale psichiatrico nella mia vita. I webeti mi daranno della fuori di testa solo per questo. In realtà, non è per via del mio decorso psichiatrico che non sono normale. Non lo sono per molti altri motivi, che esulano da quante volte sia stata ricoverata o da quante medicine abbia preso. Ma non dovete avere paura di me, perché sono la creatura più insignificante e innocua della Terra. E' come aver timore di una formichina. Fa schifo, ma non può farti alcun male. E' necessario rompere i luoghi comuni in merito alla malattia mentale. Non tutti i "pazzi" urlano come dannati e alzano le mani a cazzo. Soprattutto, poi, io non ho una vera e propria malattia come la schizofrenia o il DOC. Soffro di un disturbo dell'umore (ciclotimia) corredato da accenni di disturbo schizoemotivo (la parola può spaventare, in realtà è semplicemente un'inclinazione caratteriale alla chiusura, alla solitudine e alla sociofobia).
Tutto questo, mi pentirò di averlo detto.
Mi trovavo ad Enna, a qualche km di distanza dal grande e bel vulcano della mia isola, e per due settimane - durante le quali in realtà ne ho combinate di ogni - sono stata chiusa in una cella di reparto psichiatrico per assestare la terapia farmacologica. Là ho fatto la conoscenza di un ragazzo sulla trentina. Non era propriamente bello, anche se era molto alto (lo davo sull'1,85-1,90) e molto magro. Esattamente come C. Era patologicamente chiuso in sé stesso. Passava il tempo vagando per le varie stanze mormorando parole che non ho mai percepito e sembrava matto il triplo di quelli che stavano nel reparto. Mi ero fatta degli 'amici' lì e un fidanzato 'temporaneo', anch'esso poco attraente se non per gli occhi e capelli chiari. Nonostante questo, spiavo con curiosità quel concentrato umano di isolamento e alienazione, chiedendomi come fosse passare giornate intere senza nemmeno guardare in faccia nessuno.
Trovavo una bella cosa avvicinarmici e lo feci. Non certo perché speravo in una storia (non c'erano le condizioni, in ogni caso) ma perché sono attratta a 360 gradi dalla sofferenza, peggio di un'ape col miele. Vorrei capirla ed essere d'aiuto.
Chiaramente lui non si aprì mai completamente con me, ma in qualche modo sentii di essermi aperta un varco nel suo cuore. Non c'era una vera comunicazione perché lui era nelle condizioni in cui era, però sono riuscita a regalargli un libro: Ragazzo negro di Richard Wright. (In seguito, un altro che inizialmente ci provava con me, me ne avrebbe regalata una copia nuova, in differente sede. Inizialmente, perché una volta che lo sentii troppo vicino feci di tutto per allontanarlo, anche se anche a me piaceva).
Il ragazzo in questione (forse soffriva di schizofrenia, o forse era autistico) interpretò i miei tentativi di avvicinarlo per - mi faccio pena a dirlo, ma va detto - compassione come tentativi di approccio sentimentale. Spesso mi guardava con rabbia, oppure fingeva di non vedermi per tutto il giorno, rifiutando i miei tentativi di far conversazione. A un certo punto mi venne da pensare che mi odiasse e lo lasciai perdere. Una volta però, mi vide baciare il fidanzato-fantoccio e in volto rimase sconvolto.
Quando se ne andò mi salutò con tranquillità. I suoi genitori non mi degnarono di grande attenzione, chiaramente essendosi chiesti che accidenti volevo da loro figlio.

2. Conclusioni

Dopo questo aneddoto, faccio un confronto fra passato e presente: sono rimasta col sogno romantico di innamorarmi di una persona con delle ferite nel cuore. Mi rendo conto che questo allargherebbe il campo a tutti gli uomini del pianeta; in realtà intendo ferite importanti nel cuore.
Se io trovassi una persona sconfitta su tutta la linea, e da tutta la vita, come me, sarebbe un colpo di fulmine. Per le ragioni che ho illustrato all'inizio del post.
Dell'aspetto fisico mi importerebbe solo relativamente. Rimango (forse ingenuamente) convinta che a contare nello scoccare della scintilla sia il cuore.


venerdì 4 agosto 2017

Altri giorni da perdere.

