domenica 19 novembre 2017

Le quattro leggi indiane della spiritualità.

1. La persona che arriva è la persona giusta.
Così tu, che per me non conti, sei uno dei tasselli importanti che regge gli equilibri del mio palazzo. Grazie a dio ci sei, perché è di te che ho bisogno.

2. Quello che succede è l'unica cosa che sarebbe potuta accadere.
Volontà di dio: questa è la realtà, in ogni sua spicciola manifestazione. Svegliarsi una mattina e dire sì. Lasciare che la vita segua il suo corso. Non opporsi, non lottare, accettare, rassegnarsi, forse aprire le mani. Io non vedo a un centimetro dal mio naso. Sono così ignorante e così stupida. C'è qualcuno, nell'aria, che ne sa più di me.

3. Il momento in cui avviene è il momento giusto.
Sincronicità. Queste dita si muovono su questa tastiera esattamente al momento giusto. Ma lo saprà il padreterno quando sarà il momento di smettere per me di provare tutto questo dolore... Nella prossima vita voglio nascere cieca, non accorgermi di nulla. Intanto, continuo a far buon viso a cattivo gioco. Ho imparato che al mondo ho ci sono troppi agnelli travestiti da lupi, e troppi lupi travestiti da agnelli.

4. Quando qualcosa finisce, finisce.
Così faccio un favore al mondo, e forse col tempo mi sembrerà un favore anche per me stessa, anche se per adesso è solo una somma di solitudine, nostalgia e sentimenti di dolore e delusione, e accetto la fine. Quando potrò perdonare, proprio per la legge n.3, ci sarà una persona che saprà darmi una mano, aiutarmi ad uscirne, amandomi. Sono certa.



giovedì 16 novembre 2017

Sono un insieme di violenze e di speranze.


I Pink Floyd cantavano, in Animals, I know that you care what happens to me so I don't feel alone. Io, invece, rivendico il diritto di fregarmene. Che "tu" possa interessarti a quello che mi succede, o alle lacrime che piango, alle mie crisi, ai miei sbalzi d'umore, ai momenti in cui rido anche se vorrei morire, oppure no. Io conosco benissimo il modo in cui appaio. Ho ben chiara in testa questa immagine: quella che vedo riflessa nei loro occhi chiusi a fessura per le troppe risa. Per il troppo disprezzo. Non mi sento sola. Sarei lasciata in balia del mondo in ogni caso. A contare solo sulla forza delle mie gambe. Tutta la vita.
Quindi giudica quello che vedi, butta pure questa merda nel cesso e tira lo sciacquone: tutto quello che mi rimane da abbracciare, comunque, sono le mie stesse spalle.
Qualche volta alzo la voce, nel tentativo di ribellarmi alla tirannia che mi opprime; vivo nella confusione e delego le responsabilità perché dalle responsabilità vorrei fuggire.
Sogno ad occhi aperti praticamente sempre: la mia ben labile stabilità mentale si erge su questo. Immagino senza l'impegno di una speranza. Non riusciranno a riportarmi a terra. Non c'è niente di buono per me, a terra. Qui, posso essere quello che voglio.
Mi sembra di aver passato tanti anni rannicchiata in una zona buia e morta, asciugandomi le lacrime coi palmi, aspettando che venisse qualcuno a interrompere tanta pietà e tanta follia, tanto disordine.
E' evidente la mia predestinazione a rimanere sola. Persino questo spazio, sta perdendo visite.
Così anche le persone della mia vita, se ne vanno alla fine.
E in sottofondo la perfida regina, e il gelo, e la solitudine, e la paura, il disprezzo, la rabbia, la stupidità, la follia.

mercoledì 15 novembre 2017

Mal di cuore.

Soffro di un male al cuore di cui non posso dire e per il quale, una volta, se mi ucciderò, nessuno saprà mai. E quantunque sapranno, penseranno che sia solo la conseguenza del delirio di una pazza.


martedì 14 novembre 2017

Reattività zero #2

Una notte insonne mi ha spremuta finché non ho capito che qualunque fosse stato il valore che mi avresti attribuito, qualunque fosse stato il tuo modo di giudicarmi e di considerarmi, non sarebbe cambiato niente.
Ricordo ogni lacrima che ho versato, gli occhi pesti, i miei lividi, le occhiaie, i tagli sul corpo, il vomito nel cesso, quel numero sulla bilancia che saliva mese dopo mese; e ricordo di essermi vista precipitare, e ruzzolare giù dal pendio di una collina, per anni. Dolori interni, sofferenze eterne, ferite che si chiudono e dentro non si vedono. Nonostante ciò, non provo risentimento. Non riesco ad avercela con te.
Devi fare quel che devi. Andare avanti col tuo carico di dispiaceri, dolori, responsabilità, fatiche, divertimenti, rinunce, sporadiche gioie e felicità, sacrifici, momenti buca e di noia.
E se ti fosse rimasto il granello di sabbia di un dubbio: non sei responsabile della mia serenità.


Reattività zero.


"Troppi uomini pensano che io sia un'idea, o che possa completarli, o che possa riuscire a ridargli la vita... ma io sono solo una ragazza incasinata che cerca la sua pace mentale: non farmi carico della tua"
"Questo discorso me lo ricordo molto bene..."
"Ti avevo inquadrato, eh?"
"Avevi inquadrato il genere umano"

- Se mi lasci ti cancello

lunedì 13 novembre 2017

Present

Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guadarlo sull'orologio.
Ti auguro tempo per guardare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

(E. Michler)

giovedì 9 novembre 2017

I'll see you on the dark side of the moon.


Tutto quello che ci rimane, ad oggi, è ridere: di me che resto, di te che te ne vai.
Ridi, la bocca si sbellica, ma gli occhi rimangono morti, e vuoti.



martedì 7 novembre 2017

Non sono più.

Sono sollevata di non sentire più, e al tempo stesso mi manca, quella disperazione di avere piena consapevolezza della mia solitudine. Mi svegliavo in piena notte e non volevo dormire: volevo stare sveglia a contare i granelli che componevano il monumento al mio disastro, tormentarmi nel dolore fisico di chi sta crollando di stanchezza eppure deve stare sveglia per farsi male.
Al momento, e credo che sia un pensiero perfettamente lucido, farsi male è l'unico modo logico per esistere.
E tutto questo lo sto scrivendo senza avere, come in passato, un destinatario depositario delle mie confessioni, delle mie amarezze: sento, da qualche tempo, anche il piacere di non avere nessuno con cui parlare, di essere ascoltata dal niente e dal nulla e di sentire il silenzio e il vuoto attorno a me, un silenzio e un vuoto confortante nel quale depositare i miei sfoghi che, non essendo uditi, non saranno nemmeno sviscerati, sezionati, spulciati e giudicati ferocemente.
Posso dire di sentirmi una stupida. Di vergognarmi di esistere. Volevo urlarlo al mondo, ma le persone non capiscono, non si curano delle parole, o le sfruttano e le rivoltano come un calzino per arrivare a una valutazione di chi le pronuncia nel complesso, non nel particolare. Così sono stata zitta. E mi sono tenuta la vergogna e il senso di stupidità che mi caratterizza da tempi immemori, e soprattutto negli ultimi tempi.
Ho un alibi inattaccabile: l'alcol, che negli ultimi tempi ho utilizzato in maniera smodata, quasi ogni giorno. L'alcol che mi muove come se fossi una marionetta del cazzo senza cervello né pudore. Il sistematico e criminoso spingersi ad errare che mi porta a pensare: dai, sarà bello sentirsi storditi, davanti a una macchina che cade a pezzi. Il tempo di dimenticarti dei tuoi doveri, delle tue responsabilità. Dal momento in cui bevo, pardon, io sono stupida anche da sobria; ma dal momento in cui bevo, divento di una stupidità ancora più acuta, e questa mia inadeguatezza salta al mio occhio una volta che mi ridesto dai fumi dell'ebbrezza. Vergogna. Imbarazzo. Cosa avranno pensato? E' tanto più difficile per me, che esisto solo in funzione del giudizio degli altri.
Perciò ho deciso che non berrò più.
Stanotte, alle tre circa, mi sono svegliata e sono andata in cucina. Sigaretta - duole anche ammettere che continuo a fumare come un pescivendolo napoletano, e i miei denti ne risentono molto, così come pure la mia salute - e una sola domanda essenziale: cosa devo fare della mia vita? Finalmente arriviamo alla resa dei conti. Qualcosa deve pur cambiare, sennò non ce ne si esce. Continuo a ripetermi che ormai ho toccato il fondo. Che il fondo l'ho sfondato, a dire il vero. Così, vado per gradi: proposito: mollare la bottiglia. Al momento mi pongo questo obbiettivo. Anche perché tutti gli altri mi sembrano futili e impossibili da realizzare.
Non sto bene. Lotto ancora per non soffocare nell'inerzia e nell'accidia, nella depressione. Lotto ancora per trovare la spinta, ogni giorno, per dirmi: mettiamoci a studiare, perché l'atto di prendere appunti di per sé non è inutile, non è tempo perso. Consapevole che fallirò sempre, perché è al fallimento che la mia vita è votata. E le cose che circondano il mio mondo si fanno trasparenti come le ali delle mosche, e se si sforzano di farmisi più visibili le trovo irritanti. Trovo irritante anche la mia gatta, non la nutro più, lascio che a prendersi cura di lei sia mia madre. Ogni giorno il minimo indispensabile è preparare da mangiare - solo per me, a mia madre neanche penso - e badare all'igiene personale. La vita è scaduta.

venerdì 3 novembre 2017

One day, I'll disappear.

