mercoledì 20 settembre 2017

Fear of the water.

14 giorni di dieta e sono riuscita a perdere solo 1,9 kg.
E' da circa una settimana che sono stabile col peso.
Proprio quando mi manca tanto così dal fare il passo decisivo che mi porterà a superare quei dannati due chili, ecco che mi viene in testa di mangiare qualcosa che possa sminchiare tutto.
Non so se dipenda dalla mia paura di dimagrire.
Oggi ho dormito un po' di più, svegliandomi alle dieci meno un quarto, e ho assunto circa 260 calorie di colazione. A pranzo mia madre porta torta salata, un'arancina e melanzane ripiene. Mangio torta salata e melanzane, poi vomito la torta salata. Poi mangio l'arancina. Me la tengo. Poi mi peso, dopo un'ora e mezza. Il peso è salito di un kg. Disperata, tento stupidamente di vomitare nonostante il tempo trascorso. Il peso scende dopo il vomito di 300 grammi. Ma non è sufficiente.
Non trovo la concentrazione per studiare, non mi rilasso. E ho paura dell'acqua. Ho paura di bere dell'acqua anche se ho sete perché se lo faccio il peso sulla bilancia salirà. Per me, quel che dice la bilancia è la cosa più importante.
Sono stanca. Voglio dormire. Non so come cavarmi fuori da questa situazione. Vorrei essere pazza, per non sentire più connessione col presente, per non entrarci a contatto. Per non soffrire.

domenica 17 settembre 2017

L'esito degli esami del sangue.

In sintesi:
1) glicemia bassa (69 mg/dL; non proprio ipoglicemia, secondo alcuni, ma quasi);
2) trigliceridi bassi - che vuol dire fegato quasi partito;
3) insulina 0,8 quando il valore normale va da 6 a 27.
L'ultimo punto vuol dire diabete quasi sicuro, e il tutto significa scompenso metabolico che porta a ingrassare mostruosamente col minimissimo impegno.
Chiaramente non è più un mistero di com'è che in un anno e mezzo ho preso 40 kg pur senza fare tre puntate al McDonald al giorno. Altrettanto chiaramente non potrò più permettermi di bere se non voglio andare incontro a steteosi epatica o a qualcosa di ancora peggio, e se voglio perdere peso. Ho controllato anche il potassio, e stranamente, nonostante ultimamente vomiti qualcosa come due volte al giorno (oggi mi sono abbuffata di porcherie dolciarie e ovviamente ho poi cercato di rimettere; a un certo punto mi sono dovuta fermare per il sapore del sangue e per il gran male all'esofago, che tutt'ora mi dà delle fitte, tralasciando il dolore alle orecchie e all'intero apparato orale) sembra entro i limiti della norma.
Intanto oggi non ho bevuto. Né lo farò domani.
Ma mi sento sola in questa battaglia.

P.S. Domani peserò di più. Chissà di quanto.



Give you what you like?

I can see every tear you've cried
like an ocean in your eyes
All the pain and the scars have left you cold
I can see all the fears you face
through a storm that never goes away
Don’t believe all the lies that you’ve been told

Sono diventata fredda, mi sono sforzata di diventare insensibile, nonostante le remore mi implorassero di fermarmi. Ho pronunciato parole che potevano ferire, al calore ho risposto con una sferzata di gelo, non ho sempre ricambiato la gentilezza con la gentilezza, e ho imparato a trattare la gente con noncuranza.
Menzogne. Ovunque menzogne. Ci sono andate di mezzo le persone buone. Ci sono andata di mezzo io. E quando ho cominciato a salvaguardare il mio amor proprio, rifiutando di vendermi per un po' di compagnia, sono stata lasciata sola
So che ti vergogni di me. So che fuggi la luce quando sei in mia compagnia. Spaventato all'idea che qualcuno ci veda. So che quello che vuoi è allungare le manacce e basta. Ma all'ombra, dove nessuno ci veda. Ma, povero sfigato, io non sono lo svuotascroti di morti di fica senza palle. Piuttosto, voglio stare sola. Piuttosto, mi rassegno ad una vita di lacrime e solitudine. Se per avere l'illusione di un'amicizia devo pagare con il mio corpo. La natura mi ha fatta con dei valori. I miei occhi guardano oltre, e anche se questa strada spazzata dal vento non porta in grembo alberi di frutta ma solo sterpaglie secche dal gelo ho giurato a me stessa che mai più avrei tradito me stessa per una logica di profitto che mi avrebbe solo portata a infamare il mio nome ancor di più.
Manca poco, ormai, sto andando via. E questa volta devo starci. Perché questa vita, qui, non ha niente da offrirmi se non rancore, rimorso, dolore, vergogna, risentimento.

Quanto ci metterai per realizzare che è finalmente finita?
Quanto ci vorrà da quando sarà finita affinché sarà effettivamente finita? Mesi? Anni? Una vita intera basterà, per la mia mente disturbata?
Quando passeranno i segni? Passeranno mai?
Potrò mai andare avanti?


sabato 16 settembre 2017

Un Posto Nel Mondo.

Come quando da bambina mi adagiavo sulla superficie cristallina del mare, facendo "la morta". Galleggiando su un letto di placida tranquillità. Tutta l'angoscia, il dolore, il terrore, la rabbia, il malessere del passato, sembrano un ricordo lontano anni ed anni. Ho trovato questa rinnovata forza in una cosa che si chiama progetto. Il mio progetto è lo studio all'Università. Lo studio per una cosa che fra l'altro amo, le lingue e la letteratura. Che mi porterà ad ottenere anche un posto nel mondo. Il mio cuore è così felice, così pieno di gratitudine. 
Mi nutro di piccoli bocconi di sapere e a poco a poco la mia anima sembra rigenerarsi. La pelle spaccata, arsa e seccata dall'aridità dell'ostinazione ad oltranza alla nullafacenza e della volontà di morte si rilassa e si rinfresca a contatto con questo nuovo balsamo di vita. Che nessuno mi tolga la possibilità di rimettermi in gioco, perché, sa solo Dio, in questi momenti penso che anch'io possa rimettermi in gioco. Mentre i miei occhi scorrono le pagine e le girano, una dopo l'altra, e passo da un argomento all'altro, e rispondo correttamente ai test, e anche la più piccola pepita di cultura sembra arricchirmi come una camera blindata di denaro, mi sembra di non essere più tanto di peso, di non avere dovermi più sentire tanto in colpa per il fatto di non riuscire ad essere utile in alcun modo, o in alternativa ad ammazzarmi. Non sento quasi nemmeno più fame e se la sento la combatto senza sacrificio. Ho realizzato di quanto io non abbia bisogno di quei legami deboli e sterili che mi costruivo ogni giorno per tirare avanti a campare un'altra giornata, da terminare sentendomi triste, in perenne odio con me stessa.
Lasciatemi qui. Così. Finché non avrò ripreso la giusta strada, il mio cammino.
Tutto il resto non ha più la minima importanza.


venerdì 15 settembre 2017

Tired.

Monsters are real, ghosts are real too.
They live inside us, and sometimes, they win.

Sono domande che dovrei rivolgere a un medico piuttosto che venire a scriverle qui, però certe volte mi chiedo di che dca soffra. Non uno dei più comuni, sicuramente.
Ieri sera ho cenato con due morsetti di conto di una cipollina di tavola calda alla carne e con 59 g (tre morsi) di calzone al salame, più mezza porzione di timballo di anelletti al forno. Poi, incurante della gola che mi fa male da almeno due giorni (l'altro ieri ha sanguinato copiosamente), ho rovesciato tutto ciò che ho potuto nella tazza del wc. Sono riuscita a non toccare più niente per tutta la serata.
Succede così: mangio un pasto - a volte ipercalorico, come in questo caso, a volte assolutamente normale -, controllo il peso subito dopo, il peso ovviamente è su, allora scatta la necessità impellente di mettersi il manico dello spazzolino in gola.
Ieri pomeriggio avrei voluto prendere un gelato prima di cena, come fanno milioni di persone normali. Non ci sono riuscita. A tratti, mi rendo conto di quante gioie mi stia togliendo la malattia. Anche l'obesità me ne sta togliendo parecchie. A prescindere dal peso, però, non voglio essere la ragazza acida che bruca un'insalata mentre gli altri mangiano la pizza. Non voglio essere la ragazza imbronciata che non riesce a godersi una cena fuori perché ogni santa volta deve alzarsi per andare in bagno - dimenticandosi anche il gusto del cibo e facendo fare figure di merda a tutti, fra l'altro.
Sono stanca.

martedì 12 settembre 2017

Sta Andando In Pezzi Tutto.

Una conversazione al telefono con una persona che mi diceva che forse non voglio veramente staccarmi da mia madre, guarire. Forse c'è una parte viscida e vigliacca di me che in tutta questa situazione catramosa non se la passa poi tanto male. E' orrendo dirlo o anche solo pensarlo. C'è una parte di me che gode di questa miseria.
Prigioniera della mia mente. Sequestrata dalla mia stessa paranoia. Ho dimenticato com'è essere soli, mentre conosco il sentirsi soli fin troppo bene. Nel frattempo mi tormento per le solite futili questioni. Non credo davvero di avere qualcosa da dire.
Mani gonfie si stringono attorno alle catene dell'inerzia e dell'abitudine. Ma l'ordine potrebbe intaccarsi di un po', i binari inclinarsi di qualche grado: l'e-campus mi ha attivato la piattaforma. Ho appena finito di parlare con la tutor. Stabilire il piano didattico della triennale. Il mio primo esame dovrebbe essere per il 23 ottobre, letteratura spagnola 1. Non ho ancora cominciato, e già il cuore pesa di paura. Già le mani sfregano gli occhi pieni di lacrime di fallimento. Sul serio io mi sento piena di valore, intimamente? Eppure, mi sembra di essere così mediocre. E piccola. E fragile. E senza difese.
Ho smesso di pensare a quello che gli altri possono pensare. Non mi riguarda più.





lunedì 11 settembre 2017

Medicine.



Mi sveglio ogni notte, più volte a notte, mangiata viva dall'ansia e dagli attacchi di panico. Prima di rendermene conto, le benzodiazepine erano entrate in circolo nel mio sangue e mi avevano resa schiava di loro. Tanto che non sarei più riuscita a farne a meno. Sono solo medicine. Fanno bene alla tua mente. E' solo che il tuo cervello non produce determinate sostanze, e tu hai bisogno di integrarle artificialmente. Tutto qua.
Mia sorella - quella alla quale ho augurato di prendere 18 all'esame di psichiatria - sta facendo delle ricerche. Per me. Povera sorella mia, non c'è niente da fare, per me. Quantunque dicano che il disturbo borderline sia il "migliore di tutti" in quanto curabilissimo con la sola psicoterapia, non c'è speranza di guarire. Questa è la mia profonda convinzione. E sono così stanca di lottare...
La vita mi ha indebolita tanto. Vi prego, non voglio odiarvi.
Leggevo un testo sul narcisismo e ho compreso di essere una narcisista anch'io. Dove il sentimento di inferiorità è manifesto, sotto la superficie c'è quello di superiorità, e viceversa. Non vorrei essere così arrogante. Non vorrei credermi piena di valore - quando non ne ho. Vi prego di credere in queste mie parole: ho sempre disprezzato i narcisisti e vorrei tanto non rientrare nella categoria. Ma le stesse convinzioni patologiche che ho - quella di essere al centro di un complotto mondiale - non fanno che avvalorare questa ipotesi. Sono malata. E ho bisogno delle mie medicine. E ne avrò bisogno per tutta la durata della mia vita.
Morirà presto.
Domani avrei dovuto andare a Verona, non andrò. Scappo da un progetto all'altro. E il prossimo progetto si chiama Torino. Fra un mese e mezzo o poco più.
Poi prenderò la laurea e comincerò a lavorare.
E anche se sarò sempre sola, posso ancora raggiungere l'autonomia che tanto desidero.


giovedì 7 settembre 2017

Torbidi inganni.