Non è giusto - non è leale da parte della vita che io debba vivere perennemente in questo stato di t-errore, incastrata in questa vecchia e stretta e logora tuta da pagliaccio da circo. Vengo a patti con la vita: io ti do la mia felicità, tu mi darai l'impressione (anche solo momentanea) che io non sia una mediocre. E' probabilmente questo che tormenta me e molte altre persone. L'idea di dover per forza diventare qualcuno. Essere qualcosa. Brillare. Ma io mi comporto come la luna col sole. Non ho in mio possesso nulla che mi renda fiera di me stessa.
Sarebbe tutto molto più facile se potessi confondermi nell'anonimato e fare le cose che fanno tutti. Il punto è che nella vita devi realizzarti oppure devi realizzare qualcosa. E io mi trovo incapace di adempiere all'uno e all'altro progetto. Quanto visceralmente e profondamente devo odiare me stessa per essermi ridotta in questo stato? Non lo vedi, tu, la miseria in cui vivo, e soffoco, la merda nella quale sguazzo, di cui mi ingozzo, fino a rendermi fetida, putrida, insopportabile ai sensi? Ho guardato in alto dalla zona morta in cui mi trovo. Non c'è un soffitto. Come posso arrampicarmi in una stanza di specchi?
Nessuno riceve niente né per il bene né per il male. Ecco perché io assorbo tutto questo non avendone colpa.
Potrei - avendola - scandagliare la mia immaginazione e vivere come l'uomo delle Notti Bianche, a tu per tu col mio cervello, ogni minuto di ogni giorno. E quando mi racconto la minchiata che mi piacerebbe vivere tutta la vita sola, mento. Illudendomi di dir la verità. E' solo la via più breve. Qualunque essere umano sceglie sempre quella.
Nel frattempo penso che le zanzarine sono animaletti facili da schiacciare, però rompono le palle parecchio e alla lunga possono anche trasmetterti malattie infettive.
Le mie, di zanzarine, mi perseguitano dacché mi hanno estratta da un taglio nella pancia di mia madre e ho cominciato a piangere la prima volta, accecata dalla luce. Adesso sono un bozzolo di ematomi.
Due occhi intristiti e poi giù per un corpo informe. Posso mettere fine a questo supplizio in qualunque momento. Posso morire - metaforicamente e corporalmente - ma la morte non mi interessa. E nemmeno la vita.
Non so dire se sono triste o furiosa. Forse un mix di entrambe le cose.
E di sfondo c'è un muro bianco, il simbolo di una vita vissuta al bagliore lunare delle mie non-esperienze. Quelle che non contano.
Potrei - avendone le doti - scrivere del mio dolore senza risultare patetica o banale. Dando raffinatezza al vuoto. Potrei parlare per metafore, dare vita a post che non finirei mai di rileggere, vantandomi con una piccola porzione di mondo di un dono del Cielo che il Cielo non ha però voluto donarmi.
Così rimango qui a piangere per il fatto di non essere mai abbastanza, quando non per gli altri (ed è raro), per me stessa. Ascolto il mio silenzio interiore senza capirlo e senza saperne dare un'immagine. Potrei studiare, trovarmi un lavoro, trovarmi un compagno, andare a ballare, andare al mare. Divertirmi. Mettere su famiglia.
Ma non è questa la vita che ho scelto.


martedì 1 agosto 2017

Depressione serale.

Sono triste, arrabbiata e confusa. Certi momenti mi guardo dall'esterno, mi guardo vivere, vedo solo una ragazza che si azzuffa con sé stessa, preda di momenti di grande irascibilità che si alternano ad altri di tranquillità e serenità scema. Il tutto senza una ragione valida a sostegno. Non sono lucida. Non vivo con la ragionevolezza delle persone normali. Certi giorni mi è impossibile fare qualcosa di produttivo. Non che io faccia molto di produttivo - eppure, mi sono sentita tanto bene quando c'ho provato. Mi sono sentita di colpo viva per una ragione, che vuol dire tutto o nulla; se non altro, ho sentito di essere nella stessa barca delle altre persone, questo sì -, ma ci sono giornate in cui proprio mi costringo ad oltranza a scavare fino a sradicarmi le unghia per raggiungere il fondo (che non esiste) di questo pozzo di angoscia, trascuratezza, follia. Non ho la ricetta adatta per vivere in maniera sana. Non so come devo svegliarmi, cosa devo fare per cominciare, ciò da cui devo assolutamente tenermi lontana. I pensieri che devo formulare e quelli che non devono nemmeno accarezzarmi la mente. Non sto dicendo proprio tutta la verità. In realtà so che basta compiere un solo gesto per salvarmi in parte dalla depressione - e il resto verrà da sé, rotolando giù per una ripida discesa. Il problema è l'autodistruttività che mi attanaglia. La ribellione. La cocciutaggine. La rabbia masochistica. Quella che mi impedisce di agire per essere felice. Sono così per mia libera scelta. Per accontentare mia madre e salvare la facciata fingo di avere progetti in porto. Assecondando le mie più profonde inclinazioni (malate) odio me stessa e il resto, il mondo si tinge di nero e rosso e sprofondo nell'accidia più oscura. Ho una quantità incredibile di energie. Ma le rivolgo verso l'interno. Mi manca essere innamorata - ma il muscolo cardiaco ha dato tutto quello che c'era da dare tempo fa. Non amerò più nessuno e me ne convinco sempre di più man mano che passano gli anni. La cosa triste è che anche la prima volta sono stata solo beffata e sfruttata per vili intenti. Una soddisfazione? Una sola. Momenti come questi vorrei strapparmi la carne dalle ossa. Tornare ad autolesionarmi come facevo tempo fa. Provocarmi una ferita mortale. Con i polsi cicciotti aperti alla morte. Con un oceano di lacrime rosse a versarsi dai tagli. E ancora, con la gente sono la stessa povera scema che se pecca di freddezza se ne pente. E cerca di riparare con la gentilezza. Essendo poi ripagata con la freddezza.
Fermate la giostra. Rompete la gabbia. Lasciatemi.
Lasciatemi.andare.