Un giorno sparirò. E forse quel giorno non è tanto lontano. Forse quel giorno è oggi. Forse era già ieri. Forse sono nella zona morta da mesi, e non me ne sono mai accorta.
Mi avevano raccontato di un film horror in cui una famiglia percepiva delle presenze ostili in casa. Tutto il film sembrava la classica storia di una casa infestata di fantasmi. Alla fine del lungometraggio la madre vedeva la sua tomba dalla finestra. I fantasmi erano loro, e quelli che ritenevano spiriti erano persone in carne e ossa.
La mia lapide si trova là fuori, magari sotto il mio naso. Come in hangman, piccoli indizi come lettere dell'alfabeto compongono il profilo del mio corpo appeso a un cappio. Li vedo giorno dopo giorno.
Non esisto più. Non riesco nemmeno a sentire la mia voce.
Sono sola.
Ieri sera era una serata di merda come tante serate di merda che compongono la mia vita. Avevo fregato una decina di euro tramite un sotterfugio a mia madre ed ero andata a comprarmi un cartone di vino da 2 euro al supermercato. Me l'ero bevuto quasi tutto in serata. Sembrava tutto tranquillo. Ho scritto una mail, ho sfacciatamente dato il mio contatto Skype a un australiano [basterà ignorare la sua richiesta di amicizia], e gradualmente l'alcol che avevo in corpo ha fatto effetto, deprimendomi e innervosensomi. Nulla di così sorprendente: l'alcol deprime il sistema nervoso. Così mi sono abbuffata. Poi, le dita a scavare fino in fondo alla gola.
Tutto già visto.
Stanotte mi sono svegliata più volte, presa dall'ansia e dai sensi di colpa perché non avevo studiato abbastanza e cazzate del genere. La bestia che mi mangiava dall'interno si svegliava con me e mi divorava pezzo a pezzo assieme alla vergogna, all'umiliazione, alla paura e allo sconforto. Mi stringevo la testa fra le braccia a mandare via quei demoni e trovavo conforto. Mi alzavo dal letto - un'anima in pena - e vagavo per la casa senza scopo, senza sapere cosa fare, triste e tormentata. Accendevo la tv, facevo zapping fra i programmi di musica, anche la voce dello speaker radiofonico mi feriva, quelle immagini, le immagini dei video musicali, mi perseguitavano. Fumavo. Bevevo il caffé rimasto nella moka. Mi rimettevo a letto, sempre stringendomi la testa fra le braccia, sperando che i mostri se ne andassero via.
Sono andata avanti nell'ologramma di sogni conturbanti e orrendi fino alle otto del mattino. Alle otto del mattino ho aperto gli occhi e ho maledetto le otto del mattino. Troppo presto, tutte quelle ore a pesare il nulla. Ho cominciato a formulare dei pensieri per rassicurarmi: forse devo prendermi una pausa da internet. Un giorno o due. Propositi che non sarei mai riuscita a mantenere.
Ho dormito ancora. Fino alle undici meno venti. Alle undici meno venti stavo già meglio: era mattinata inoltrata, meno ore a sopportare il peso della propria solitudine.
Altri pensieri rassicuranti: dovrei riprendere a mangiare solo 300 calorie al giorno. Vendere l'anima per il completo controllo. Forse può aiutarmi.
Qualcosa si è di nuovo rotto - mi sono di nuovo rotta io. In questa strada spazzata dallo scirocco, il cielo è un tramonto nebuloso senza spessore e la polvere è tutto quello su cui poggiano i miei piedi. Ho finito di essere. Sono finita. Sono scomparsa. Sono morta. A voi vivi rimane il beneficio del dubbio: ci saranno altre albe, altri tramonti, e poi ancora una volta sorgerà il sole? Per me, il sole è tramontato per sempre oltre la collina. Depongo le armi e smetto di lottare.
Ho visto la mia tomba.


giovedì 2 novembre 2017

Paul Auster

«Credo malgrado tutto che ogni persona sia sola, tutto il tempo. Si vive soli. Gli altri ci stanno intorno, ma si vive soli. Ognuno è come imprigionato nella sua testa, e tuttavia noi siamo quello che siamo solo grazie agli altri. Gli altri ci “abitano”. Per “altri” si deve intendere la cultura, la famiglia, gli amici. A volte possiamo cogliere il mistero dell’altro, penetrarlo, ma è talmente raro! È soprattutto l’amore a permettere un incontro di questo genere. Circa un anno fa, ho ritrovato un vecchio quaderno dei tempi in cui ero studente. Lì prendevo appunti, fermavo delle idee. Una citazione mi ha particolarmente impressionato: «Il mondo è nella mia testa. Il mio corpo è nel mondo». Avevo diciannove anni, e questa continua a essere la mia filosofia. I miei libri non sono nient’altro che lo sviluppo di questa constatazione».

- Paul Auster, da un’intervista a Paris Review

mercoledì 1 novembre 2017

Ripararmi.

Lasciare il controllo del male, le reti, le diete, e se è il caso di perdere parti di sé. Se fossi lucida avrei una visione chiara di come risulto all'esterno e pertanto saprei anche come comportarmi per ottenere un feedback positivo. Ma essere perfetti richiede una concentrazione e un impegno che sono stanca di metterci. Voglio essere così, stupida, incosciente, preda della malignità del prossimo e in balia dei suoi pensieri di scherno, lasciata alla deriva nel mare della mia ignoranza come una barca al largo, senza rotta, senza meta.
E tutto quanto si fa organo di questo patire,
io lo detesto con ogni fibra del mio essere,
perché non so soffrire con eleganza,
non so accartocciarmi in silenzio,
non so parlare di questo non-esistere senza fine, di questo eterno nulla cavo come un guscio di noce, utilizzando parole che esprimano i reali sentimenti che conservo nel cuore. Qualora abbia ancora sentimenti. Qualora abbia ancora cuore. Col tempo sono andata imbruttendomi, irrozzendomi. Un foglio scarabocchiato coi pennarelli da un bambino disordinato rappresenta il contenuto della mia mente. Lasciata troppo tempo sola, troppo tempo senza amore. Ma se un tempo me lo inventavo, adesso il mio orgoglio brucia, ferito, e si è rassegnato alla sua assenza.
Se al principio non mi trovi, insisti,
se non sono in un posto, cerca in un altro,
io mi fermo da qualche parte ad aspettarti.
- Walt Withman, Canto di me stesso
24 anni sporchi di cenere e di merda, un giorno apri gli occhi e scopri che non riesci più a chiamare "vecchio" nessuno. Il tempo della tua giovinezza si sta esaurendo. Dal punto di vista anagrafico a poco a poco va accorciandosi, come un filo che si consuma mangiato da una fiammella, mentre dal punto di vista delle occasioni e delle speranze è già terminato. Non sarai mai felice. E quanto più la tua malattia si aggrava, tanto più diventi dipendente, incapace di fare tutto, impedita e spaventata dalle più semplici responsabilità.
Avrei bisogno di un uomo al fianco, non perché io sia una sostenitrice del maschilismo che vuole la donna incapace alle dipendenze morali del maschio dominante, ma per smezzare un pezzo di cuore e un pezzo di solitudine.
Lui era la mia metà. Forse io non ero la sua, ma lui era la mia.



domenica 29 ottobre 2017

Hiro Onoda, il giapponese che continuò a difendersi per ventinove anni da un nemico che non esisteva.


Ricordo una frase letta sull'ultimo post di una ragazza anoressica qui su Blogger: dentro di noi ci sono giganti sopiti che, se svegliati, potrebbero spaventarci.
Ricordo una storia letta su Facebook. Riguardava un soldato giapponese di nome Hirō Onoda. La condivisi sulla mia bacheca perché la trovai affine alla mia situazione. Come io continuo a nascondermi in trincea da forze sconosciute e invisibili, che in ultima analisi si trovano solo nella mia testa, Hirō Onoda lottò ventinove anni nella giungla dell'isola di Lubang, nelle Filippine, difendendosi da un nemico che non sarebbe mai arrivato.
Per approfondimenti: link
Qual è la precisa linea di demarcazione fra quella che è un'impressione paranoica e quella che è la realtà - oggettivamente spesso crudele - dei fatti? E' mai possibile che la vita sia sempre così crudele, con me, tanto da non lasciarmi un solo attimo di pace, una sola occasione di gioia?
E se, come Hirō Onoda, finirò solo per passare decenni della mia vita a nascondermi nella giungla della mia malattia da nemici che non esistono se non nella mia testa?
Ogni volta che credo di aver dimenticato l'ottava lettera dell'alfabeto, l'ottava lettera dell'alfabeto torna a mettere a soqquadro ogni mio progetto, a porre disordine nell'ordine di ciò che può essere chiaro, sereno e pieno di pace. L'ottava lettera dell'alfabeto è nella mia testa, è un'estensione dei miei pensieri più marci e malati, e continuerà a rovinarmi la vita ancora per tanto, tanto tempo. Finché non sarò troppo vecchia per immaginarmi la felicità.
Forse non ci sarà alcun folle in cerca di creature mitiche o alcun Taniguchi a portarmi a casa, lontana dalla selva oscura nella quale mi sono perduta.
Ho bisogno di aiuto.

martedì 24 ottobre 2017

Estratto.