Devo ancora comprendere bene qual è il mio ruolo in questo turbinoso concatenarsi di cause e conseguenze che i temerari chiamano destino.
Nella mia zona di confort ho vissuto a lungo lontana da quelle cose che un tempo detestavo, tanto che ho perso memoria di tanto odio e la mia mente plagiata dalla pigrizia ha barattato questo nobile sentimento con una mediocre sensazione di malinconia. L'inganno del tempo, della memoria: chissà chi sei, chissà chi eri, chissà cos'hai provato e perché.
Posso dire in tutta franchezza che quel che ho vissuto e quel che mi hanno fatto mi fa ridere. E' tutto qui quello che sapete fare, scimmie? Non avete ancora saggiato le capacità di resistenza di questa cretina qui, che per la cronaca potrebbe starnutire e il suo starnuto avrebbe comunque più significato di ottant'anni della vostra esistenza spesa a fare le cretine e le damned aggressive girls so freak and yet so desperate inside coi post stilosi e le foto sparkling su facebook. Mi fate paura, sì, ma paura a strafottere, non vi voglio vedere, no, ho visto abbastanza dell'orrenda razza della quale vi fate orgogliose portavoci straordinarie. Alcune poi vogliono fare "i medici" (e finiscono a fare gli avvocati, se gli va bene, leggi: mantenute dai mariti), per la serie: io un cane morto non te lo affiderei, e per fortuna che i test delle Università di oggi sono a prova di imbecille, sennò qui sarebbe l'Armageddon.
Cuore nero, torna a pompare veleno.
Polmoni, tornate a respirare monossido di carbonio.
Occhi, tornate a vedere nero.
Questo atomo opaco del male merita nient'altro che l'oblio eterno, una vasca di lava rovente e il tormento delle tenebre fino alla fine dei tempi. Questi miei sensi alterati da una considerevole quantità di caffeina mista a nicotina - stanotte non dormo, xkè sì!!11! - necessitano solo di un pezzo di carne che mi transiti davanti su cui sfogare tutto il buio di questa ira.
Le parole rimangono ferme in gola.
Un interlocutore non c'è. Gli avvelenatori di serpi se ne stanno acquattati nell'ombra, a spiare, ad ascoltare con attenzione. Ma non mi stanno di fronte. Mi hanno rovinato la vita tanto da rendermela impossibile. Così, perché "mi odiano" senza ragione - qualcuno ha fatto loro qualcosa di male? Qualcuno li ha disturbati in qualche modo? Non di certo io!. E sapete qual è la cosa carina? Che alla fine della fiera, quella che si deve vergognare sono io. Io, e non loro.
Ora si aspetta un altro idiota qualunque che venga in questo posto - a casa mia - a commentare sfottendo senza alcuna ragione palesando il proprio analfabetismo funzionale. Tanto, ormai, andiamo in discesa. La vita, caro lettore, che tu sia uno normale o che tu un po' meno, è stata crudele con me. E arrivata a questo punto - un mese e un giorno e spengo 24 candeline - voglio solo sentire l'odore dei crisantemi. Nella mia vita, non ho avuto che gente che mi ha saputa detestare, infamare, diffamare, insultare, rifiutare, abbandonare. Sputare. Umiliare.
Prendersela con me è come sparare sulla croce rossa. Quindi fammi 'sto piacere, 'va a farti un giro piuttosto che escogitare machiavellici piani per rovinarmi. Io non ce la faccio davvero, proprio, più. Ho perso la speranza che le cose possano migliorare. Mi sono rassegnata a vederle peggiorare. Sempre e sempre. Quella che ti chiedo è una cortesia: so bene che il tuo odio ha un suo perché. Che è sacrosanto che tu lo provi. Ma a questo punto, mettiti una fottuta mano sul cuore, perché, porco giuda, ce lo avrai, un dannato cuore, e chiediti: perché sto facendo tutto questo a questa persona?

martedì 5 settembre 2017

Post inutile.

Sono giorni di una fiacchezza aberrante. Non riesco a leggere, e questo era prevedibile: un'attività tanto tranquilla e culturalmente stimolante stride col mio modo di essere irrequieto come unghia affilate contro la lavagna. Non riesco, però, a fare praticamente null'altro; nemmeno ad ascoltare musica. Non posso nemmeno dormire. Riesco solo a mangiare, bere e fumare. Tormentata da un malessere fisico che è simile ad una febbricola. E da uno psicologico che mi toglie la forza e la voglia di fare altro che stendermi a letto e cercare di prendere sonno. Tutto il giorno.
La dieta era cominciata bene - ad oggi ho perso, in sei giorni, 1,2 kg - ma ultimamente anche la mia forza di volontà sta avendo una flessione verso il basso. Basti pensare che sono l'una passata e ho assunto più di 938 calorie fra colazione e pranzo. L'unica cosa che mi può salvare è saltare spuntino e cena, ma so già che se la prima cosa è fattibile al 65%, la seconda è quasi impossibile.
Questo mio bozzolo di ciccia che non oso più chiamare corpo rimarrà tanto orrendo ancora per molto, molto tempo. Forse per anni.
Mi ero messa in testa di perdere 2 kg alla settimana, ma se dovessi rispettare questo piano avrei due giorni di tempo per perderne 0,8, e so già di non potercela fare. Temo, anzi, di prendere di nuovo peso nei prossimi giorni, fino a tornare al punto di partenza. I pronostici puntano a questo, e sono le condizioni che li stabiliscono ed incoraggiano.
Ieri sera ho ingoiato una quantità imprecisata di gocce di Entumin (ipnoinduttore) perché ero rosa dall'ansia e dal nervosismo, tanto che tremavo come una foglia. Il flaconcino in teoria era vuoto, ma mi è venuto in testa di togliere il beccuccio e ho consumato tutto il medicinale che era rimasto. Non so quante gocce fossero, di certo una quantità pericolosa. Una piccola pozzangherina di utilissimo calmante amaro sul fondo del bicchiere, che poi ho miscelato a un po' d'acqua.
Un centinaio di gocce sono già pericolose per la salute, ma se sopravvivi stai due giorni in modalità zombie e dormi come un ghiro. Se oggi pomeriggio mia madre mi rifornirà di medicine, avrò il mio cocktail-scacciapensieri prediletto pronto a soddisfare ogni mia esigenza di morte. Vedete, a dare medicine in mano a una cretina si rischia che la cretina ci lasci le penne. Ma nel mio caso non è una tragedia.
Stamattina mi sono svegliata alle 6,30 dopo la dormitona di ieri e per un attimo è stato come tornare ai tempi del liceo, quando mi svegliavo alle 6 e la casa era silenziosa e immersa nel sonno, e io fumavo quelle stupide sigarette guardando la portafinestra chiusa alla tenue luce di fuori, preparandomi alla carneficina che mi avrebbe resa vittima solo due ore più tardi, allorché mi sarei buttata in pasto a quella quotidiana sensazione di solitudine fra la folla. E' stata una sensazione strana. E triste. Sarà che hanno dato in onda Titanic, che avevano trasmesso anche verso la fine del mio quinto anno di liceo. Qualcosa mi ricorda quei tempi. Come se non fosse del tutto finita - come se mai in fondo finirà, finché ne avrò memoria.

P.S. Ho incontrato una ex compagna di classe domenica alla Lidl. Ha guardato il contenuto del mio carrello, poi distrattamente in alto, ma non mi ha riconosciuta. Sfido io. Quasi 31 kg in più del peso più in alto in assoluto di quattro-cinque anni fa, quando lei mi conosceva. Neanche io, al posto suo, l'avrei fatto.


domenica 3 settembre 2017

Casa.


 
Casa, è dove voglio essere
Prendimi e rigirami
Mi sento confuso, nato con cuore debole
Immagino di dovermi divertire
 
Meno ne parliamo e meglio è
Ce lo inventeremo strada facendo
Piedi per terra, testa per aria
Va tutto bene, so che non c'è niente di male, niente
 
Ho un sacco di tempo
Hai una luce negli occhi
 
E tu sei qui accanto a me
Amo il trascorrere del tempo
Mai per denaro, sempre per amore
Coprimi e dammi la buonanotte, dammi la buonanotte

Casa è dove voglio essere
Ma immagino di esserci già
Torno a casa, lei spiega le sue ali
Immagino che questo debba essere il posto
 
Non riesco a distinguerne uno da un altro
Ti ho trovata io, o tu hai trovato me?
C'è stato un tempo, prima che nascessimo,
se qualcuno chiede, è qui che sarò, è qui che sarò.
 
Scivoliamo e andiamo alla deriva
Canta contro la mia bocca
 
E in tutto questo marasma di gente
Il tuo volto è un paesaggio
Sono solo un animale che cerca una casa e
di condividere uno spazio per un minuto o due
 
E amami finché il mio cuore non si ferma,
amami finché muoio,
Gli occhi si illuminano
ti osservano
Copri gli spazi bianchi
Dammi una botta in testa.
 
 

venerdì 1 settembre 2017

Time, have mercy - The promise

Vedo...
... questo divano logoro e strappato, questi muri scrostati, questo vetro graffiato.
Sei stato qui. Sei sempre stato qui.
Sei nei lamenti di ogni giorno, nei capelli bianchi, nelle rughe che le solcano il volto.
Un giorno te la porterai via. E io piangerò tanto, tanto. E soffrirò come un animaletto sotto la pioggia, raggrinzito dal freddo. E non ci sarà "casa" per me da nessuna parte, perché lei è casa mia.
E tu me la toglierai.
Mi toglierai lei e con lei tutto quello che ho.

Ho questa foto in testa che vorrei salvare sul pc e poi stampare.
Per tenerla nascosta nel portafoglio e guardarla di tanto in tanto.
Ma l'ardire di fare una cosa così sfrontata, non ce l'ho. Non ho abbastanza faccia tosta di fronte a me stessa. Quella me stessa che mi giudica.
Avrei voluto C. Solo questo.
Ma sono contenta di non averlo conosciuto.
Se l'avessi conosciuto, forse non sarebbe stato perfetto. Forse io non sarei stata perfetta. E adesso mi ritroverei con un cuore morto fra le mani. Invece - vedi? - batte ancora. Dategli solo un po' di musica in pasto, e tornerà a pulsare a ritmo col nulla. Dategli una scarica di adrenalina e si sentirà di nuovo in grado di scavalcare le nuvole.

Voglio morire.
Voglio morire.

giovedì 31 agosto 2017

Dieta e morte.

Fighting for the smallest goal:
To get a little self-control.
I know how hard you try.
I see it in your eyes.
Call your friends, 'cause we've forgotten
What it's like to eat what's rotten,
And what's eating you alive,
Might help you to survive.

Sick to death of my dependence,
Fighting food to find transcendence.
Fighting to survive.
More dead, but more alive.
Cigarettes and speed to live,
And sleeping pills to feel forgiven.
All that you contrive,
And all that you're deprived.