p.s. Ho cancellato il post precedente in seguito a una rilettura più attenta che mi ha anche portato a notarne le falle. Senza contare che simili sfoghi non mi rendono giustizia.


lunedì 31 luglio 2017

Una vita da bruco (obesofobia).

La città è un deserto rovente. Fino alle cinque sembrava di essere alle tre. E' l'estate più torrida degli ultimi cento anni.

Sono uscita, e uscendo ho realizzato di essere più che mai vittima, oggi, della stessa crudele sorte che mi ha sempre voluta goffa e inadeguata. Brutto anatroccolo in mezzo a una nidata di belle paperelle. Al momento sono il non plus ultra della bruttezza e della trascuratezza, nell'aspetto e nel vestiario. Io e la mia scarsa avvenenza abbiamo avuto da scontrarci muso a muso più di una volta - oserei dire che lo facciamo continuamente -, e certe volte mi consolo dicendomi che pur essendo di un'obesità imbarazzante ho alcuni tratti del viso che rimangono punti di forza, che non sono così male: la forma degli occhi, poi le labbra. Il naso rovina per benino tutto: di fronte sembra solo un po' rotondeggiante, di profilo è un orrore. Esiste la chirurgia estetica, ed esiste anche la fissazione maniacale a non farne ricorso per non tradire il proprio orgoglio che tuona: sono troppo superiore per abbassarmi a simili vanità.
La cugyna appena rimpatriata da Bologna mi ha portato, come da me chiesto, alcune maglie usate che lei non mette più. Loro vanno bene, è il corpo che vanno a coprire che provoca ribrezzo.

Buttereste giù l'uomo grasso? Vi trovate su un cavalcavia. Sotto di voi ci sono i binari di un treno, ai quali sono legate quattro persone (normopeso). Il treno sta per arrivare e inevitabilmente li schiaccerà. Sul cavalcavia accanto a voi c'è un uomo obeso. Potreste buttarlo giù e scongiurare la tragedia: col suo peso, fermerebbe l'avanzata del treno. Lo fareste? Chiaramente sareste più propensi a farlo con lui che con una persona magra.
Queste ultime righe non sono frutto di una mia riflessione, ma di quella di David Edmonds, professore di etica all'università di Oxford. Ho trovato il suo saggio googlando sull'obesofobia, cioè a dire la paura della gente obesa. Un tipo di discriminazione che non differisce molto da quella razziale. Le persone che soffrono di obesofobia sostengono che una persona grassa debba inderogabilmente dimagrire, adducendo la scusa che le persone grasse (obese) devono perdere peso per una questione di salute. In realtà, appunto, non è che una scusa per l'odio e il disprezzo che provano nei confronti di chi è oversize: ad oggi non ci sono dati inoppugnabili che dimostrino che una persona sovrappeso (lasciamo per un attimo da parte gli obesi patologici come la sottoscritta) sia più esposta a malattie metaboliche e cardiovascolari rispetto a una normopeso o sottopeso. Anzi, sembrerebbe proprio - in base a un articolo di medicina trovato sempre sul web - che secondo le statistiche sia vero il contrario: che siano le persone normopeso o sottopeso ad essere più a rischio di mortalità precoce, mentre le persone con un IMC superiore a 25 e inferiore a 30 si troverebbero nella condizione ideale. Dunque, qual è l'urgenza, per una di 1,56 per 65 kg, di perdere per forza peso fino a trascinarsi negli abissi più oscuri della bulimia e dell'ossessione per le calorie e il peso corporeo? Assolutamente nessuno, almeno in teoria.