[...] Mia sorella forse è anoressica. Pesa meno di 38 kg per un'altezza di 153-154 cm e porta la 34-36. Ogni anno dimagrisce sempre di più, chilo dopo chilo. Scompare, sfoggiando sorrisi di orgoglio personale, sotto vestiti che le vanno ogni giorno sempre più larghi. Ovunque non riesce a vestirsi, perché tutto è di una taglia o due più grande. Risponde perfettamente ai canoni dell'anoressica-tipo, con la sua indole così maniacalmente perfezionista e arrivista. Non conta le calorie, ma mangia comunque pochissimo, e non ha alcuna intenzione di prendere peso. Se le accenni all'argomento si fa acida e ti insulta. Lei soffre di carenze di attenzione dovute al fatto che non si sente amata da mia madre (ma ne approfitta per fare la cocca di mio padre).
Non mi sono mai considerata bulimica - e figuriamoci poi anoressica - neanche quando avevo un bmi di 21 perché mi ritenevo, ancor più che "troppo grassa" per avere un dca, (visto che sembra essere un ragionamento molto in voga fra le anoressiche), mentalmente impostata su linee di pensiero diverse. Spiego meglio: una bulimica, come un'anoressica (se si legge il saggio di Massimo Recalcati, l'ultima cena, si può capire che sono la stessa identica sindrome che si manifesta in modi diversi) è orientata, una volta che raggiunge un peso piuttosto basso, a mantenerlo e preservarlo con tutte le sue forze. Come fa mia sorella, che salta la colazione, mangia a pranzo una fettina di carne e a cena pomodori.
Io, a 52 kg, quando ero normopeso, e tutti già cominciavano a farmi i complimenti e i maschi a notarmi per la strada, desideravo essere più magra. I 35 kg li volevo, e vomitavo, e soffrivo anche solo per un gelato; spesso digiunavo o prendevo i lassativi per un dolce; però a un certo punto qualcosa si è rotto, ed è quella rottura che mi ha fatto capire che in realtà sono una falsona. Perché una bulimica non si sarebbe rotta: una bulimica avrebbe continuato a vomitare fino ai 35, o quantomeno avrebbe mantenuto il peso. Io invece ho: smesso di vomitare; cominciato a bere; cominciato ad abbuffarmi con cibo ipercalorico alla stregua di una grassona - e infatti grassona poi lo sono diventata.
Una bulimica si sarebbe tagliata le vene, ma col cazzo che sarebbe arrivata a un bmi di 36. Io stessa, quando ero cicciottella (sui 58 kg) al liceo, e campavo alternando giornate da 6 kcal (solo tè verde senza zucchero, calcolavo anche quello) ad altre da massimo 130, e guardavo gli obesi in fila alla cassa del supermercato con in mano le loro tavolette di ciocccolato di seconda scelta (segno che non erano un regalo), mi chiedevo cosa frullasse loro in testa e mi dicevo: "meglio la morte, ma io non sarò mai come loro!". L'ironia della sorte. Non sapevo cosa mi aspettasse. Adesso non compro la cioccolata (né le patatine, né i biscotti, né la Nutella), non mangio junk food, però il mio metabolismo è talmente stremato che, tanto, ingrasso pure se mangio 70 grammi di pasta all'olio. E neanche quella introduco, perché ho il terrore dei carboidrati tipo pasta e pane. Allora come ho fatto a prendere quasi 40 kg? E com'è che ancora non ne ho persi magari 10? La risposta sta su: il metabolismo, e aggiungo: l'alcol, da cui non riesco a separarmi.
Ad Acireale non mi hanno curata per i dca, ma per il bipolarismo (in realtà io soffro di Disturbo Borderline di personalità). Pesavo 53 kg x 156, e per i medici - ignoranti - ero evidentemente "troppo grassa" per essere anoressica. In realtà l'anoressia è una questione mentale, non di peso. Tant'è che hanno coniato il termine Anoressia atipica per riferirsi a quelle/gli anoressiche/ci che rispondono a tutti i criteri dell'anoressia meno che a quello del peso (essendo normopeso o addirittura sovrappeso).
Due anni più tardi, venendo a sapere che vomitavo otto volte al giorno tutti i giorni e che continuavo ad assumere 300 calorie nell'arco della giornata (anche se poi finiva che mi abbuffavo fino alle 2000), mi diedero la diagnosi di bulimia nervosa. Ma c'è voluto del tempo e della fatica: nessuno voleva riconoscere che stavo male. E anche questa era fonte di malessere, per me.
Ho un vissuto di psicoterapia lungo 10 anni. I dca sono cominciati 7 anni fa. Ma qua in Sicilia sono tutti degli incompetenti, anche se io non ne farei una questione di latitudine: in realtà ne ho visti tanti, da tutte le parti d'Italia, da nord a sud, e prima che azzeccassero la diagnosi di anni ne sono passati otto. Dei deficienti tutti, praticamente, anche quelli che avevano la fama di essere dei "luminari".
Vivo terrorizzata all'idea di incontrare i miei ex compagni, se esco lo faccio quasi solo con mia madre avendo ormai solo un'amica (ne ho appena persa una per la mia dipendenza dall'alcol, ma non ho davvero perso nulla, in fondo: era un'opportunista), e passo le giornate a casa con il vago progetto di laurearmi, che prima mi rendeva motivata e felice, ma che adesso ha perso ogni attrattiva. Mi sono innamorata in passato, adesso l'ho dimenticato e comincio a pensare che non mi succederà più di avere quel guizzo di gioia nel cuore, quella sensazione che tutto vada e andrà per il verso giusto.
Non vedo gioia nel mio futuro. Ma anche suicidarsi mi sembra una gran cazzata, ormai.

domenica 22 ottobre 2017

Where's my love?



Non sto dicendo che tutto debba durare per sempre. Sto anzi dicendo che sto accettando che a tutto quanto c'è una fine. E che, anzi, quella fine la sto incoraggiando perché di questa situazione sono stanca. Uno sguardo dalla lente del telescopio a quando tornavo a casa da scuola con le braccia coperte di cerchietti di melatonina bruciata. Al mio tempo delle mele che erano mele marce e avvelenate.
L'amore non mi ha mai regalato niente di positivo. E c'è il rischio che tutto quel che abbia avuto da darmi sia questo.
Affondi nella depressione e ti chiedi cosa faccia la gente per non sentirsi sola.
Come la passa la giornata? Cosa pensa? Che pensieri formula? Cosa fa? Come tira avanti a campare?
Come fa a non annoiarsi? A non sentirsi triste?
A parte ubriacarsi.
Sei cascata testa e piedi nell'abitudine all'alcol, e questo perché non riesci a sentirti felice, ma neanche triste. E' una condizione terribile, quella di chi non ce la fa a pendere né da un lato né dall'altro. Ed è il baluardo della depressione.
Dormi, forse qualche ora di troppo. Il sonno ti mangia qualche ora di vita. Ti svegli e sei di nuovo triste, arrabbiata, depressa. Avresti dovuto passare quelle tre ore desta, anziché nel mondo dei sogni. A guardare mostri. A sognare mostri. A vivere incubi.
Non c'è speranza di stare bene, e tu lo sai bene. Non c'è gioia nel futuro, non vedi amore nel domani, solo questa febbricola perenne che non se ne va, e questa casa che si chiude su di te come a volerti schiacciare.

venerdì 20 ottobre 2017

Il Giorno Del Disastro.

So you hate me?
Don't worry, I hate me too.

Ad oggi, 20 ottobre 2017, c'è solo una cosa che fa di me un essere che può essere inquadrabile nel genere Umano: il mio corpo: sgradevole, lasciato a trascurare sé stesso in balia di una depressione che credevo superata ma che torna arrampicandosi su pensieri sconnessi e vuoti di accidia e inerzia, il mio corpo, brutto ai sensi... Eppure dotato di tutti i componenti essenziali per rispondere alle credenziali di un corpo umano - dovrei ringraziare l'angioletto per questo. Ci dev'essere stato un giorno, forse segnato sul calendario da una divinità parecchio stronza e a cui sono sempre stata per motivi che ignoro - ma che mi appaiono incontrovertibili - sul culo, in cui sarebbe cominciata l'era del mio disastro. Da bambina arzilla, vanitosa, impertinente, irascibile, perfettina, intelligente e diligente che ero. Come una palla che rotola giù per un pendìo, a partire da quel giorno sarebbe peggiorato tutto. Sarebbe sbocciato dal nulla il seme della perversione, che crescendo si sarebbe evoluto in una bestia carnivora che adesso mi mangia dall'interno. Guardo dall'esterno questa brutta persona scrivere. Lei è brutta ma quello che la circonda lo è altrettanto. Ultimamente le risulta insopportabile ogni leggerezza, lo sguardo sereno e vacuo di sua madre, che non sa e non saprà mai un cazzo del suo patimento, lo sfrigolìo del caffé sul fuoco, gli argomenti leggeri che riempiono il vuoto patinato dei salotti televisivi, e quelli altrettanto futili a cui la gente di tutti i giorni presta tanta attenzione. Ma lei non è che una reclusa che abbaia all'aria. Non è che un'eterna bambina spaventata della sua stessa ombra che conduce una vita triste, solitaria e deprimente, senza stimoli, senza volti, senza voci, senza amore, senza gioia. Sola. Davanti ad una macchina. Da anni ed anni, tutto il giorno. Tanto che crede di essere ormai simile ad una macchina anche lei. Rozzo si è reso il suo aspetto fisico e rozzi sono anche i desideri e i sentimenti che la muovono. Tanto che pensa che quelle persone - ammesso che esistano; ma con buone probabilità esistono, questa vita è un incubo dal quale lei personalmente non riesce a fuggire - che la istigano al suicidio non abbiano poi tutti i torti. Quantomeno, il loro agire è comprensibile - benché non raggiungeranno mai il loro scopo, quei poveri stronzi, perché alla brutta bestia quello che non la ammazza (e ci sono ben poche cose che la ammazzano) la rende più forte. E poi sovviene la domanda: quanti decenni ancora da sola, terrorizzata dal mondo, a combattere con i fantasmi della propria mente?


mercoledì 18 ottobre 2017

Senseless life.