Tengo un altro blog - trovate il link in uno dei gadget qui a fianco - nel quale, da oggi, mi impegno a segnare tutto ciò che mangio con relative calorie. Ma ogni giorno - e succede già da molti giorni - sono costretta a cancellare il primo post per resuscitarlo in un altro "primo giorno di dieta" a seguito di abbuffate o di uso/abuso di alcolici.
La verità è che se vuoi dimagrire nemmeno devi pensarci.
Prendo come esempio mia sorella. Mia sorella se ne sta tutto il giorno a stomaco vuoto a "rincitrullirsi" sui libri smozzicando di tanto in tanto un pezzetto di dolce che mia madre le porta dal bar la mattina, masticando una fettina di carne arrostita a pranzo e un piatto di pomodori a cena, nulla nel pomeriggio, e la cosa non le causa alcun problema, alcun sacrificio. Ha sempre disturbi di stomaco, oppure non ha fame, oppure ha digerito male, oppure *problema x*. Quando mangia, è impressionante. I muscoli nella sua faccia lunga e ossuta si contraggono per seguire il lavoro delle mandibole, e persino le tempie si mettono a pulsare. Lei ha delle fossette anche sulle tempie. Lei ha le occhiaie profonde sotto agli occhi, dovute alle ore e ore di studio continuato senza darsi un attimo di tregua e alla malnutrizione che lei si ostina a chiamare "alimentazione sana ed equilibrata".
Negli ultimi tempi sempre più spesso, il mostro dentro di me si sveglia, digrigna i denti, la osserva con gli occhi gonfi di odio e di invidia. Le augura di svenire, di sentirsi male, di diventare magra in maniera talmente spaventosa che tutti finalmente la smetteranno di fissarmi come se fossi un fenomeno da baraccone o la tragedia del secolo e cominceranno a focalizzarsi su di lei. Volevi le attenzioni, sorella mia? Prenditele. Te le regalo. Io non le voglio più. Hai visto a cosa mi hanno portata anni e anni di apatia, di volontà di autodistruzione, di fame di morte? Cosa vuoi saperne tu, che hai improntato la tua vita sul successo, sullo scavalcarmi, sull'essermi sempre superiore (con tanto di atteggiamenti da mammina/maestrina, come se fossi sempre e in tutte le cose meglio di me) di com'è che ci si sente a vivere dovendosi sopprimere ogni giorno per tutta la vita, perché solo così non sarò di fastidio a qualcuno?
Sapevo fin dal principio che aprirsi le braccia non era sufficiente. Ci voleva qualcosa di più potente per portarmi alla morte. Quella sera, tre Heineken mi hanno strizzato l'occhio dall'armadietto in veranda. Da allora ho capito che l'alcol mi sarebbe sempre stato vicino quando avrei voluto rovinarmi la vita. E l'ha fatto, eccome.
Grazie all'alcol, io rimarrò grassa a vita.
Nemmeno mi piace l'alcol. Non mi piace proprio il sapore. Quando lo bevo, lo tracanno per non sentirlo. Voglio solo sentirmi stupidamente fiacca e ottusa. Quello che, in fondo, sono anche in condizioni normali.
Guardo le mie braccia bruciate in ogni dove. Cerchietti privi di melatonina gonfi e molli. Mi ricordano C. Mi ricordano che non potrò mai essere amata da nessuno. Qualche volta mi dico che un tempo almeno non ero così grassa. Poi mi controbatto che in ogni caso lui non mi avrebbe mai contraccambiata lo stesso. E tutto perde la motivazione di essere rimpianto. Ma il coraggio di schiacciarmi la sigaretta sulla pelle ancora una volta non ce l'ho più. Suppongo di essermi rovinata abbastanza la pelle e la vita.
Ogni chilo che prendo, ogni sigaretta che fumo, ogni porcheria che vomito. Questa sono io. Con i denti macchiati di fumo, i capelli incollati al volto per lo sforzo del purgarsi. Con le dita sporche di vomito. Con gli occhi gonfi di lacrime di fatica.
Questo essere grasso, brutto, occhialuto e putrido sono io.
Il dodici settembre ho un appuntamento a Varese in una clinica privata per la cura dei disturbi alimentari. Se perdo questa occasione, perdo tutto. Pregherò dio di aiutarmi e quasi vorrei che il mondo intero pregasse con me. Perché ho bisogno di tanta forza. Perché ho capito che la mia bulimia non è più solo l'effetto di una crisi con me stessa, ma quella che presumibilmente sarà la causa del mio decesso.


martedì 29 agosto 2017

Vietato morire

I swear to you, I'll never love again
I swear to you, I'll never eat again
I'll never trust again.

Vedo i pericoli lampeggiare ovunque, e rimango ferma a fissarli, chiedendomi come posso fare per fermare questa dolorosa sensazione di incoscienza, leggera e luminosa come la calda pioggia d'agosto. Soffocando nell'interno delle viscere il sentimento di abbandono. Lacrime si staccano dalle ciglia e spariscono in mezzo all'acqua del water.
La quiete del dopo-tempesta.
Il panico. Il vomito. 
Come in Paranoid Android dei Radiohead.
Le dita talmente in profondità nella gola che potrei raggiungere lo stomaco e cavarmelo dalla bocca. Strapparmi quell'ammontare di schifo dalla cavità orale direttamente dalla fonte.
Il cibo è una brutta e vecchia strega agghindata da affascinante fanciulla. Una graziosa e invitante fetta di torta glassata nello stomaco è un vomitevole grumo di impasto putrido.
L'ansia.
Da qualche parte, troverò un posto in cui appallottolarmi in pace, un posto in cui non arrivino rumori, né grida, né accuse, né giudizi, né risate, né insulti. Né carezze. Né complimenti. Né incoraggiamenti. Che ne ho abbastanza anche di quelli.
Da qualche parte, in terra, c'è silenzio. E non c'è senso di colpa. Non ci sono specchi. Non ci sono lacrime. E non ho paura di rimanere sola. Se possibile, vorrei portare con me solo una foto. La sua. Stringerla forte fra le manine cicciotte. E guai a chi me la tocca.
Sono passati quasi cinque anni.
E lui mi ha solo presa in giro.
E io lo amo ancora come il primo giorno.

*post scritto ascoltando e riascoltando "Sei" dei Negramaro.*

sabato 26 agosto 2017

Vita da idiota

La vita di un idiota è semplice quanto dolorosa: si fa del male al prossimo, facendo del male al contempo anche a sé stessi. Essere crudeli è diverso: in quel caso ferisci il prossimo a tuo vantaggio. L'idiota invece non sa far altro che danneggiare sé stesso e gli altri.
Io sono un'idiota. Sono nata idiota, sono cresciuta idiota, e morirò idiota. Esattamente come sono nata sola, sono cresciuta sola e morirò sola. Presumibilmente c'è un parallelismo fra le due cose. Gli idioti sono più rognosi dei malvagi. Ecco perché, tu che mi leggi, sai adesso che io sono nata idiota e sola, sono cresciuta idiota e sola, e morirò idiota e altrettanto sola.
L'idiota si avvale di false potenze che sono principalmente: la voce e le mani. Nel mio caso, la voce. L'idiota si infiamma per niente ed è capace di mandare avanti guerre spietate lunghe ore e ore di invettive per una piccola ferita da provocazione. L'idiota si presta al gioco del provocatore ed è una preda succulenta di chi vuole seminare zizzania o di chi vuole semplicemente prendersi gioco di lui.
L'idiota più sfortunato al mondo è l'idiota abbastanza sveglio da rendersi conto di essere idiota. Ma essendo comunque idiota non lo farà mai in tempo: ci sarà sempre un ritardo nel suo spazio di reazione e la ragione lo illuminerà sempre troppo tardi. Allora, se veramente idiota, si scuserà. Solo per tornare a ricomportarsi da idiota in seguito. Se illuminato dalla grazia di dio tacerà e si goderà il suo sentirsi una merda in silenzio. A mezzavia andrà su Blogger e scriverà un post come questo.
L'idiota vive sentendosi continuamente causa di problemi, di infelicità, di rabbia, di tristezza, di problemi. L'idiota è causa di problemi, di infelicità, di rabbia, di tristezza, di problemi.
Ad oggi non si capisce perché l'idiota sia nato - ponendo che un essere non dovrebbe nascere per portare negatività.
L'idiota - questa idiota - talvolta si lascia prendere da una misantropia tale che vorrebbe vedere tutti stecchiti e un attimo dopo vorrebbe abbracciare il mondo in un abbraccio di amore assoluto e idiota quanto lei.

C'era una volta un mendicante. Gli chiesero le braccia, gliele diede. Gli chiesero le gambe, gliele diede. Gli chiesero il cuore, glielo diede. Gli chiesero gli occhi, glieli diede. Poi gli diedero in regalo per la sua generosità un pezzetto di carbone. Allora il mendicante si mise a piangere dalle cavità oculari senza bulbi ringraziando di tutto cuore.

Questa favola, così come l'idiota la ricorda, si trovava in un manga che era il preferito dell'idiota quando era un'adolescente. Idiota se possibile ancora più di adesso che è un'idiota adulta. L'ha sempre commossa perché l'idiota ha sempre sprigionato una gioia immensa per ogni minuscolo pegno che l'umanità le ha donato a fronte di migliaia di legnate violente sulla schiena.


venerdì 25 agosto 2017

Drugs

Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos'altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l'eroina?

- Trainspotting

Qualche tempo fa bazzicavo sul cortile virtuale e mi sono imbattuta in un profilo disgustoso.
Lo gestiva un uomo di mezza età evidentemente malato ed evidentemente dipendente da chissà quali e quante droghe pesanti. Ogni suo post trasudava miseria. Ogni commento dei suoi "amici" mi provocava repulsione. Mi chiedevo come si potesse apprezzare uno scarto umano del genere, che tuttavia sembrava infischiarsene del fatto di essere aberrante. Anzi, sembrava trovarlo divertente.
Chiaramente non stava a posto con la testa.
La cosa però mi sortiva un certo interesse, tanto che tornavo su quella sua pagina spesso. Non per sentirmi superiore o che: trovavo proprio attraente tutto quel marcio.