Ciò non toglie che ai tempi dei 65 - diciamo l'estate scorsa - ero in crisi depressiva per i 13 chili di ciccia orrida che avevo messo su per essermi lasciata andare, ingozzandomi di cibo e alcolici e abbandonando, dietro la paraculata del voler guarire, le pratiche bulimiche. In realtà, a vomitare non ce la facevo proprio più. Non avrei mai immaginato che mi sarei spinta tanto oltre col peso corporeo, comunque.

Ieri sera ho cenato con due involtini primavera comprati al discount. Un tipo di cibo che mi è sempre piaciuto, il problema era l'olio di cui era cosparso e intriso. 160 calorie a pezzo. 320 calorie di puro grasso. E stamattina mi son svegliata con 6 hg in più di ieri: 88,8 kg per la miseria di meno di 1 metro e 60. Pare proprio che la dicitura obesità di secondo grado mi si addica.

Se chi sta leggendo questo post ne ha letti anche altri saprà che ho in programma un by-pass gastrico. Per i primi del 2018 - mi hanno dato un appuntamento per una visita di controllo il 12 settembre, ma per l'intervento ci vorranno minimo tre mesi. I requisiti ci sono quasi tutti: IMC superiore a 30, e patologie cardiache annesse... Ma non so se il fatto che sono obesa da relativamente poco (da gennaio del 2017) possa ostacolarmi, visto e considerato che in genere a sottoporsi l'intervento sono pazienti con una storia di obesità di minimo cinque anni alle spalle (cinque anni non sono sette mesi, e per di più, io, prima d'adesso, non sono mai stata un'obesa nemmeno di primo grado, pur avendo sofferto di sovrappeso in passato).
L'intervento non mi spaventa. Non solo perché mi mantengo cicciona in maniera comunque ancora ragionevole - se pesassi solo dieci chili in più la situazione sarebbe di già molto diversa -, dunque, essendoci relativamente poco grasso, non sarebbe molto rischioso; ma anche perché sono disposta a mettere a repentaglio la vita pur di porre fine a questo dilaniante conflitto, fra mangiare-nonmangiare, avere fame e forzarsi a digiunare oppure essere depressi e nervosi e dare fondo al frigorifero, ingrassare e dimagrire, dimagrire e poi reingrassare. Mi sono sfracellata le ballottole di tutto questo.

E, sebbene abbia un atteggiamento più sereno riguardo le discriminazioni a cui sono soggetta per l'enorme ammontare del mio peso corporeo (vedi su) (della serie: gente che nemmeno ti guarda in faccia; gente che è sgarbata con te anche se nemmeno la conosci; gente gioiosamente idiota che ti prende per il culo per la strada; gente che ti guarda sogghignando; gente che ti tratta con freddezza mentre dovrebbe aiutarti con affabilità a scegliere un capo d'abbigliamento), cioè ho imparato a dire "pazienza" e a guardare avanti, c'è qualcosa che assolutamente non posso vincere: la tristezza che mi assale ogni volta  per il confronto con lo specchio (o con qualunque superficie riflettente, piccola e grande).
Non accetterò mai quel cotechino strizzato da reggiseno e slip che è il mio corpo, non vorrò mai adattarmi a vivere con questi rotoli di ciccia dappertutto.

Il corpo: una prigione di carne con cui mi muovo quotidianamente. Un cappotto di ciccia che mi si è attaccato come una zecca alle ossa - le mie ossa, affondate in questo enorme ammontare di lipidi che rende i miei contorni confusi e indefiniti. Le forme armoniche di un tempo, quelle dei 59 kg di cui già all'epoca mi lamentavo, depressa, perché 6-7 kg in più per me erano uno sconvolgimento radicale, perché ancora non sapevo neanche cosa significasse essere veramente grassi, sono ancora qui, sotto questo ammontare di ciccia repellente che mi rende simile all'omino Michelin: basta solo limare, limare, limare, fino a riesumarle. 
Il tempo e la tenacia faranno il loro lavoro. 

Quindi, io e te, Skinny: finché tentazione non ci separi.