In questa bella palla ovoidale che gira a velocità ultrasonica nel vuoto di un universo infinito, ogni giorno, da miliardi di anni, sorge alla luce di un sole che si affaccia sulle colline dei mille mondi che l'uomo conosce, e su quelli che non conosce. La notte arriva, cala l'oscurità, qualche ora di buio su un atomo sperduto in uno spazio di sconfinato silenzio lunare. Il giorno tornerà, tornerà e bagnerà di luce i mari e le pianure, farà crescere gli alberi e maturare i frutti.
Ogni minuto, su questa Terra, nascono 141 bambini. Ogni giorno vengono al mondo 200.000 nuove vite. Nuove vite che saranno condannate a percorrere lo stesso, noioso e inutile, cammino dei loro padri: per quanto, infatti, ci illudiamo che ogni vita sia unica e speciale, ognuna risulta uguale all'altra se consideriamo che in un unico modo è cominciata e soprattutto, che allo stesso modo terminerà. Il figlio sarà condannato a passare circa sessant'anni della sua vita a lavorare sodo; prima sui libri e poi con il lavoro vero e proprio. Verrà sottomesso dalla logica materialista che vede il guadagno fine a sé stesso come unico motore della vita. Fino a - in taluni casi - diventarne schiavo. Finirà, certe volte, persino per anteporlo al resto degli aspetti della vita. In ogni caso, la sua vita non avrà altro senso se non quello del lavora - guadagna - produci - crepa. Qualche amico, o un amore, se gli va bene, ad illuderlo che ci sia dell'altro, che la vita abbia un senso, che non sia solo un grosso imbroglio o la grossa presa per i fondelli senza capo né coda che è.
Poi invecchierà. Si ammalerà. Gli verrà il cancro, la cirrosi epatica, la demenza senile, l'alzheimer. Andrà indebolendosi e imbruttendosi ogni giorno, sfiorendo nella mente e nel corpo, come una brutta maschera di gesso che va deteriorandosi anno dopo anno. Fino al giorno in cui succederà: un giorno in cui la sua vita finirà, così come è cominciata. Così come dal nulla è arrivato, il figlio deve tornare al nulla. Perché? Una risposta non c'è. E' così e basta. E non ci si può opporre.
Il suo corpo verrà seppellito sotto metri di terra e diverrà concime per la terra. Cibo per vermi. Nel giro di mezzo secolo sarà polvere. Non esisterà completamente più. Cancellato per sempre dalla faccia della terra.
La vita non ha senso, e dopo la morte non c'è una minchia. Poi la gente può attaccarsi alla religione, straparlare di Paradiso e Inferno, Dio eccetera, ma l'amara realtà è questa.
Per questo negli ultimi tempi per tanto tempo non riesco a dormire. Ogni azione che compio - e che continuo a compiere - mi sembra inconsistente e priva di significato. Per questo ritengo che qualunque sia il mio futuro, non dovrò sentirmi in colpa. Tutto questo rimane senza senso. Che io riesca a realizzare i miei obbiettivi o che io rimanga fino alla morte una signora nessuno.

sabato 14 ottobre 2017

Hay Una Sombra Sobre Mi.

Incastrata in una vita dalla quale non riesco a fuggire e a partire dalla quale non trovo uno sbocco. Mi sono messa a tu per tu con il presente e ho cominciato a snocciolare ogni possibile evoluzione: Palermo - Torino - Casa - Lavoro. Torino rimane l'eventualità più proficua, ma anche la più dura da affrontare. Finché rimarrò sola, sarò sempre là a soffocare mentre annaspo nel più freddo e vuoto nero. La verità è che non sono più. C'è un'altra ombra sopra di me e non ci sono soli che possano mandarla via. Mi sento sempre più trascurata nella mia rozza follia, sempre più debole, sempre più confusa. Comincio a mangiare veramente poco e quando eccedo (anche se di poco) vomito. Dimagrire non servirà, comunque, se sarò sempre così sola.

Devo ricordarmi di non dormire fuori tempo perché mi rende, al risveglio, di pessimo umore.

Ho sognato di spingere una bicicletta per le strade del mio paese portando in sella una ragazza. Era un bel sogno, ma ero così triste quando ho aperto gli occhi. Forse perché non c'era più.


mercoledì 11 ottobre 2017

Guardo La Mia Vita Attraverso Un Bicchiere Di Vino.

and now we go our separate lives and breaking the ice is getting harder but there's no need to waste our words on what's gone and over 

Di unghia mangiucchiate e capelli che cadono. Se l'amore scioglie il cuore e addolcisce i lineamenti, il mio volto è duro come un pezzo di pietra e il mio cuore è freddo come i ghiacci del Polo Artico.
Apatia da vuoti interni, accidia, nervosismo e morte del cuore. Sto cercando un modo per attraversare questo ponte pericolante senza cadere nelle acque gelide del fiume di troppe insicurezze. La verità è che io non sono in grado di amare. L'opportunismo mi muove. Vado avanti di persona in persona, sfruttando. Mi importa di te finché mi servi. Ecco perché sono sola.

Io ti aspetto e nel frattempo (soprav)vivo.

Non sto aspettando nessuno, in realtà. Sto solo ammazzando il tempo in una cella frigorifera che conserva intatti i miei organi. In questa stanza buia, sempre uguale, mi illudo di fare qualcosa di produttivo per me stessa leggiucchiando dispense di spagnolo, e fra un bicchiere di vino e l'altro la mia tragedia va consumandosi. Non ho realizzato niente. Non ho fatto niente. Da due giorni mangio poco (sotto le 800 calorie) e ho PRESO mezzo chilo. Oggi ho bevuto e mangiato. Domani scade la settimana e io non ce la farò nemmeno a perdere 1 kg. Figuriamoci i 2 kg che mi ero prefissata.

 Non sono abbastanza lucida nemmeno per parlare dei miei sentimenti.
Ascolto musica rock spagnola e sogno un futuro diverso.
La vita violenta con rave party, musica psichedelica, feste e comide che mi immaginavo, non sarà mai mia.
Sono solo una tranquilla giovane donna con la passione per le lingue che farebbe meglio a smettere di sognare l'impossibile, se vuole smettere di soffrire.

sabato 7 ottobre 2017

Parole dalla zona morta.


Il prezzo lo sai è un po' il mare
sembra che ti culli ma poi ti vuole ingoiare.

Zoppicare di ore grige. Claudicare di giornate dal sapore di plastica. Ventiquattro anni sono passati strisciando sulla polvere e sullo sporco. Linee che si intersecano nel disordine e scrivono una storia senza struttura. L'eterno ritorno dell'uguale. Il ripetersi continuo degli stessi paradigmi. Sto guardando questo film da ventiquattro anni e ormai so come si svolgerà. Starò meglio. Starò di nuovo peggio. Tornerò ad avere un guizzo di benessere. Cadrò di nuovo nel baratro. Mi illuderò di stare bene solo perché tutto rimane perfettamente uguale a sé stesso. Continuerò ad accontentarmi di ombre e finzioni. Continuerò a cibarmi di spezie.
Sono una sognatrice. La mia struttura mentale si ergeva sull'ottava lettera dell'alfabeto. Otto era il numero che univa tutti i punti. Camminavo per aria. La gabbia era calda. Comoda. Dalle grate spiavo il paese delle meraviglie. Dal mio trono potevo essere quello che volevo essere. Le loro voci coprivano il silenzio. Camminavo al loro fianco. Se non sono esistiti nella realtà dei fatti, sono esistiti nella mia mente. Nel mio cuore, era vero. Nel mio cuore, l'ottava lettera era una questione vera e seria. Tanto che credo di averci perso qualche pezzo. Forse l'ottava lettera - che sia esistita o meno - si è presa un pezzo di me. Avrò bisogno di un lungo periodo di riabilitazione e di diversi punti di sutura. Avrò bisogno di tanta gente vicino e di un quintale di amore.
Una volta volevo morire, volevo essere lasciata in un manicomio. Adesso voglio essere sommersa dall'amore. Voglio il tocco delicato di una carezza. Di dolore ce n'è stato abbastanza.


venerdì 6 ottobre 2017

E adesso che si fa?