Adesso, in questo preciso momento, io dovrei starmene a fissare il fondo di un bicchiere vuoto di un fu Gin e pensare a quanto sono sfortunata, odiata, miserevole, mediocre, compatita, ignorata. A quanto io non riesca a farmi vedere in alcun modo. Ad ascoltare ancor meno. Nonostante la mia stazza e la mia voce potente. (ironia da quattro soldi).
Dovrei pensare a quanto non ci sia nessuna ragione per sorridere e strozzarmi di alcol.
Se l'alcol non ti risolve i problemi, non c'è abbastanza alcol. Sentire e leggere queste frasi non mi aiuta. Ma apro un social di immagini a caso e cerco la parola drunk. Perché è una fottuta fissazione, c'è poco da fare. Non so se vivere secondo correttezza fa per me. Non so se voglio un lavoro, una carriera, una famiglia, un maxitelevisore del cazzo, la buona salute e il colesterolo basso.
Qualche giorno fa, a Roma, ho chiesto a D. se - sinceramente - gli sembravo una persona stupida. Lui mi ha detto che gli sembro solo ingenua. Come se mi fossi fermata all'età adolescenziale. E forse proprio per questa mia immaturità, da fallita quale sono l'unica cosa che mi viene da desiderare, magari anche più di un posto in società, è lo "sballo" (che fastidio questa parola. Pare da sfigati).
Io sono il tipo di persona che se le mettessero davanti due alternative, o una vita perfetta e patinata con lavoro, marito e prole, o una consumata dall'alcol e dalla droga e buttata nei cessi delle stazioni di Londra, sceglierebbe la seconda.
Sono per i piaceri momentanei, illusori e distruttivi.
Sono stata, a Viterbo, a un passo dal farmi una botta di cocaina - se non che il coglione ci ha preso per coglione e ci ha fatto la sola. Avrei potuto abituarmici.
Saprei dove reperire la droga nella mia città.
Il punto è che non ho nessuno con cui andarci - e le palle di andarci da sola non le ho.
Chiudo questo monologo idiota e torno al punto principale: chi me lo fa fare di scegliere una vita normale? Chi me lo fa fare di mangiare sano, studiare sodo, lavorare duro, sognare l'abito bianco quando tutto quello che la vita può offrirmi è già lì a portata di mano senza bisogno che io faccia il minimo sforzo?
Sempre da Trainspotting: io sono già una drogata nel senso socialmente accettato del termine. Assumo quotidianamente benzodiazepine e non riesco a saltarne una dose - il che vuol dire che sono già dipendente. Si spreca l'amarezza per questa società di ipocriti che condanna le metanfetamine ma poi propone lo Xanax come farmaco contro l'ansia a prezzi comodissimi e con una facilità di reperibilità disarmante. Stesso discorso per il parallelismo erba-fumo di sigarette e alcol-altre droghe ma pesanti.
Qualche volta ho degli scazzi tremendi perché vorrei liberarmi da quest'immondizia chimica con cui altero il mio cervello giorno dopo giorno.
Il punto è che se provo ad esprimere questo desiderio mi trattano come una pazza. Mi hanno illusa tutta la vita. Dicendo che avrei preso farmaci solo per qualche anno. Li prendo da sette anni. E li prenderò per tutta la vita, guardiamo in faccia la realtà. Non posso sospenderli di botto per l'effetto rimbaund. Non posso chiedere a quel coglionazzo di N. di scalarmeli perché scusa se mi sono rotta le palle di questa schiavitù perché mi dice solo di stare calma che sono agitata. E nemmeno la diplomazia serve: mi fa credere che si sistemerà tutto e poi continua a modificarmi la terapia farmacologica a seconda dei miei cambi d'umore nell'arco della settimana (le persone cosiddette "normali" hanno sempre un solo stato d'animo per sette giorni consecutivi?).
In sintesi, prenderei i farmaci, li scaricherei nel cesso e se proprio devo dipendere da qualcosa e mandarmi in pappa i neuroni, sceglierei qualcosa che mi fa sentire viva.
Anche se poi dovesse portarmi alla morte.




giovedì 24 agosto 2017

Attimi di pace

A pranzo abbiamo avuto ospiti. Cous cous impossibile da digerire per via dell'aglio nel brodo, ma non smetto di mangiare. A cena non ha mangiato nessuno. Io sì. Ho cucinato e mangiato. Certe volte credo che il mio unico senso su questa terra sia questo. Almeno per il momento, e chissà per quanto. Mangiare. Incamerare. Sputare. Vomitare. Tornare a incamerare. Tornare a vomitare. Mangiare. Vomitare. Mangiare. Sputare. Infine sfondarsi di cibo per terminare la giornata e andare a letto con lo stomaco gonfio e dolorante di cibo e di acqua, seppellendo l'ascia da guerra.
Ore 21 sulla bilancia: 91,9.
Questo mi ha un po' depressa.
Ma ho trovato una piccola pace in piccole cose. Una piccola cosa. Che può essere, banalmente, anche stendersi su una sdraio con il manuale della dannata-patente-chissà-quando fumando una sigaretta fino a sentirsi soffocare. Con la nebbia della nicotina nel cervello. Piccole - cose - produttive. E' così difficile? Piccoli attimi di serenità, di ossigeno, assenza di preoccupazioni per qualche istante. E' così difficile? Cazzo. Fregandosene del peso, dell'essere grassi, anche orrendamente grassi.
Vorrei solo starmene un po' in pace. Volendo bene agli altri. Sentendomi voluta bene e non sempre disprezzata, giudicata, odiata, evitata, ignorata. Vorrei che qualcuno mi dicesse: Valentina, ti vogliamo tutti bene.
Ma quel qualcuno ancora non c'è.
D. sta male e io sono impotente. Non vuole neanche sentirmi al telefono, mi evita. D. sta male, si sente grasso, si abbuffa. Io mi sgolo per dirgli che andrà tutto bene ma la mia voce non lo raggiunge. Voglio andare a Roma, rapirlo e portarlo qui. Dove sarà sempre al sicuro. Con me. Fra le mie braccia. Abbracciarlo. Baciarlo. Anche se non se la sente più di stare con me. Abbiamo questo rapporto così, noi. Come se fossimo fratello e sorella. Una grande intimità. Faremmo follie l'uno per l'altra. Ci amiamo come se avessimo lo stesso sangue.
Sono fortunata.
Sono fortunata per davvero.
Grazie, dio, per D.


martedì 22 agosto 2017

Scardovelli


Am I bad or am I good?


Dimentica del mondo,
dal mondo dimenticata.

La finzione, caro lettore, è esente dalle classificazioni della discrezionalità.
La finzione è, per definizione, la negazione di ogni realtà. Di qualunque realtà. Quella tua che oggi ti è andato di traverso l'omogeneizzato e sei venuto qui solo per trovare il pelo nell'uovo e insultare e quella di quell'altro che invece mi ritiene ad una visione d'insieme una persona abbietta e antipatica, e quella di quell'eventuale (ipotetico) che crede che io non sia poi così male.
Io non sono né un mostro, né una persona antipatica, né una brava persona.
Io sono la maschera che indosso in tutte le circostanze. Una, nessuna e centomila. E tu non puoi giudicarmi. Mi spiace, non puoi. Puoi leggere queste parole e pensare che io sia una stronza o che il mio sia un discorso interessante. O banale e riciclato milioni di volte.
Quello che voglio dire è che non puoi pretendere di avere una visione obbiettiva sia pure personalmente delle cose già quando ti trovi davanti a qualcuno che è a suo agio con sé stesso, dunque figuriamoci davanti a un camaleonte umano come me.
Si punta ad essere accettati, quando non accettati amati, quando non amati detestati. Ma posso avere questi tre obbiettivi a seconda del tempo che fa di fuori, del tempo che fa di dentro, del modo in cui ti relazioni oggettivamente a me, del modo in cui penso ti relazioneresti a me, del modo in cui mi hai trattata due mesi fa o solo l'altro giorno e soprattutto, di ciò che mi ordina il mio cervello, a disagio con sé stesso e simile a una linea radio disturbata a tratti e in momenti inaspettati.
Se vuoi sapere cosa ne penso io di me stessa, lettore, ecco cosa ne penso interiormente, ad una visione d'insieme: sono una persona marcia dentro. Cattiva. Opportunista. Poco sensibile - se non per ciò che mi riguarda. Ecco, io sono suscettibile. Qualche volta il mio cuore si commuove per gli altri, ma basta una minima offesa e ribalto il tavolo da pranzo con tutte le pietanze sopra. Il mio cuore si ferisce facilmente, e non perdona altrettanto facilmente. Se mi deludi, comincio ad odiarti, e non c'è freno al mio odio. Cresce, cresce di intensità ad ogni mossa falsa. Sarai squalificato per sempreA meno che tu non sia il bersaglio del mio tornaconto masochista e autodistruttivo. In quel caso, se compiacere te significherà far del male a me stessa, sarai il mio dio finché ti dimostrerai utile al ruolo.
E questo lo sai perché, lettore?
Perché io ti odio, sì, ma soprattutto odio me stessa più di chiunque altro al mondo.
Sai cosa me ne faccio della tua vicinanza, della tua ipocrisia, del tuo amore, del tuo odio camuffato (che si fiuta lontano quaranta miglia)? Niente, mi scivola addosso. Posso arrivare persino a compatirti perché mostri il fianco a questa vipera incarnata in essere umano che sono io.
Sono incapace di provare gratitudine nei tuoi riguardi. Sono incapace di ascoltare le tue parole di affetto - blablabla, di che stai parlando? Per quanto mi riguarda, puoi anche andartene. Anzi, fallo. La porta è là, la vedi.
Se invece vieni per insultare, troverai pane per i tuoi denti. E se mi trattengo nei modi, è solo per mantenere una facciata di diplomazia che adesso non ho più intenzione di preservare perché non me ne importa più niente di essere sola, sbagliata, inamabile, meritevole solo di disprezzo e solitudine, destinata al disprezzo, allo scherno, alla solitudine e alla miseria.
Ti starai chiedendo, allora, perché tengo un blog pubblico.
Non credo di doverti delle spiegazioni - non te le devo proprio. Ma voglio spiegarti, giusto per non lasciare le cose impantanate: lo tengo perché il mio essere qui è di disturbo. Il mio esistere è fonte di fastidio, imbarazzo, rabbia, disgusto. Io sono qui per farti provare tutto questo. Di preservarmi non mi importa, e adesso che lo sai schiaccia anche l'ultimo brandello di carne di me. Finché non avrò più voglia nemmeno di caricare il tuo fucile.
Davvero pensi che "misantropia" sia una parola complicata messa in bocca a questa bambina scema?
No, proprio no.
Non ho nulla di cui vantarmi. Non sono una ragazzina fancy di sedici anni che ha bisogno di darsi da sola dell'asociale per sentirsi alternativa e aggressive.
Io so solo che sento un bambino ridere, e vorrei strozzarlo con queste dita fino a sentirlo piangere mentre la vita spira lentamente via dalla sua boccuccia. Una donna mi urta, e me la immagino in un impeto di odio a terra con uno dei suoi tacchi a spillo nel culo. Un uomo mi guarda, e solo dio sa quanti insulti partorisce la mia mente messa sulla difensiva mentre lo fa.
Dal mondo mi licenzio, perché del mondo ho visto il potenziale: non mi va a genio.
Le donne parlano di cerette e gli uomini di calcio, i bambini dei cartoni animati e i vecchi del tempo.
Non faccio parte di alcuna sottocategoria di questa orrenda razza.

lunedì 21 agosto 2017

Boredom

Da un paio di giorni mi trovo incollata come un ratto in una situazione di noia, nera come il fumo delle braci ardenti, dovendo al contempo pensare a problemi di salute come circolazione cattiva con gonfiore alle gambe e al volto annesso e fastidio tremendo per i dolori del ciclo. In teoria dovrei smettere di fumare, ma non è per nulla semplice, considerato anche che pur di non sentire l'angoscia di questo tempo presente che mi schiaccia come una sottiletta mi infiammo per nulla e finisco per litigare furiosamente con i miei familiari e cerco ogni scusa per attaccar briga.
Ripeto: solo per non sentirmi morta. E ad ogni discussione torno a fumare istericamente.
Dovrei scomparire nel mondo virtuale e non. L'ho provato e non è stato bello farsi ridurre uno straccio dalla malinconia e non desiderare altro che dormire, con l'unica gioia del condizionatore acceso. Sembra l'esperimento della rana di Frankenstein, con questo mio cuore pieno di rabbia incontenibile che si sfoga solo nelle urla senza una ragione plausibile, per conferirsi un sussulto di vita. E più mi muovono ingiustizie più alzo la voce perché devo farmi sentire a tutti i costi. Ottengo l'effetto opposto. Ciò che viene captato e preso in considerazione in un discorso non è mai il contenuto, ma il tono di voce.
Due notti fa ho fatto un sogno bizzarro (come tutti i sogni che mi capitano) sul trasloco in una casa supermoderna e tecnologica con un cane che parlava perché posseduto a distanza dalla sua "mistress" deceduta e una città dove la gente andava in giro con il volto coperto da maschere di musi di leone. Anch'io lo facevo. Sarebbe - facile da capire - la metafora onirica del timore che mi attanaglia ogni volta che esco di casa. Nonostante mi illuda di avere il coraggio di un leone e di non aver paura di nessuno. Di fatto, con la maschera, nel sogno, ero un leone. Ma col volto coperto.
Da Alcott, la 48 è la taglia più grossa che c'è e mi veniva strettissima, non riuscivo neanche ad abbottonare quei dannati jeans. Ho comprato un vestito largo e sono uscita. Triste, delusa, ferita, umiliata, arrabbiata. Caffettino al bar, sigarettina pompa caviglie e piedi e pensaddio. Se mi verrà un ictus andrò per l'eutanasia in Svizzera e sarà l'epilogo insensato di una storia altrettanto insensata. La mia.


venerdì 18 agosto 2017

Liquido.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma e poi torna quello che era prima. Da sempre. Per sempre. Finché queste rughe di ciccia non diventeranno rughe di vecchiaia. E questi occhi neri non reggeranno il peso di borse di stanchezza sotto le palpebre. Gonfie di pianti trattenuti, ristagnanti. Piene di lacrime nascoste, vergognose. In aereo ho pianto - come al solito. Respiro fumo. Ho fatto in modo che non mi vedesse nessuno. Qualcuno se ne sarà accorto ma non se n'è curato. Vorrei respirare l'aria fresca. Il mio corpo è dolorante e stagnante di liquido di pus. Gonfio. Sgraziato. Ammalato. Tornare alla routine non mi farà bene. Posso fermare questa giostra quando voglio. Se voglio. Se. Sono una persona infelice in tutti i sensi. Mi manca essere felice, e non sono mai stata felice. Anelo a una serenità che è come dio: so che esiste, ma non l'ho mai vista. Sarò così sola in futuro - mamma mia. Non voglio nemmeno pensarci. Partecipo al funerale di mia madre e poi al mio. L'atmosfera è serena e l'aria è fresca, il cielo azzurro. Le erbe secche ai lati delle tombe di marmo. C'è profumo di fiori morti nell'aria. C'è una pace che sa di eternità. Piango prematuramente quelle lacrime, che si riversano su quel nome come un fiume senza fine. Quel nome.
Mamma, tu non sai quanto ti ho amato.



mercoledì 9 agosto 2017

C'è gente che si è uccisa per molto meno.

E' tornata, la voglia di prendere una corda, legare un cappio e mettermelo al collo. Lasciarmi penzolare nel vuoto. La mia vita ha perso di senso da quando la vecchia amica Follia ha cominciato a camminare di pari passo con me, simile a un'ombra a mezzogiorno.
Ieri sera ho bevuto mezzo litro di vino e ho dato di matto. Poi sono uscita di casa e sono andata da mio padre con l'intenzione di accanirmi sulla sua auto. Ma il signorino era altrove a divertirsi. Non so se il fatto che non riesca a darmi pace dipenda dalla mia immaturità o dal fatto che tutti i miei problemi comportamentali (secondo anche lo Psi) dipendono dalla sua assenza/presenza nociva nella mia vita.
Stamattina mi sono rimessa a letto fino all'una e prima di addormentarmi pensavo a quanto mi sia ormai incamminata su dei binari che mi porteranno a una morte prematura. Peccato, potevo essere davvero una ragazza felice. Potevo essere spigliata, socievole, vanitosa e perfettina. Potevo eccellere nello studio. Potevo diventare molto di più. Se mio padre non mi avesse rovinata.
A 14 anni sono cominciate le cure psicologiche per il mutismo estremo e da allora non si sono più fermate.
A 17 anni sono cominciati i ricoveri.
A 18-19 anni ho cominciato a bere.
E non vedo vie d'uscita in tutta questa situazione stopposa. Credo che dovrei passare un bel periodo lontana dalla realtà virtuale, al tempo mi aveva fatto bene. Perché è così che deve andare: perché il web è la rete nella quale sono rimasta incastrata, intrappolata nella tela del ragno da quando sono diventata un'hikikomori in adolescenza.
Passo giornate solitarie chiusa in un appartamento con la sola compagnia di un computer. Vivo da parassita sulle spalle della mia famiglia. E non riesco a togliermi dalla mente l'idea che il mondo starebbe meglio senza di me.

Levati di mezzo. Servirai molto più da morta che da viva.

P.S. Dopodomani parto per Roma da sola. Vado a trovare un'amica e rimarrò lì da lei per una settimana. La settimana successiva, invece, verrà lei a stare da me. Per un paio di settimane sarò meno presente. Spero solo che non si annoi in mia compagnia.

martedì 8 agosto 2017

Theater of Kiss.



Amo costruire il mio presente nell'eco di un passato già irrecuperabile, e spesso vago come un'ombra, senza necessità e senza scopo, cupo e triste.
- Fëdor Dostoevskij

Ho creduto nel tuo buon cuore tutta la vita, ma non mi sono mai davvero fidata di te. Siamo rimasti incastrati nelle parole che abbiamo detto l'uno all'oscuro dell'altra, non ci siamo mai conosciuti, ma le nostre non-conversazioni e le nostre azioni erano più forti di quelle quattro fesserie che ci dicevamo ogni tanto. Ho odiato quella me stessa malata, ossessiva, confusa e incosciente che ti strisciava ai piedi.
Ricordo come il primo giorno di scuola mi dissero di sedermi proprio accanto a te. Mi offristi dei cioccolatini che rifiutai. Allora non contavi nulla per me. Sarebbe stato meglio se non avessi provato mai un approccio. Non mi sarei innamorata di te, e sarebbe stato meglio, dato che in quel tempo non riuscivo a sostenere il peso di un cuore gravitato dal desiderio.
La gente è cattiva, e io sono così stupida. Ho imparato a camminare guardandomi le scarpe, presa, usata e poi gettata via e bidonata come un fazzoletto sporco, con una risata. Sfruttata e considerata solo come pezzo di carne da trapanare. Nessuno ritiene che io sia buona per qualcosa di più di una scopata. Forse, in fin dei conti, tu, qualunque fossero le tue ragioni, sei stato l'unico ad avere rispetto per il mio cuore.
Questa canzone me l'hai regalata, e col cuore caldo la sento ancora, ma non l'ascolto più. C'era un po' di stanchezza, e un po' di irrisorietà, e un po' di fastidio. E io mi prendo ancora cura di tutto questo. Guardandoti e chiedendoti in mente se ci siamo già detti tutto o se c'è ancora da aggiungere altro.
Quella candela che reggeva la fiamma del mio sentimento non ricambiato si è spenta sulla cera squagliata del divampare della mia follia. In alcuni sogni ti ho baciato, e tu mi hai asciugato le lacrime, adesso non ti sento più da nessuna parte. Ed è così che deve andare.

Leggera, leggera
si bagna la fiamma
rimane la cera
e non ci sei più.



lunedì 7 agosto 2017

The monster.

Vorrei essere solo una ventiquattrenne tormentata dall'anoressia che blatera in tono decadente di quant'è dannata la sua vita, che sa dare vita ai sentimenti con le parole, poeticando di dolore laddove non c'è una sofferenza reale. Invece, mi accorgo che per quanto mi riguarda tutto lo schifo, e il dolore, e la rabbia cieca e l'umiliazione che provo si esauriscono nelle quattro parole che le definiscono essenzialmente. Non ho voglia - ecco, forse non ho più voglia - di stare a cercare le parole migliori da dire. Potrei parlare del perché stasera vorrei spellarmi viva e buttarmi nell'olio bollente, ma non credo sia la scelta più proficua.
Un mostro mi rosicchia le viscere sporcandosi i denti aguzzi del mio sangue e consumandomi lentamente, inesorabilmente le carni.
Io, col mondo, dopo tutto quello che ho ricevuto, dovrei aver già chiuso.

fate venire giù tutto il buio del mondo e andate all'inferno.

sabato 5 agosto 2017

Rievocando pensieri che ad una più attenta analisi potrebbero rivelarsi dolorosi.


Can you find me space
inside your
bleeding heart?
Mi innamoro continuamente. Delle anime belle. Delle persone buone. Delle persone sole. Di quelli che hanno perso la speranza. Di quelli che credono non potranno avere mai nessuna chance. Di quelli che credono di avere qualcosa che non va. Mi innamoro di loro perché io sono una di loro. Il punto è che mi trovo sempre un gradino più in basso. Finisco per essere ferita, abbandonata e umiliata, prima di capire che nessuno ha bisogno della mia compagnia.
6 dicembre 2012 
Credo che sia una questione di scorrettezza personale, un po' di vigliaccheria, anche. Mi avvicino a gente che ritengo bisognosa del mio aiuto non solo perché soffro della classica sindrome da crocerossina come altre milioni di donne. Penso piuttosto - e penso anche che sia umano da parte mia - che donare altruismo e vicinanza a persone "svantaggiate" (necessariamente quanto o più di me) mi renda, col minimo sforzo, speciale ai loro occhi.
Inoltre mi consentirebbe di provare a sperimentarmi su un terreno sicuro che scongiuri la possibilità che io venga snobbata, rifiutata, respinta e abbandonata, come succede sempre. E non c'è da biasimarmi, per questo: sono solo una povera Crista che cerca di sopravvivere come meglio può. Se l'acqua tonica non è disponibile, ci si abitua - o piuttosto ci si forza ad abituarsi - all'acqua e limone.

1. Sulle esperienze folli in tutti i sensi

Nei miei viaggi ho trovato una persona per la quale penserei (ma non ci metterei la mano sul fuoco) di essere diventata un ricordo fisso, di quelli che rievochi con nostalgia - un po' come è successo fra C. e me. Adesso dirò qualcosa di cui proverò rimorso: ho visitato più di un'ospedale psichiatrico nella mia vita. I webeti mi daranno della fuori di testa solo per questo. In realtà, non è per via del mio decorso psichiatrico che non sono normale. Non lo sono per molti altri motivi, che esulano da quante volte sia stata ricoverata o da quante medicine abbia preso. Ma non dovete avere paura di me, perché sono la creatura più insignificante e innocua della Terra. E' come aver timore di una formichina. Fa schifo, ma non può farti alcun male. E' necessario rompere i luoghi comuni in merito alla malattia mentale. Non tutti i "pazzi" urlano come dannati e alzano le mani a cazzo. Soprattutto, poi, io non ho una vera e propria malattia come la schizofrenia o il DOC. Soffro di un disturbo dell'umore (ciclotimia) corredato da accenni di disturbo schizoemotivo (la parola può spaventare, in realtà è semplicemente un'inclinazione caratteriale alla chiusura, alla solitudine e alla sociofobia).
Tutto questo, mi pentirò di averlo detto.
Mi trovavo ad Enna, a qualche km di distanza dal grande e bel vulcano della mia isola, e per due settimane - durante le quali in realtà ne ho combinate di ogni - sono stata chiusa in una cella di reparto psichiatrico per assestare la terapia farmacologica. Là ho fatto la conoscenza di un ragazzo sulla trentina. Non era propriamente bello, anche se era molto alto (lo davo sull'1,85-1,90) e molto magro. Esattamente come C. Era patologicamente chiuso in sé stesso. Passava il tempo vagando per le varie stanze mormorando parole che non ho mai percepito e sembrava matto il triplo di quelli che stavano nel reparto. Mi ero fatta degli 'amici' lì e un fidanzato 'temporaneo', anch'esso poco attraente se non per gli occhi e capelli chiari. Nonostante questo, spiavo con curiosità quel concentrato umano di isolamento e alienazione, chiedendomi come fosse passare giornate intere senza nemmeno guardare in faccia nessuno.
Trovavo una bella cosa avvicinarmici e lo feci. Non certo perché speravo in una storia (non c'erano le condizioni, in ogni caso) ma perché sono attratta a 360 gradi dalla sofferenza, peggio di un'ape col miele. Vorrei capirla ed essere d'aiuto.
Chiaramente lui non si aprì mai completamente con me, ma in qualche modo sentii di essermi aperta un varco nel suo cuore. Non c'era una vera comunicazione perché lui era nelle condizioni in cui era, però sono riuscita a regalargli un libro: Ragazzo negro di Richard Wright. (In seguito, un altro che inizialmente ci provava con me, me ne avrebbe regalata una copia nuova, in differente sede. Inizialmente, perché una volta che lo sentii troppo vicino feci di tutto per allontanarlo, anche se anche a me piaceva).
Il ragazzo in questione (forse soffriva di schizofrenia, o forse era autistico) interpretò i miei tentativi di avvicinarlo per - mi faccio pena a dirlo, ma va detto - compassione come tentativi di approccio sentimentale. Spesso mi guardava con rabbia, oppure fingeva di non vedermi per tutto il giorno, rifiutando i miei tentativi di far conversazione. A un certo punto mi venne da pensare che mi odiasse e lo lasciai perdere. Una volta però, mi vide baciare il fidanzato-fantoccio e in volto rimase sconvolto.
Quando se ne andò mi salutò con tranquillità. I suoi genitori non mi degnarono di grande attenzione, chiaramente essendosi chiesti che accidenti volevo da loro figlio.