Ho una visione nebulosa di me stessa, sospesa, fra l'ottimismo stupido e la voglia di ricascare nel baratro testa e piedi. Mi rendo conto, talvolta, non sempre, di quanto povera sia la mia esistenza; in fondo altro non ho che questo spazietto virtuale. Qualche volta immagino come sarà fra dieci anni. Mi pongo delle preoccupazioni: sarò ancora qui? Ci saranno ancora questo ed altri posti ad accogliermi? Sarò più vecchia e più triste, e non avrò ancora concluso nulla nella vita? Vorrò morire? Una voce consolatrice mi rassicura che in dieci anni le cose possono cambiare. E io potrei non sentirmi più così sola, così perseguitata e attaccata affettivamente ai miei assassini. Sembra già che il sole di quest'era del disastro stia tramontando, e proprio sulle ceneri di questa faccenda sorgono dubbi orrendi, dubbi che sono incubi da veglia: se fosse tutto stato frutto della mia mente disturbata? Se io fossi sempre stata sola, in compagnia solo dei fantasmi silenziosi della mia mente? Se avessi parlato all'aria per sette lunghi anni, nel silenzio e nell'ombra? Il mio delirio è sorto dalla troppa solitudine, ce n'era abbastanza per impazzire e sono impazzita. So di essermi costruita da sola un mondo ostile e so che il mio cervello ha fatto di tutto per avvalorare questa ipotesi irreale negli anni una volta che ha preso piede nella mia mente, focalizzandosi su indizi che a un'interpretazione più serena potevano essere tranquillamente spiegabili razionalmente.
Ho corso tanto, lungo questa strada sterrata, perseguitata da voci e percosse, e adesso, d'un tratto, rallento, mi fermo e mi rendo conto che la mia pelle è priva di segni. Tutto immaginato. Tutto frutto della mia fantasia, della mia follia. Di troppo dolore e di troppa solitudine.
I mostri vivono dentro di noi e con me hanno vinto.
Le cose si metteranno meglio. Troverò un equilibrio in questa situazione triste. Mi abituerò a non pensarci, o a pensarci sempre meno, fino a non sentirmi più invasa, perseguitata, limitata nelle azioni.
L'idea del togliersi la vita mi sembra remota, al momento. So che non c'è speranza di essere felice. So che la mia vita non sarà mai piena di gioia, di amore, di realizzazione e soddisfazione. So che rimarrò sempre triste, più o meno sola e senza amore (io l'amore non so cosa significhi), più o meno insoddisfatta, più o meno spaventata, perché ormai è così che mi sono formata.
So tutto questo per certo e vado avanti lo stesso perché indietro c'è solo da ammazzarsi. E io conservo ancora un orgoglio tale che non mi consentirà mai di arrendermi alla morte.



martedì 3 ottobre 2017

Total eclipse of the heart.

Le giornate si susseguono le une identiche alle altre. Mi illudo di essermi spinta sempre un po' più in là, di aver finalmente compreso il meccanismo di questo mondo perverso e di essere arrivata a una svolta interiore importante; quella che mi consentirà di non essere colta impreparata nel momento in cui il prossimo tenterà di approfittarsi di nuovo di me. Ma sono sempre così ingenua.
Davanti a me vedo una vita intera da trascorrere fra la noia e il dolore. E so che l'unica cosa che potrebbe salvarmi, è anche l'unica che non voglio provare mai più.
Sono fatta così. Inizialmente mi fido in maniera sfrontata. Poi sovvengono i dubbi. I dubbi si diramano in mille e mille elucubrazioni. Ognuna di esse rafforza quella sottostante. Quando tutto sembra perdere forza alla luce delle smentite, mi aggrappo a un solo indizio; è sufficiente quello, nessuno può togliermelo dalla testa. E perdo la fede.
Quand'è che questa imbecille chiuderà la boccaccia e la finirà di regalare perle ai porci?
Quindi sono sola, di nuovo. Tanto per cambiare. C'è stato un momento, quando credevo di essere di nuovo nel bel mezzo di un'altra possibile storia - mi pare cretino scrivere una cosa del genere, ma tant'è -, che mi veniva facile tutto: uscire, studiare, sorridere.
L'eclissi totale del cuore. Si ritorna al buio. Si ritorna alla solita, pallosa, tristezza, all'amica stretta malinconia.
Ho scoperto di non avere dignità, né orgoglio.
Quindi non stupitevi più di nessuna delle cose che farò.

giovedì 28 settembre 2017

Two Years Ago.

La verità è che finché c'è un conflitto, c'è vita. Finché c'è tensione, ci si salva dalla depressione. Io, invece, sto morendo nelle mani dell'apatia, della monotonia.
Rileggevo il blog che tenevo nel 2015, qui su Blogger. La mia vita era piena fino a solo un paio di anni fa. Ero sempre desolantemente disperata. Ma c'era del movimento interno. La marea che va su e giù, giù e su. Una vita al galoppo, in continuo rinnovamento. Mi azzuffavo con me stessa e col mondo circostante. Tormentata per quei 35 kg di pura anoressia che bramavo con tutto il cuore - e che non avrei raggiunto mai. Ossessionata al punto da non potermi permettere un gelato se non al costo di un fiume di lacrime, digiuni e lassativi su lassativi. Ero fottuta. Ma ero bella così, mentre sfiorivo. Avrei voluto prendere quella me stessa impaurita e piangente del passato per le spalle e stringerla forte fra le braccia. Esserle amica. Dirle che sarebbe andato tutto bene. Perché nessuno, in quel momento, lo faceva. Anzi.
Troppo menefreghismo, troppo pressapochismo, nel trattare i miei sentimenti. E' sempre stato così. Quella Valentina di 53 kg che vomitava e digiunava per un gelato artigianale si meritava molto più amore. Si meritava un uomo vero al suo fianco, e non D. che minacciava di lasciarla come ha sempre fatto da vero vigliacco ogni volta che lei stava male. Non si meritava insulti, abbandoni, esclusioni e prese per il culo. Il suo cuore era una pietra preziosa nelle mani di rozzi bifolchi che se lo passavano di mano in mano senza cura e senza delicatezza, scagliandolo a destra e manca per farsi quattro risate.
Avrei voluto prendere per mano quella ragazza triste e pregarla di volersi bene. Che il peso non è che un numero, che non ha importanza, e chi la pensa diversamente non ha capito niente. Che un giorno, ne sono certa, qualcuno la troverà e saprà volerle bene. Perché in questo mondo così pieno di gente, non credo che non esista nessuno che possa prendersi cura di lei.

P.S. Fra qualche ora comincia la nuova giornata, e complici due giorni passati fuori città sono ingrassata. Spero di mantenermi il più a lungo possibile a stomaco vuoto.

martedì 26 settembre 2017

Bloccata in una vita che non sento più.

La mia vita è scaduta, ha il sapore di uno yogurt rancido. Lo sento sciogliersi sulla lingua e inacidirsi giorno dopo giorno.
Mi viene a noia tutto quanto. Ho perso la voglia di fare tutto. Ho perso l'entusiasmo dello svegliarmi la mattina. Ogni giorno è identico al precedente. Invecchiare non aggiunge nulla: la gente muore, si ammala, il corpo si fa pieno di rughe, si indebolisce, e ci si ritrova soli in balia di un mondo che altro non può portare che solitudine.
La mia vita non ha più ragione di continuare. Io non ho più né motivo né scopo. Me ne sto qui ad ammazzare il tempo in questa esistenza che per me è una condanna mentre il tempo mi schiaccia, e mi rompe le ossa. Lo sento srotolarsi davanti a me, me lo sento passare fra le dita, e ho solo una vaga concezione del fatto che non ho più né passato, né presente, né futuro. Il passato è troppo lontano e insignificante per essere rievocato e rimpianto; il presente è vuoto e insipido; il futuro è la promessa di un eterno patimento.
Questa morte anticipata è di gran lunga peggiore di qualunque dolore io possa aver provato in vita. Mi sento inutile. Provo una profonda noia di esistere. Non so cosa ci faccio qui. Ma non ho sufficiente energia neppure per bramare la morte.
Sono buttata in questa vita come un fottuto pesce in una casseruola. Nel nulla. Ad attendere il nulla. Prima, quantomeno c'erano delle  tappe; quantomeno, c'era qualcosa da attendere. Ora mi sento sul cominciare di un passaggio desertico. Ho perso tutto quanto. Sono senza più vita, senza più emozione. Triste? Depressa? Non sento più niente. Non mi aspetto più niente. Di questo mio corpo, di questa mia persona, di questa mia vita, si è persa memoria, non sono più nulla, non esisto più.
Ogni attività che mi sforzo di mandare avanti mi risulta uno sterile ammazzare il tempo prima di invecchiare e morire. Eppure, come scritto su, non sento ancora di desiderare la morte.
Bloccata. Cementificata. Non c'è niente che possa riportarmi in vita. Niente più mi desta interesse. Niente più mi emoziona. Niente mi riporterà nel mio cammino. Gli anni passano, io invecchio, mia madre invecchia, non ho un lavoro, non so come farò ad affrontare la vita. Sto perdendo tempo prezioso, e non so come mi preparerò dinanzi alle prove cui mi sottoporrà la vita.

giovedì 21 settembre 2017

Dimenticanza.

La disperazione che mi attanaglia le viscere storce il mio muso in una smorfia di doloroso dispiacere. Ho fatto uno di quei sogni che ti lasciano angosciato. Con l'amaro in bocca. Poco importa, era solo un sogno. Ma io sono ugualmente sola, ugualmente disperata, ugualmente impantanata in questa situazione terribile e nera, terrorizzata all'idea di non farcela ad affrontare il Domani. Mi metto davanti gli appunti. Provo a ripetere. Non riesco, è inutile, non ce la faccio. Le nozioni scivolano via dal mio cervello ottuso una volta che le ho lette. E' come se non le leggessi affatto. Sono da buttare via. Devo avere qualche malattia neurologica o qualcosa del genere. Sennò non avrei tutti questi vuoti di memoria. Oggi non ricordavo quanto fa venticinque più tre. Sto dimenticando persino come mi chiamo. Sto. dimenticando. tutto. Mi ricorda il passo di Cent'anni di solitudine, quando a Macondo gli abitanti si erano ammalati della malattia della dimenticanza e José Arcadio Buendìa appendeva bigliettini ovunque come promemoria, finché non arrivò a scrivere: Dio esiste. Sarà il caso di fare un elettroencefalogramma? C'è qualcosa che non va. Non posso andare avanti così. Non è normale. No, decisamente non è normale. Non è pigrizia. Questa stanchezza mentale perenne non è pigrizia. Io vorrei fare le cose. E' che non ci riesco più. Sono vecchia dentro, morta dentro. Ogni cosa mi costa sforzo. Vorrei solo dormire, dormire tutto il giorno. Perché solo quello riesco a fare. Solo quello non mi causa problemi. Di certo non sono in condizioni di studiare. Non con questo cervello marcio che mi ritrovo in testa.


sabato 16 settembre 2017

Un Posto Nel Mondo.

Come quando da bambina mi adagiavo sulla superficie cristallina del mare, facendo "la morta". Galleggiando su un letto di placida tranquillità. Tutta l'angoscia, il dolore, il terrore, la rabbia, il malessere del passato, sembrano un ricordo lontano anni ed anni. Ho trovato questa rinnovata forza in una cosa che si chiama progetto. Il mio progetto è lo studio all'Università. Lo studio per una cosa che fra l'altro amo, le lingue e la letteratura. Che mi porterà ad ottenere anche un posto nel mondo. Il mio cuore è così felice, così pieno di gratitudine. 
Mi nutro di piccoli bocconi di sapere e a poco a poco la mia anima sembra rigenerarsi. La pelle spaccata, arsa e seccata dall'aridità dell'ostinazione ad oltranza alla nullafacenza e della volontà di morte si rilassa e si rinfresca a contatto con questo nuovo balsamo di vita. Che nessuno mi tolga la possibilità di rimettermi in gioco, perché, sa solo Dio, in questi momenti penso che anch'io possa rimettermi in gioco. Mentre i miei occhi scorrono le pagine e le girano, una dopo l'altra, e passo da un argomento all'altro, e rispondo correttamente ai test, e anche la più piccola pepita di cultura sembra arricchirmi come una camera blindata di denaro, mi sembra di non essere più tanto di peso, di non avere dovermi più sentire tanto in colpa per il fatto di non riuscire ad essere utile in alcun modo, o in alternativa ad ammazzarmi. Non sento quasi nemmeno più fame e se la sento la combatto senza sacrificio. Ho realizzato di quanto io non abbia bisogno di quei legami deboli e sterili che mi costruivo ogni giorno per tirare avanti a campare un'altra giornata, da terminare sentendomi triste, in perenne odio con me stessa.
Lasciatemi qui. Così. Finché non avrò ripreso la giusta strada, il mio cammino.
Tutto il resto non ha più la minima importanza.


venerdì 15 settembre 2017

Tired.

Monsters are real, ghosts are real too.
They live inside us, and sometimes, they win.

Sono domande che dovrei rivolgere a un medico piuttosto che venire a scriverle qui, però certe volte mi chiedo di che dca soffra. Non uno dei più comuni, sicuramente.
Ieri sera ho cenato con due morsetti di conto di una cipollina di tavola calda alla carne e con 59 g (tre morsi) di calzone al salame, più mezza porzione di timballo di anelletti al forno. Poi, incurante della gola che mi fa male da almeno due giorni (l'altro ieri ha sanguinato copiosamente), ho rovesciato tutto ciò che ho potuto nella tazza del wc. Sono riuscita a non toccare più niente per tutta la serata.
Succede così: mangio un pasto - a volte ipercalorico, come in questo caso, a volte assolutamente normale -, controllo il peso subito dopo, il peso ovviamente è su, allora scatta la necessità impellente di mettersi il manico dello spazzolino in gola.
Ieri pomeriggio avrei voluto prendere un gelato prima di cena, come fanno milioni di persone normali. Non ci sono riuscita. A tratti, mi rendo conto di quante gioie mi stia togliendo la malattia. Anche l'obesità me ne sta togliendo parecchie. A prescindere dal peso, però, non voglio essere la ragazza acida che bruca un'insalata mentre gli altri mangiano la pizza. Non voglio essere la ragazza imbronciata che non riesce a godersi una cena fuori perché ogni santa volta deve alzarsi per andare in bagno - dimenticandosi anche il gusto del cibo e facendo fare figure di merda a tutti, fra l'altro.
Sono stanca.

martedì 12 settembre 2017

Sta Andando In Pezzi Tutto.

Una conversazione al telefono con una persona che mi diceva che forse non voglio veramente staccarmi da mia madre, guarire. Forse c'è una parte viscida e vigliacca di me che in tutta questa situazione catramosa non se la passa poi tanto male. E' orrendo dirlo o anche solo pensarlo. C'è una parte di me che gode di questa miseria.
Prigioniera della mia mente. Sequestrata dalla mia stessa paranoia. Ho dimenticato com'è essere soli, mentre conosco il sentirsi soli fin troppo bene. Nel frattempo mi tormento per le solite futili questioni. Non credo davvero di avere qualcosa da dire.
Mani gonfie si stringono attorno alle catene dell'inerzia e dell'abitudine. Ma l'ordine potrebbe intaccarsi di un po', i binari inclinarsi di qualche grado: l'e-campus mi ha attivato la piattaforma. Ho appena finito di parlare con la tutor. Stabilire il piano didattico della triennale. Il mio primo esame dovrebbe essere per il 23 ottobre, letteratura spagnola 1. Non ho ancora cominciato, e già il cuore pesa di paura. Già le mani sfregano gli occhi pieni di lacrime di fallimento. Sul serio io mi sento piena di valore, intimamente? Eppure, mi sembra di essere così mediocre. E piccola. E fragile. E senza difese.
Ho smesso di pensare a quello che gli altri possono pensare. Non mi riguarda più.





lunedì 11 settembre 2017

Medicine.



Mi sveglio ogni notte, più volte a notte, mangiata viva dall'ansia e dagli attacchi di panico. Prima di rendermene conto, le benzodiazepine erano entrate in circolo nel mio sangue e mi avevano resa schiava di loro. Tanto che non sarei più riuscita a farne a meno. Sono solo medicine. Fanno bene alla tua mente. E' solo che il tuo cervello non produce determinate sostanze, e tu hai bisogno di integrarle artificialmente. Tutto qua.
Mia sorella - quella alla quale ho augurato di prendere 18 all'esame di psichiatria - sta facendo delle ricerche. Per me. Povera sorella mia, non c'è niente da fare, per me. Quantunque dicano che il disturbo borderline sia il "migliore di tutti" in quanto curabilissimo con la sola psicoterapia, non c'è speranza di guarire. Questa è la mia profonda convinzione. E sono così stanca di lottare...
La vita mi ha indebolita tanto. Vi prego, non voglio odiarvi.
Leggevo un testo sul narcisismo e ho compreso di essere una narcisista anch'io. Dove il sentimento di inferiorità è manifesto, sotto la superficie c'è quello di superiorità, e viceversa. Non vorrei essere così arrogante. Non vorrei credermi piena di valore - quando non ne ho. Vi prego di credere in queste mie parole: ho sempre disprezzato i narcisisti e vorrei tanto non rientrare nella categoria. Ma le stesse convinzioni patologiche che ho - quella di essere al centro di un complotto mondiale - non fanno che avvalorare questa ipotesi. Sono malata. E ho bisogno delle mie medicine. E ne avrò bisogno per tutta la durata della mia vita.
Morirà presto.
Domani avrei dovuto andare a Verona, non andrò. Scappo da un progetto all'altro. E il prossimo progetto si chiama Torino. Fra un mese e mezzo o poco più.
Poi prenderò la laurea e comincerò a lavorare.
E anche se sarò sempre sola, posso ancora raggiungere l'autonomia che tanto desidero.


martedì 5 settembre 2017

Post inutile.

Sono giorni di una fiacchezza aberrante. Non riesco a leggere, e questo era prevedibile: un'attività tanto tranquilla e culturalmente stimolante stride col mio modo di essere irrequieto come unghia affilate contro la lavagna. Non riesco, però, a fare praticamente null'altro; nemmeno ad ascoltare musica. Non posso nemmeno dormire. Riesco solo a mangiare, bere e fumare. Tormentata da un malessere fisico che è simile ad una febbricola. E da uno psicologico che mi toglie la forza e la voglia di fare altro che stendermi a letto e cercare di prendere sonno. Tutto il giorno.
La dieta era cominciata bene - ad oggi ho perso, in sei giorni, 1,2 kg - ma ultimamente anche la mia forza di volontà sta avendo una flessione verso il basso. Basti pensare che sono l'una passata e ho assunto più di 938 calorie fra colazione e pranzo. L'unica cosa che mi può salvare è saltare spuntino e cena, ma so già che se la prima cosa è fattibile al 65%, la seconda è quasi impossibile.
Questo mio bozzolo di ciccia che non oso più chiamare corpo rimarrà tanto orrendo ancora per molto, molto tempo. Forse per anni.
Mi ero messa in testa di perdere 2 kg alla settimana, ma se dovessi rispettare questo piano avrei due giorni di tempo per perderne 0,8, e so già di non potercela fare. Temo, anzi, di prendere di nuovo peso nei prossimi giorni, fino a tornare al punto di partenza. I pronostici puntano a questo, e sono le condizioni che li stabiliscono ed incoraggiano.
Ieri sera ho ingoiato una quantità imprecisata di gocce di Entumin (ipnoinduttore) perché ero rosa dall'ansia e dal nervosismo, tanto che tremavo come una foglia. Il flaconcino in teoria era vuoto, ma mi è venuto in testa di togliere il beccuccio e ho consumato tutto il medicinale che era rimasto. Non so quante gocce fossero, di certo una quantità pericolosa. Una piccola pozzangherina di utilissimo calmante amaro sul fondo del bicchiere, che poi ho miscelato a un po' d'acqua.
Un centinaio di gocce sono già pericolose per la salute, ma se sopravvivi stai due giorni in modalità zombie e dormi come un ghiro. Se oggi pomeriggio mia madre mi rifornirà di medicine, avrò il mio cocktail-scacciapensieri prediletto pronto a soddisfare ogni mia esigenza di morte. Vedete, a dare medicine in mano a una cretina si rischia che la cretina ci lasci le penne. Ma nel mio caso non è una tragedia.
Stamattina mi sono svegliata alle 6,30 dopo la dormitona di ieri e per un attimo è stato come tornare ai tempi del liceo, quando mi svegliavo alle 6 e la casa era silenziosa e immersa nel sonno, e io fumavo quelle stupide sigarette guardando la portafinestra chiusa alla tenue luce di fuori, preparandomi alla carneficina che mi avrebbe resa vittima solo due ore più tardi, allorché mi sarei buttata in pasto a quella quotidiana sensazione di solitudine fra la folla. E' stata una sensazione strana. E triste. Sarà che hanno dato in onda Titanic, che avevano trasmesso anche verso la fine del mio quinto anno di liceo. Qualcosa mi ricorda quei tempi. Come se non fosse del tutto finita - come se mai in fondo finirà, finché ne avrò memoria.