2. Conclusioni

Dopo questo aneddoto, faccio un confronto fra passato e presente: sono rimasta col sogno romantico di innamorarmi di una persona con delle ferite nel cuore. Mi rendo conto che questo allargherebbe il campo a tutti gli uomini del pianeta; in realtà intendo ferite importanti nel cuore.
Se io trovassi una persona sconfitta su tutta la linea, e da tutta la vita, come me, sarebbe un colpo di fulmine. Per le ragioni che ho illustrato all'inizio del post.
Dell'aspetto fisico mi importerebbe solo relativamente. Rimango (forse ingenuamente) convinta che a contare nello scoccare della scintilla sia il cuore.


venerdì 4 agosto 2017

Altri giorni da perdere.

Non è giusto - non è leale da parte della vita che io debba vivere perennemente in questo stato di t-errore, incastrata in questa vecchia e stretta e logora tuta da pagliaccio da circo. Vengo a patti con la vita: io ti do la mia felicità, tu mi darai l'impressione (anche solo momentanea) che io non sia una mediocre. E' probabilmente questo che tormenta me e molte altre persone. L'idea di dover per forza diventare qualcuno. Essere qualcosa. Brillare. Ma io mi comporto come la luna col sole. Non ho in mio possesso nulla che mi renda fiera di me stessa.
Sarebbe tutto molto più facile se potessi confondermi nell'anonimato e fare le cose che fanno tutti. Il punto è che nella vita devi realizzarti oppure devi realizzare qualcosa. E io mi trovo incapace di adempiere all'uno e all'altro progetto. Quanto visceralmente e profondamente devo odiare me stessa per essermi ridotta in questo stato? Non lo vedi, tu, la miseria in cui vivo, e soffoco, la merda nella quale sguazzo, di cui mi ingozzo, fino a rendermi fetida, putrida, insopportabile ai sensi? Ho guardato in alto dalla zona morta in cui mi trovo. Non c'è un soffitto. Come posso arrampicarmi in una stanza di specchi?
Nessuno riceve niente né per il bene né per il male. Ecco perché io assorbo tutto questo non avendone colpa.
Potrei - avendola - scandagliare la mia immaginazione e vivere come l'uomo delle Notti Bianche, a tu per tu col mio cervello, ogni minuto di ogni giorno. E quando mi racconto la minchiata che mi piacerebbe vivere tutta la vita sola, mento. Illudendomi di dir la verità. E' solo la via più breve. Qualunque essere umano sceglie sempre quella.
Nel frattempo penso che le zanzarine sono animaletti facili da schiacciare, però rompono le palle parecchio e alla lunga possono anche trasmetterti malattie infettive.
Le mie, di zanzarine, mi perseguitano dacché mi hanno estratta da un taglio nella pancia di mia madre e ho cominciato a piangere la prima volta, accecata dalla luce. Adesso sono un bozzolo di ematomi.
Due occhi intristiti e poi giù per un corpo informe. Posso mettere fine a questo supplizio in qualunque momento. Posso morire - metaforicamente e corporalmente - ma la morte non mi interessa. E nemmeno la vita.
Non so dire se sono triste o furiosa. Forse un mix di entrambe le cose.
E di sfondo c'è un muro bianco, il simbolo di una vita vissuta al bagliore lunare delle mie non-esperienze. Quelle che non contano.
Potrei - avendone le doti - scrivere del mio dolore senza risultare patetica o banale. Dando raffinatezza al vuoto. Potrei parlare per metafore, dare vita a post che non finirei mai di rileggere, vantandomi con una piccola porzione di mondo di un dono del Cielo che il Cielo non ha però voluto donarmi.
Così rimango qui a piangere per il fatto di non essere mai abbastanza, quando non per gli altri (ed è raro), per me stessa. Ascolto il mio silenzio interiore senza capirlo e senza saperne dare un'immagine. Potrei studiare, trovarmi un lavoro, trovarmi un compagno, andare a ballare, andare al mare. Divertirmi. Mettere su famiglia.
Ma non è questa la vita che ho scelto.


martedì 1 agosto 2017

Depressione serale.

Sono triste, arrabbiata e confusa. Certi momenti mi guardo dall'esterno, mi guardo vivere, vedo solo una ragazza che si azzuffa con sé stessa, preda di momenti di grande irascibilità che si alternano ad altri di tranquillità e serenità scema. Il tutto senza una ragione valida a sostegno. Non sono lucida. Non vivo con la ragionevolezza delle persone normali. Certi giorni mi è impossibile fare qualcosa di produttivo. Non che io faccia molto di produttivo - eppure, mi sono sentita tanto bene quando c'ho provato. Mi sono sentita di colpo viva per una ragione, che vuol dire tutto o nulla; se non altro, ho sentito di essere nella stessa barca delle altre persone, questo sì -, ma ci sono giornate in cui proprio mi costringo ad oltranza a scavare fino a sradicarmi le unghia per raggiungere il fondo (che non esiste) di questo pozzo di angoscia, trascuratezza, follia. Non ho la ricetta adatta per vivere in maniera sana. Non so come devo svegliarmi, cosa devo fare per cominciare, ciò da cui devo assolutamente tenermi lontana. I pensieri che devo formulare e quelli che non devono nemmeno accarezzarmi la mente. Non sto dicendo proprio tutta la verità. In realtà so che basta compiere un solo gesto per salvarmi in parte dalla depressione - e il resto verrà da sé, rotolando giù per una ripida discesa. Il problema è l'autodistruttività che mi attanaglia. La ribellione. La cocciutaggine. La rabbia masochistica. Quella che mi impedisce di agire per essere felice. Sono così per mia libera scelta. Per accontentare mia madre e salvare la facciata fingo di avere progetti in porto. Assecondando le mie più profonde inclinazioni (malate) odio me stessa e il resto, il mondo si tinge di nero e rosso e sprofondo nell'accidia più oscura. Ho una quantità incredibile di energie. Ma le rivolgo verso l'interno. Mi manca essere innamorata - ma il muscolo cardiaco ha dato tutto quello che c'era da dare tempo fa. Non amerò più nessuno e me ne convinco sempre di più man mano che passano gli anni. La cosa triste è che anche la prima volta sono stata solo beffata e sfruttata per vili intenti. Una soddisfazione? Una sola. Momenti come questi vorrei strapparmi la carne dalle ossa. Tornare ad autolesionarmi come facevo tempo fa. Provocarmi una ferita mortale. Con i polsi cicciotti aperti alla morte. Con un oceano di lacrime rosse a versarsi dai tagli. E ancora, con la gente sono la stessa povera scema che se pecca di freddezza se ne pente. E cerca di riparare con la gentilezza. Essendo poi ripagata con la freddezza.
Fermate la giostra. Rompete la gabbia. Lasciatemi.
Lasciatemi.andare.

p.s. Ho cancellato il post precedente in seguito a una rilettura più attenta che mi ha anche portato a notarne le falle. Senza contare che simili sfoghi non mi rendono giustizia.


lunedì 31 luglio 2017

Una vita da bruco (obesofobia).

La città è un deserto rovente. Fino alle cinque sembrava di essere alle tre. E' l'estate più torrida degli ultimi cento anni.

Sono uscita, e uscendo ho realizzato di essere più che mai vittima, oggi, della stessa crudele sorte che mi ha sempre voluta goffa e inadeguata. Brutto anatroccolo in mezzo a una nidata di belle paperelle. Al momento sono il non plus ultra della bruttezza e della trascuratezza, nell'aspetto e nel vestiario. Io e la mia scarsa avvenenza abbiamo avuto da scontrarci muso a muso più di una volta - oserei dire che lo facciamo continuamente -, e certe volte mi consolo dicendomi che pur essendo di un'obesità imbarazzante ho alcuni tratti del viso che rimangono punti di forza, che non sono così male: la forma degli occhi, poi le labbra. Il naso rovina per benino tutto: di fronte sembra solo un po' rotondeggiante, di profilo è un orrore. Esiste la chirurgia estetica, ed esiste anche la fissazione maniacale a non farne ricorso per non tradire il proprio orgoglio che tuona: sono troppo superiore per abbassarmi a simili vanità.
La cugyna appena rimpatriata da Bologna mi ha portato, come da me chiesto, alcune maglie usate che lei non mette più. Loro vanno bene, è il corpo che vanno a coprire che provoca ribrezzo.

Buttereste giù l'uomo grasso? Vi trovate su un cavalcavia. Sotto di voi ci sono i binari di un treno, ai quali sono legate quattro persone (normopeso). Il treno sta per arrivare e inevitabilmente li schiaccerà. Sul cavalcavia accanto a voi c'è un uomo obeso. Potreste buttarlo giù e scongiurare la tragedia: col suo peso, fermerebbe l'avanzata del treno. Lo fareste? Chiaramente sareste più propensi a farlo con lui che con una persona magra.
Queste ultime righe non sono frutto di una mia riflessione, ma di quella di David Edmonds, professore di etica all'università di Oxford. Ho trovato il suo saggio googlando sull'obesofobia, cioè a dire la paura della gente obesa. Un tipo di discriminazione che non differisce molto da quella razziale. Le persone che soffrono di obesofobia sostengono che una persona grassa debba inderogabilmente dimagrire, adducendo la scusa che le persone grasse (obese) devono perdere peso per una questione di salute. In realtà, appunto, non è che una scusa per l'odio e il disprezzo che provano nei confronti di chi è oversize: ad oggi non ci sono dati inoppugnabili che dimostrino che una persona sovrappeso (lasciamo per un attimo da parte gli obesi patologici come la sottoscritta) sia più esposta a malattie metaboliche e cardiovascolari rispetto a una normopeso o sottopeso. Anzi, sembrerebbe proprio - in base a un articolo di medicina trovato sempre sul web - che secondo le statistiche sia vero il contrario: che siano le persone normopeso o sottopeso ad essere più a rischio di mortalità precoce, mentre le persone con un IMC superiore a 25 e inferiore a 30 si troverebbero nella condizione ideale. Dunque, qual è l'urgenza, per una di 1,56 per 65 kg, di perdere per forza peso fino a trascinarsi negli abissi più oscuri della bulimia e dell'ossessione per le calorie e il peso corporeo? Assolutamente nessuno, almeno in teoria.