P.S. Ho incontrato una ex compagna di classe domenica alla Lidl. Ha guardato il contenuto del mio carrello, poi distrattamente in alto, ma non mi ha riconosciuta. Sfido io. Quasi 31 kg in più del peso più in alto in assoluto di quattro-cinque anni fa, quando lei mi conosceva. Neanche io, al posto suo, l'avrei fatto.


domenica 3 settembre 2017

Casa.


 
Casa, è dove voglio essere
Prendimi e rigirami
Mi sento confuso, nato con cuore debole
Immagino di dovermi divertire
 
Meno ne parliamo e meglio è
Ce lo inventeremo strada facendo
Piedi per terra, testa per aria
Va tutto bene, so che non c'è niente di male, niente
 
Ho un sacco di tempo
Hai una luce negli occhi
 
E tu sei qui accanto a me
Amo il trascorrere del tempo
Mai per denaro, sempre per amore
Coprimi e dammi la buonanotte, dammi la buonanotte

Casa è dove voglio essere
Ma immagino di esserci già
Torno a casa, lei spiega le sue ali
Immagino che questo debba essere il posto
 
Non riesco a distinguerne uno da un altro
Ti ho trovata io, o tu hai trovato me?
C'è stato un tempo, prima che nascessimo,
se qualcuno chiede, è qui che sarò, è qui che sarò.
 
Scivoliamo e andiamo alla deriva
Canta contro la mia bocca
 
E in tutto questo marasma di gente
Il tuo volto è un paesaggio
Sono solo un animale che cerca una casa e
di condividere uno spazio per un minuto o due
 
E amami finché il mio cuore non si ferma,
amami finché muoio,
Gli occhi si illuminano
ti osservano
Copri gli spazi bianchi
Dammi una botta in testa.
 
 

venerdì 1 settembre 2017

Time, have mercy - The promise

Vedo...
... questo divano logoro e strappato, questi muri scrostati, questo vetro graffiato.
Sei stato qui. Sei sempre stato qui.
Sei nei lamenti di ogni giorno, nei capelli bianchi, nelle rughe che le solcano il volto.
Un giorno te la porterai via. E io piangerò tanto, tanto. E soffrirò come un animaletto sotto la pioggia, raggrinzito dal freddo. E non ci sarà "casa" per me da nessuna parte, perché lei è casa mia.
E tu me la toglierai.
Mi toglierai lei e con lei tutto quello che ho.

Ho questa foto in testa che vorrei salvare sul pc e poi stampare.
Per tenerla nascosta nel portafoglio e guardarla di tanto in tanto.
Ma l'ardire di fare una cosa così sfrontata, non ce l'ho. Non ho abbastanza faccia tosta di fronte a me stessa. Quella me stessa che mi giudica.
Avrei voluto C. Solo questo.
Ma sono contenta di non averlo conosciuto.
Se l'avessi conosciuto, forse non sarebbe stato perfetto. Forse io non sarei stata perfetta. E adesso mi ritroverei con un cuore morto fra le mani. Invece - vedi? - batte ancora. Dategli solo un po' di musica in pasto, e tornerà a pulsare a ritmo col nulla. Dategli una scarica di adrenalina e si sentirà di nuovo in grado di scavalcare le nuvole.

Voglio morire.
Voglio morire.

martedì 29 agosto 2017

Vietato morire

I swear to you, I'll never love again
I swear to you, I'll never eat again
I'll never trust again.

Vedo i pericoli lampeggiare ovunque, e rimango ferma a fissarli, chiedendomi come posso fare per fermare questa dolorosa sensazione di incoscienza, leggera e luminosa come la calda pioggia d'agosto. Soffocando nell'interno delle viscere il sentimento di abbandono. Lacrime si staccano dalle ciglia e spariscono in mezzo all'acqua del water.
La quiete del dopo-tempesta.
Il panico. Il vomito. 
Come in Paranoid Android dei Radiohead.
Le dita talmente in profondità nella gola che potrei raggiungere lo stomaco e cavarmelo dalla bocca. Strapparmi quell'ammontare di schifo dalla cavità orale direttamente dalla fonte.
Il cibo è una brutta e vecchia strega agghindata da affascinante fanciulla. Una graziosa e invitante fetta di torta glassata nello stomaco è un vomitevole grumo di impasto putrido.
L'ansia.
Da qualche parte, troverò un posto in cui appallottolarmi in pace, un posto in cui non arrivino rumori, né grida, né accuse, né giudizi, né risate, né insulti. Né carezze. Né complimenti. Né incoraggiamenti. Che ne ho abbastanza anche di quelli.
Da qualche parte, in terra, c'è silenzio. E non c'è senso di colpa. Non ci sono specchi. Non ci sono lacrime. E non ho paura di rimanere sola. Se possibile, vorrei portare con me solo una foto. La sua. Stringerla forte fra le manine cicciotte. E guai a chi me la tocca.
Sono passati quasi cinque anni.
E lui mi ha solo presa in giro.
E io lo amo ancora come il primo giorno.

*post scritto ascoltando e riascoltando "Sei" dei Negramaro.*

martedì 22 agosto 2017

Scardovelli


Am I bad or am I good?


Dimentica del mondo,
dal mondo dimenticata.

La finzione, caro lettore, è esente dalle classificazioni della discrezionalità.
La finzione è, per definizione, la negazione di ogni realtà. Di qualunque realtà. Quella tua che oggi ti è andato di traverso l'omogeneizzato e sei venuto qui solo per trovare il pelo nell'uovo e insultare e quella di quell'altro che invece mi ritiene ad una visione d'insieme una persona abbietta e antipatica, e quella di quell'eventuale (ipotetico) che crede che io non sia poi così male.
Io non sono né un mostro, né una persona antipatica, né una brava persona.
Io sono la maschera che indosso in tutte le circostanze. Una, nessuna e centomila. E tu non puoi giudicarmi. Mi spiace, non puoi. Puoi leggere queste parole e pensare che io sia una stronza o che il mio sia un discorso interessante. O banale e riciclato milioni di volte.
Quello che voglio dire è che non puoi pretendere di avere una visione obbiettiva sia pure personalmente delle cose già quando ti trovi davanti a qualcuno che è a suo agio con sé stesso, dunque figuriamoci davanti a un camaleonte umano come me.
Si punta ad essere accettati, quando non accettati amati, quando non amati detestati. Ma posso avere questi tre obbiettivi a seconda del tempo che fa di fuori, del tempo che fa di dentro, del modo in cui ti relazioni oggettivamente a me, del modo in cui penso ti relazioneresti a me, del modo in cui mi hai trattata due mesi fa o solo l'altro giorno e soprattutto, di ciò che mi ordina il mio cervello, a disagio con sé stesso e simile a una linea radio disturbata a tratti e in momenti inaspettati.
Se vuoi sapere cosa ne penso io di me stessa, lettore, ecco cosa ne penso interiormente, ad una visione d'insieme: sono una persona marcia dentro. Cattiva. Opportunista. Poco sensibile - se non per ciò che mi riguarda. Ecco, io sono suscettibile. Qualche volta il mio cuore si commuove per gli altri, ma basta una minima offesa e ribalto il tavolo da pranzo con tutte le pietanze sopra. Il mio cuore si ferisce facilmente, e non perdona altrettanto facilmente. Se mi deludi, comincio ad odiarti, e non c'è freno al mio odio. Cresce, cresce di intensità ad ogni mossa falsa. Sarai squalificato per sempreA meno che tu non sia il bersaglio del mio tornaconto masochista e autodistruttivo. In quel caso, se compiacere te significherà far del male a me stessa, sarai il mio dio finché ti dimostrerai utile al ruolo.
E questo lo sai perché, lettore?
Perché io ti odio, sì, ma soprattutto odio me stessa più di chiunque altro al mondo.
Sai cosa me ne faccio della tua vicinanza, della tua ipocrisia, del tuo amore, del tuo odio camuffato (che si fiuta lontano quaranta miglia)? Niente, mi scivola addosso. Posso arrivare persino a compatirti perché mostri il fianco a questa vipera incarnata in essere umano che sono io.
Sono incapace di provare gratitudine nei tuoi riguardi. Sono incapace di ascoltare le tue parole di affetto - blablabla, di che stai parlando? Per quanto mi riguarda, puoi anche andartene. Anzi, fallo. La porta è là, la vedi.
Se invece vieni per insultare, troverai pane per i tuoi denti. E se mi trattengo nei modi, è solo per mantenere una facciata di diplomazia che adesso non ho più intenzione di preservare perché non me ne importa più niente di essere sola, sbagliata, inamabile, meritevole solo di disprezzo e solitudine, destinata al disprezzo, allo scherno, alla solitudine e alla miseria.
Ti starai chiedendo, allora, perché tengo un blog pubblico.
Non credo di doverti delle spiegazioni - non te le devo proprio. Ma voglio spiegarti, giusto per non lasciare le cose impantanate: lo tengo perché il mio essere qui è di disturbo. Il mio esistere è fonte di fastidio, imbarazzo, rabbia, disgusto. Io sono qui per farti provare tutto questo. Di preservarmi non mi importa, e adesso che lo sai schiaccia anche l'ultimo brandello di carne di me. Finché non avrò più voglia nemmeno di caricare il tuo fucile.
Davvero pensi che "misantropia" sia una parola complicata messa in bocca a questa bambina scema?
No, proprio no.
Non ho nulla di cui vantarmi. Non sono una ragazzina fancy di sedici anni che ha bisogno di darsi da sola dell'asociale per sentirsi alternativa e aggressive.
Io so solo che sento un bambino ridere, e vorrei strozzarlo con queste dita fino a sentirlo piangere mentre la vita spira lentamente via dalla sua boccuccia. Una donna mi urta, e me la immagino in un impeto di odio a terra con uno dei suoi tacchi a spillo nel culo. Un uomo mi guarda, e solo dio sa quanti insulti partorisce la mia mente messa sulla difensiva mentre lo fa.
Dal mondo mi licenzio, perché del mondo ho visto il potenziale: non mi va a genio.
Le donne parlano di cerette e gli uomini di calcio, i bambini dei cartoni animati e i vecchi del tempo.
Non faccio parte di alcuna sottocategoria di questa orrenda razza.