Ciò non toglie che ai tempi dei 65 - diciamo l'estate scorsa - ero in crisi depressiva per i 13 chili di ciccia orrida che avevo messo su per essermi lasciata andare, ingozzandomi di cibo e alcolici e abbandonando, dietro la paraculata del voler guarire, le pratiche bulimiche. In realtà, a vomitare non ce la facevo proprio più. Non avrei mai immaginato che mi sarei spinta tanto oltre col peso corporeo, comunque.

Ieri sera ho cenato con due involtini primavera comprati al discount. Un tipo di cibo che mi è sempre piaciuto, il problema era l'olio di cui era cosparso e intriso. 160 calorie a pezzo. 320 calorie di puro grasso. E stamattina mi son svegliata con 6 hg in più di ieri: 88,8 kg per la miseria di meno di 1 metro e 60. Pare proprio che la dicitura obesità di secondo grado mi si addica.

Se chi sta leggendo questo post ne ha letti anche altri saprà che ho in programma un by-pass gastrico. Per i primi del 2018 - mi hanno dato un appuntamento per una visita di controllo il 12 settembre, ma per l'intervento ci vorranno minimo tre mesi. I requisiti ci sono quasi tutti: IMC superiore a 30, e patologie cardiache annesse... Ma non so se il fatto che sono obesa da relativamente poco (da gennaio del 2017) possa ostacolarmi, visto e considerato che in genere a sottoporsi l'intervento sono pazienti con una storia di obesità di minimo cinque anni alle spalle (cinque anni non sono sette mesi, e per di più, io, prima d'adesso, non sono mai stata un'obesa nemmeno di primo grado, pur avendo sofferto di sovrappeso in passato).
L'intervento non mi spaventa. Non solo perché mi mantengo cicciona in maniera comunque ancora ragionevole - se pesassi solo dieci chili in più la situazione sarebbe di già molto diversa -, dunque, essendoci relativamente poco grasso, non sarebbe molto rischioso; ma anche perché sono disposta a mettere a repentaglio la vita pur di porre fine a questo dilaniante conflitto, fra mangiare-nonmangiare, avere fame e forzarsi a digiunare oppure essere depressi e nervosi e dare fondo al frigorifero, ingrassare e dimagrire, dimagrire e poi reingrassare. Mi sono sfracellata le ballottole di tutto questo.

E, sebbene abbia un atteggiamento più sereno riguardo le discriminazioni a cui sono soggetta per l'enorme ammontare del mio peso corporeo (vedi su) (della serie: gente che nemmeno ti guarda in faccia; gente che è sgarbata con te anche se nemmeno la conosci; gente gioiosamente idiota che ti prende per il culo per la strada; gente che ti guarda sogghignando; gente che ti tratta con freddezza mentre dovrebbe aiutarti con affabilità a scegliere un capo d'abbigliamento), cioè ho imparato a dire "pazienza" e a guardare avanti, c'è qualcosa che assolutamente non posso vincere: la tristezza che mi assale ogni volta  per il confronto con lo specchio (o con qualunque superficie riflettente, piccola e grande).
Non accetterò mai quel cotechino strizzato da reggiseno e slip che è il mio corpo, non vorrò mai adattarmi a vivere con questi rotoli di ciccia dappertutto.

Il corpo: una prigione di carne con cui mi muovo quotidianamente. Un cappotto di ciccia che mi si è attaccato come una zecca alle ossa - le mie ossa, affondate in questo enorme ammontare di lipidi che rende i miei contorni confusi e indefiniti. Le forme armoniche di un tempo, quelle dei 59 kg di cui già all'epoca mi lamentavo, depressa, perché 6-7 kg in più per me erano uno sconvolgimento radicale, perché ancora non sapevo neanche cosa significasse essere veramente grassi, sono ancora qui, sotto questo ammontare di ciccia repellente che mi rende simile all'omino Michelin: basta solo limare, limare, limare, fino a riesumarle. 
Il tempo e la tenacia faranno il loro lavoro. 

Quindi, io e te, Skinny: finché tentazione non ci separi.



domenica 30 luglio 2017

All flowers in time bend towards the sun.



Oh, all flowers in time bend towards the sun
I know you say that there's no one for you
But here is one
All flowers in time bend towards the sun
I know you say that there's no one for you
But here is one, here is one...
Here is one


giovedì 27 luglio 2017

Aggiornamenti.

Mia sorella è tornata ieri sera dall'Emilia. Non avevo voglia di vederla. Non avevo voglia di andarla a prendere in macchina. E' bastato che mia madre mi dicesse e mi lasci andare sola?, perché cambiassi subito idea.
E' salita in macchina e non mi ha salutata. S'è fatta ancora più magra, praticamente non ha massa grassa in corpo. Se non fosse minuta d'ossatura la sua anoressia sarebbe lapalissiana. Per la verità non credo sia anoressica; credo che soffra dell'EDNOS chiamato dieting (ossessione maniacale per la dieta e la forma fisica).
E' alta 1,53 e peserà non più di una quarantina di kg.

Mi sono sforzata di non guardarla lungo tutto il tragitto. Forse è invidia? Sì, è invidia, pazienza. Ci sono momenti che la odio profondamente. Mia madre non faceva che compatirla per il fatto che il suo coinquilino non la tratta con rispetto, contagiando anche me. Mi ero, tipo, fatta l'idea che lei avesse una vita molto solitaria e sofferta, fatta di frustrazioni e sopportazioni: la cena di ieri sera mi ha fatto cambiare idea. Ha fatto vedere a mia madre tutti i video in cui si divertiva con le amiche, alle lauree, ai concerti, nei locali con la musica dal vivo.
Mi sono detta che tutti quanti abbiamo i nostri problemi, e che mia sorella non può proprio lamentarsi dei suoi.

Mia madre insiste sul fatto che la situazione che suo padre ha creato nella nostra casa pesi anche sulle sue spalle. Senza dubbio l'ha fatto, in passato; ma pur di non sentire il minimo cruccio, una volta cresciuta, lei ha scelto la strada dei vigliacchi. Quella del mettersi dalla parte del male, quella dell'avvocato del diavolo: difendere ad oltranza il suo (e il mio; e quello di mia madre) aguzzino.
So bene perché ieri non mi ha salutata: ancora le bruciavano le accuse (che nella sua onestà intellettuale lei, nonostante l'apparenza, non poteva che riconoscere come sensate) contro suo padre che le avevo rivolto in chat il giorno prima. E' proprio il fatto che io ho ragione e lei (e suo padre) torto che non riesce a sopportare; lei era quella che da ragazzina diceva "io ho sempre ragione", sulla falsariga della sentenza del suo genitore maschio: "io ho sempre ragione, soprattutto quando ho torto".

Comunque, mi ha accarezzato la mente l'idea di invertire il ritmo sonno-veglia pur di non vederla finché non tornerà in terra nordista. Ma poi ho pensato che mi sarei persa anche mia madre.
Sembra chiaro che lei, mia madre, sia arrivata all'ultimo treno della sua vita. Ieri sera mi ha detto testuali parole: non ti accompagno più. E queste parole mi hanno accompagnata durante tutto il viaggio in macchina, durante il quale me ne sono stata in silenzio a versare lacrime su lacrime mentre la radio suonava Stop crying your heart out.
Il pianto inarrestabile non si è arrestato neanche a casa. Mi è rimasto incollato agli occhi anche quando mi sono arrampicata sul letto. Un nugolo di emozioni dolorose annidato in gola come una matassa. Ho ascoltato Fragile della Mannoia.
"Non fasciarti il braccio prima di essertelo rotto!", mi sono rimproverata con la poca serenità mentale che possedevo, oltre le nubi del dolore. Ma niente. Non riuscivo a smettere.

Mia madre è entrata in camera mia e mi ha chiesto cos'avessi.
Niente. Ho ventitrè anni, e vorrei solo dormire con te.
Accarezzandomi la testa mi ha detto di non preoccuparmi, che me la caverò anch'io, che ci saranno tempi felici anche per me. Non ha proprio capito perché stessi soffrendo così tanto. Non gliel'ho detto, sapendo che col suo carattere avrebbe sdrammatizzato. E certi dolori vanno tenuti al riparo dai grossolani ridimensionamenti che li banalizzano. Certi dolori vanno accuditi e preservati, tenuti nascosti nel cuore.
Ecco perché ho taciuto. E con la testa premuta sulla sua spalla, dopo un po' ho smesso di piangere. Ho dormito.

domenica 23 luglio 2017

Nostalgia for winter.

Jamie Heiden - After the rain

L'acqua cade dal cielo, e le suole delle mie scarpe scricchiolano a contatto con la pioggia dell'asfalto. Di quelle romantiche mattine in cui mi sembrava di avere il mondo sul palmo della mano non ho memoria, solo nostalgia cava di ricordi.
Ho lasciato il mio cuore sotto i portici di Pisa, in un'uggiosa mattinata di novembre, e il mio volto sul foglio di quel ritrattista da strada che mi ha fermato a Firenze per farmi un disegno. La mia anima è ancora là, dopo quattro anni. In un mondo che pare un'altra dimensione rispetto a quella in cui mi trovo adesso: sola, reclusa in casa, nella campagna rurale del Sud, con il cielo bianco e lo scirocco ad arrostire il paese alla brace.
Questa non è casa mia.

"Darei
tutto quello che ho
pur di trovare qualcuno
che mi porti a casa".

Sento di non appartenere a questo luogo. L'orizzonte brillante e il cielo azzurro. L'odore della salsedine. La sabbia fina e calda e gli ombrelloni aperti al sole. Non è questo il mio posto.
Sento nostalgia dell'inverno, con le strade che odorano di bagnato e la pioggia che cade lenta sui tetti delle case. Con il cielo annuvolato e brontolante. Sento nostalgia di quelle sere in cui uscivo per andare a fare la spesa e tornavo alle sei del pomeriggio che era già buio, e fuori tutto il mondo era nero, e l'unico suono nell'aria gonfia di umidità era la pioggia che batteva con delicatezza sull'asfalto. Il silenzio. La notte senza stelle. L'acqua che scendeva a fiumi dalla discesa della collina, quella che portava in centro. La natura mi coccolava. La natura mi cullava fra le braccia con dolcezza.
Mi torna in mente l'Irlanda. Natale di cinque o sei anni fa. Mi si erano congelate le dita nonostante portassi i guanti. Ubriaconi cantavano canzoni stonate barcollando vicino al trenino della tranvia, affondando con gli scarponi nella neve. Era tutto straordinario. Fuori c'era freddo, ma nei pub e nelle locande la gente si scaldava con la gioia di vivere.
Dublino è una città accogliente e calda. Non so perché la gente descriva i dublinesi come persone scorbutiche e antipatiche. Ho trovato la stessa accoglienza festosa che in genere si riserva ai turisti nel nostro Paese, solo molto più raffinata, più civilizzata. Nei ristoranti sembrava di stare nel mondo delle favole. Finestre a quadrettoni a far da balconcini alla neve, leggera e soffice. Ho assaggiato uno strano burro che non riuscivo a togliermi di bocca.
Volevo studiare inglese per tornarci e trovar lavoro lì.

La dieta procede a rilento. Due giorni fa ho perso 1,1 kg in un solo giorno. Ma i successivi due mi sono mantenuta (+ 1 hg in tutto). Mangio comunque molto meno di prima, e non è un gesto sofferto. Non credo di riuscire ad arrivare a 65 kg per il 23 ottobre. Non ha importanza. Dove arrivo metto punto.
Ho litigato con mia sorella per un'ingiustizia che ha mosso a mia madre riguardante il giorno della sua laurea. Sempre per via di quel cane che non chiamo padre perché non lo è. In paese, in provincia, tutti sanno delle sue scorrettezze. Del suo essere delinquente. Del fatto che una volta ha persino rubato nella farmacia dove lavorava.
Lo psi ha proposto di incontrarlo. Lui non vuole venire se non in compagnia di "sua figlia G." (mia sorella). Peccato che lo psi non acconsentirà mai a fare entrare anche mia sorella nello studio con lui. E, se dovesse farlo, patti chiari, amicizia lunga: devo esserci anch'io a supervisionare, ond'evitare che lo psi si faccia abbindolare dalla sua indole manipolativa, scorretta e menzognera, per mettere i puntini sulle i qualora dovesse raccontare qualche bugia grossa per arrampicarsi sugli specchi.
Questo maiale mi sta rovinando anche il rapporto con mia sorella. Da quando è passata dalla sua parte, la detesto. Se è con lui è per forza contro di me. I due affetti non possono coesistere, per me. Sono pronta anche a rinnegarla.


venerdì 21 luglio 2017

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.

L'oscurità è la mia base, perché sono una mediocre e sulla serenità non ho niente da dire.
Ma in realtà sto attraversando un momento di relativa pace: niente più pianti, niente più liti, niente più alcol in quantità da coma etilico e niente più pensieri suicidari. Quasi. Quelli non si scrostano nemmeno con la spugna di ferro. C'è un momento, la sera, che devo staccare dai pensieri frivoli e costringermi a pensare alla vita. Tutto l'inverso di quello che fanno le persone normali.

Mi combatto ogni giorno. La mia parte emotiva cozza con la mia parte razionale, ma sento che vincerà la seconda, giorni come questi. Basta che io mi ricordi che devo essere lucida. Se provo a tenere gli occhi aperti riesco a reggere la luce. Quel tanto che basta. Solo quel tanto che basta per non continuare a rovinarmi da sola.

La mia misantropia rimane inalterata. Non ho quasi mai antipatia nei riguardi delle singole persone che incontro, ma della società in generale. Animale asociale. Scruto ostile la razza umana proseguire, dalla mia tana. Parlare di calcio, di donne, di uomini, di cerette e di abbonamenti in palestra.
Con tutto l'impegno che posso metterci, non sarò mai dei loro.
Il mondo fuori è instabile come sabbie mobili, volubile. Riesco ad aver fiducia soltanto in mia madre. Solo in lei sento di poggiare su solide basi.

giovedì 20 luglio 2017

Without you, I feel alone.


"She says, I've got a darkness
that I have to feed
I've got a sadness
That grows up around me like a weed
And I'm not hurting anyone
I'm just spiraling in".

Essere sola mi piace. Forse sono un'asociale. Forse mi sono soltanto abituata. Al male ci si abitua. A tutto ci si abitua.
In passato mi sentivo in errore, come se volessero negarmi la possibilità di amare. Quello che non avevo capito è che c'è un modo corretto di amare, e non è quello di farsi dominare dalle passioni e inseguire spasmodicamente il proprio oggetto d'amore. L'oggetto d'amore era il fulcro della mia esistenza. Non potevo sopravvivere al pensiero di starne senza. Nella mia mente non c'era altro cruccio. Quello di C. E quello di perdere peso. Benché fossi già perfetta. Me ne accorgo ora che sfioro gli 89 chili. Non avevo niente di cui lamentarmi.
Dall'alcol non mi separo. Ho assunto 600 kcal di cibo e 350 di alcolici. Devo dimagrire e non ce la faccio. Devo dimagrire e mi sembra un traguardo piuttosto futile. Non sarò mai felice. Nemmeno dimagrendo - comunque, non dimagrirò. Scelgo l'alcol. Perché non ho proprio niente da perdere.

Ah, ecco una cosa che farà di me una persona che pensa produttivamente al suo futuro: forse comincerò a lavorare da apprendista nello studio di un corallaio (uno fra i più grandi; forse, il migliore in assoluto al mondo). Forse aprirò un negozio di collane in pietra pomice. Forse studierò per prendere la patente. Forse studierò anche per prendermi una fottuta laurea del cazzo che non mi aiuterà a realizzare sogni di cui ho timore.
Ma perché tutto questo dovrebbe rendermi una persona completa? Perché dovrei sentirmi motivata e a posto con me stessa?

Quando c'era C., la mia vita, per quanto squallida, miserevole, brutta, solitaria, ridicola, sofferta, aveva almeno un senso. Ora cala il buio. Cala il sipario. E io ho finito di dire tutto quello che c'era da dire.

mercoledì 19 luglio 2017

La morte dell'amore.

Viene verso di me, tranquillo, implacabile, come tutte le altre volte. Ma oggi non ho paura. Forse è il dolore a impedirmelo. Il dolore insopportabile che mi artiglia le viscere. So che lui farà cessare quell'agonia, come ha sempre fatto. Non per cattiveria, né per bontà. Semplicemente perché deve. Perché Fallen è la morte. Uno strano tipo di morte. Fallen è la morte dell'amore.

Ieri sera ho festeggiato la fine con una lugubre bottiglia di vino bianco. Mandato giù come se fosse niente. Non ero ubriaca. Ero solo un po' alticcia. Un grande universo fuori da quella porta, mentre la notte stellata osservava silenziosa me che camminavo per le stanze buie con le lacrime che mi rigavano la faccia e la musica nelle orecchie. Come una zombie, di nuovo col cervello in vacanza.
Bosco dei Placebo.
Io e lui siamo così insignificanti l'uno all'altra, divisi da una sostanziale indifferenza infarcita di un poco di irrisorietà (da parte sua) e di amarezza (da parte mia). C'è stato un tempo in cui lo stronzetto del liceo faceva una strage, ma solo del mio cuore, e mi domandavo per quale ragione non molte altre (a parte la ballerina figa della classe) se lo filassero. Per quanto ne sapevo io, claro. Aveva degli attributi indiscutibilmente positivi (una bella altezza, sull'1.85; un fisico magrissimo e asciutto) uniti ad altri che un occhio freddo avrebbe giudicato "brutti", ma per me quella sua faccia era odiosamente bellissima.
Altro, di lui, non sapevo.
L'unica cosa che so è che sognava l'amore.

So che continuare a parlarne non servirà a nulla, ma di recente c'è stato un ultimo "battibecco virtuale" e lui è tornato nella mia vita sfondando di spalla la porta. Non per sua volontà, ma per mia debolezza. Il quindici luglio ero felice. Felice di averlo trovato di nuovo. Almeno inizialmente.
Ho realizzato che tutto ciò che mi rendeva triste era il pensiero che lui fosse morto.

Prende in giro, sfotte, gioca coi miei sentimenti. Un tempo sarei morta di dolore. Oggi ricambio con uguale ironica strafottenza.
Fai vedere quanto ti piace giocare, C.
Mangiata viva da questo irresistibile passatempo così pericolosamente vicino al cuore. Mentre mi diverto a rispondere alle sue provocazioni, potrei essere già di nuovo sprofondata nella zona morta. Quella di chi pensa e non viene pensato.

domenica 16 luglio 2017

Che differenza fa? Nessuna.

16 luglio 2017
resoconto (inutile) della solita giornata solitaria di ieri.

Di pomeriggio avevo deciso di bere, di saltare il Selincro per concedermi un po' più leggerezza in serata. Nel frigo-bar del supermercato c'erano quattro Tennent's; avevo optato per tre ma mi son detta va be', una in più. Facciamo piazza pulita. Ho comprato una busta di paella surgelata e sono tornata a casa.
Al momento del rincaso avevo dentro solo una banana e mezzo bicchiere di latte scremato (saltato il pranzo), ma non avevo fame. Non avevo neanche "sete": non sentivo il bisogno di alticciarmi. Ma mi son convinta di averne invece bisogno e così, da due birre che volevo consumare, sono riuscita a berle tutte e quattro una dopo l'altra. Che, si sa, una delle rogne peggiori dell'alcol è che se cominci a berne un bicchiere, ne vuoi sempre di più. Ecco perché agli alcolisti che vogliono smettere consigliano di non toccarne mai una goccia per tutta la vita.
Dopo la terza stavo già per svenire (essendo a stomaco vuoto), ma la testadicazzaggine è tanta. Del resto quella birricella sola soletta circondata da quelle altre tre vuote mi faceva pena. 
E chissà se un giorno mi farà pena anche mia madre, che è costretta a litigare con me quando in seguito la scongiuro di accompagnarmi in centro per comprarne altre due, troppo sbattuta dall'alcol per camminare. Ma andiamo per ordine.
Dopo aver mandato a fanculo D. (che già stava male di suo) c'è un vuoto che non riesco a riempire. Mi pare fossero le sei del pomeriggio, circa. Non ho la più pallida idea di come mi sia venuto in mente, a un certo punto (alle otto-otto e mezza) di contattare G. per parlargli. Lui mi ha scritto di chiamarlo verso le 9,30 perché era a lavoro. E' lì che è sorto il bisogno della 5-6° birra: perché, da sola non ce la faccio, dicevo, non ce la faccio a dirglielo senza l'ausilio della miserevole birricella. Io sono un verme.
Così ho litigato con mia madre. Lei se n'è andata via di casa come spesso fa quando litighiamo per l'alcol o quando esprimo la necessità di bere più del necessario. Rimasta sola a chiedermi come me la sbrigo (lei s'è portata via i soldi). Forse posso far finta di essermi scordata e non chiamare più G? Passa un'oretta e si fanno le 9,45. Quello mi manda un messaggio per ricordarmi di chiamarlo (si vede che ci tiene a sentire cos'ho da dirgli). Lo chiamo e vuoto il sacco (l'alcol di prima non è ancora svanito del tutto), lui inizialmente ti vedo solo come un'amica e poi ci penserò. "Io non sono una bellona, ma se mi affeziono a qualcuno do tutto il mio cuore". Brava miserevole cogliona, a parte la frase da quinta elementare ti sei appena cacciata in uno splendido casino.
Più tardi avrei ridimensionato la cosa: poco importa se abbiamo avuto quella conversazione. Posso far finta che non sia successo niente, se lui non me ne farà cenno andrà tutto tranquillissimo. Quello che mi domando è perché ho sentito il bisogno di fare una cosa del genere. Non ho nemmeno pensato a qualcosa come "rimarrò tutta la vita sola", "devo sistemarmi", il punto è che forse ieri era una giornata peggiore delle altre.
Ho dormito a singhiozzo fino alle 5. Alla fine mi sono arresa e mi sono alzata. Il peso è sceso di 500 grammi, se mi pesassi alle 11 forse sarebbero anche 700 o 800. Cercherò di rimanere a digiuno fino a quell'orario. Del resto, che sono 6-7 ore di astinenza paragonate alla vastità della vita di merda che mi tocca ancora sentirmi passare addosso?
Mia madre mi ha scritto un messaggio talmente pieno di amore che mi ha fatta sentire una povera stronza per ciò che le ho detto ieri sera.


Alla saluta andonio, e niente. Ormai non c'è limite all'ammontare di schifo che provo per me stessa, tanto che arrivo persino a farmi pena. Questa è la foto dell'alba di stamattina vista dalla veranda della mia casa, tanto per mettere qualcosa di bello e potenzialmente profondo (ad cazzum) in un post che non è che lo srotolamento sporco e penoso di cui potevo tranquillamente fare a meno di quanto sono una persona triste, desolantemente sfigata e senza una vita che sia degna di essere chiamata vita.
Queste minchiatelle che faccio sola soletta a casina casuccia non sono che gli impulsi elettrici che mi infondo per illudermi di combinare qualcosa nella noia in cui affondo corpo e mente.

Buona domenica. La mia sarà orrenda, e per protesta nei confronti del mio cervello idiota mangerò il meno possibile.