lunedì 21 agosto 2017

Boredom

Da un paio di giorni mi trovo incollata come un ratto in una situazione di noia, nera come il fumo delle braci ardenti, dovendo al contempo pensare a problemi di salute come circolazione cattiva con gonfiore alle gambe e al volto annesso e fastidio tremendo per i dolori del ciclo. In teoria dovrei smettere di fumare, ma non è per nulla semplice, considerato anche che pur di non sentire l'angoscia di questo tempo presente che mi schiaccia come una sottiletta mi infiammo per nulla e finisco per litigare furiosamente con i miei familiari e cerco ogni scusa per attaccar briga.
Ripeto: solo per non sentirmi morta. E ad ogni discussione torno a fumare istericamente.
Dovrei scomparire nel mondo virtuale e non. L'ho provato e non è stato bello farsi ridurre uno straccio dalla malinconia e non desiderare altro che dormire, con l'unica gioia del condizionatore acceso. Sembra l'esperimento della rana di Frankenstein, con questo mio cuore pieno di rabbia incontenibile che si sfoga solo nelle urla senza una ragione plausibile, per conferirsi un sussulto di vita. E più mi muovono ingiustizie più alzo la voce perché devo farmi sentire a tutti i costi. Ottengo l'effetto opposto. Ciò che viene captato e preso in considerazione in un discorso non è mai il contenuto, ma il tono di voce.
Due notti fa ho fatto un sogno bizzarro (come tutti i sogni che mi capitano) sul trasloco in una casa supermoderna e tecnologica con un cane che parlava perché posseduto a distanza dalla sua "mistress" deceduta e una città dove la gente andava in giro con il volto coperto da maschere di musi di leone. Anch'io lo facevo. Sarebbe - facile da capire - la metafora onirica del timore che mi attanaglia ogni volta che esco di casa. Nonostante mi illuda di avere il coraggio di un leone e di non aver paura di nessuno. Di fatto, con la maschera, nel sogno, ero un leone. Ma col volto coperto.
Da Alcott, la 48 è la taglia più grossa che c'è e mi veniva strettissima, non riuscivo neanche ad abbottonare quei dannati jeans. Ho comprato un vestito largo e sono uscita. Triste, delusa, ferita, umiliata, arrabbiata. Caffettino al bar, sigarettina pompa caviglie e piedi e pensaddio. Se mi verrà un ictus andrò per l'eutanasia in Svizzera e sarà l'epilogo insensato di una storia altrettanto insensata. La mia.


venerdì 18 agosto 2017

Liquido.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma e poi torna quello che era prima. Da sempre. Per sempre. Finché queste rughe di ciccia non diventeranno rughe di vecchiaia. E questi occhi neri non reggeranno il peso di borse di stanchezza sotto le palpebre. Gonfie di pianti trattenuti, ristagnanti. Piene di lacrime nascoste, vergognose. In aereo ho pianto - come al solito. Respiro fumo. Ho fatto in modo che non mi vedesse nessuno. Qualcuno se ne sarà accorto ma non se n'è curato. Vorrei respirare l'aria fresca. Il mio corpo è dolorante e stagnante di liquido di pus. Gonfio. Sgraziato. Ammalato. Tornare alla routine non mi farà bene. Posso fermare questa giostra quando voglio. Se voglio. Se. Sono una persona infelice in tutti i sensi. Mi manca essere felice, e non sono mai stata felice. Anelo a una serenità che è come dio: so che esiste, ma non l'ho mai vista. Sarò così sola in futuro - mamma mia. Non voglio nemmeno pensarci. Partecipo al funerale di mia madre e poi al mio. L'atmosfera è serena e l'aria è fresca, il cielo azzurro. Le erbe secche ai lati delle tombe di marmo. C'è profumo di fiori morti nell'aria. C'è una pace che sa di eternità. Piango prematuramente quelle lacrime, che si riversano su quel nome come un fiume senza fine. Quel nome.
Mamma, tu non sai quanto ti ho amato.



mercoledì 9 agosto 2017

C'è gente che si è uccisa per molto meno.

E' tornata, la voglia di prendere una corda, legare un cappio e mettermelo al collo. Lasciarmi penzolare nel vuoto. La mia vita ha perso di senso da quando la vecchia amica Follia ha cominciato a camminare di pari passo con me, simile a un'ombra a mezzogiorno.
Ieri sera ho bevuto mezzo litro di vino e ho dato di matto. Poi sono uscita di casa e sono andata da mio padre con l'intenzione di accanirmi sulla sua auto. Ma il signorino era altrove a divertirsi. Non so se il fatto che non riesca a darmi pace dipenda dalla mia immaturità o dal fatto che tutti i miei problemi comportamentali (secondo anche lo Psi) dipendono dalla sua assenza/presenza nociva nella mia vita.
Stamattina mi sono rimessa a letto fino all'una e prima di addormentarmi pensavo a quanto mi sia ormai incamminata su dei binari che mi porteranno a una morte prematura. Peccato, potevo essere davvero una ragazza felice. Potevo essere spigliata, socievole, vanitosa e perfettina. Potevo eccellere nello studio. Potevo diventare molto di più. Se mio padre non mi avesse rovinata.
A 14 anni sono cominciate le cure psicologiche per il mutismo estremo e da allora non si sono più fermate.
A 17 anni sono cominciati i ricoveri.
A 18-19 anni ho cominciato a bere.
E non vedo vie d'uscita in tutta questa situazione stopposa. Credo che dovrei passare un bel periodo lontana dalla realtà virtuale, al tempo mi aveva fatto bene. Perché è così che deve andare: perché il web è la rete nella quale sono rimasta incastrata, intrappolata nella tela del ragno da quando sono diventata un'hikikomori in adolescenza.
Passo giornate solitarie chiusa in un appartamento con la sola compagnia di un computer. Vivo da parassita sulle spalle della mia famiglia. E non riesco a togliermi dalla mente l'idea che il mondo starebbe meglio senza di me.

Levati di mezzo. Servirai molto più da morta che da viva.

P.S. Dopodomani parto per Roma da sola. Vado a trovare un'amica e rimarrò lì da lei per una settimana. La settimana successiva, invece, verrà lei a stare da me. Per un paio di settimane sarò meno presente. Spero solo che non si annoi in mia compagnia.

martedì 8 agosto 2017

Theater of Kiss.



Amo costruire il mio presente nell'eco di un passato già irrecuperabile, e spesso vago come un'ombra, senza necessità e senza scopo, cupo e triste.
- Fëdor Dostoevskij

Ho creduto nel tuo buon cuore tutta la vita, ma non mi sono mai davvero fidata di te. Siamo rimasti incastrati nelle parole che abbiamo detto l'uno all'oscuro dell'altra, non ci siamo mai conosciuti, ma le nostre non-conversazioni e le nostre azioni erano più forti di quelle quattro fesserie che ci dicevamo ogni tanto. Ho odiato quella me stessa malata, ossessiva, confusa e incosciente che ti strisciava ai piedi.
Ricordo come il primo giorno di scuola mi dissero di sedermi proprio accanto a te. Mi offristi dei cioccolatini che rifiutai. Allora non contavi nulla per me. Sarebbe stato meglio se non avessi provato mai un approccio. Non mi sarei innamorata di te, e sarebbe stato meglio, dato che in quel tempo non riuscivo a sostenere il peso di un cuore gravitato dal desiderio.
La gente è cattiva, e io sono così stupida. Ho imparato a camminare guardandomi le scarpe, presa, usata e poi gettata via e bidonata come un fazzoletto sporco, con una risata. Sfruttata e considerata solo come pezzo di carne da trapanare. Nessuno ritiene che io sia buona per qualcosa di più di una scopata. Forse, in fin dei conti, tu, qualunque fossero le tue ragioni, sei stato l'unico ad avere rispetto per il mio cuore.
Questa canzone me l'hai regalata, e col cuore caldo la sento ancora, ma non l'ascolto più. C'era un po' di stanchezza, e un po' di irrisorietà, e un po' di fastidio. E io mi prendo ancora cura di tutto questo. Guardandoti e chiedendoti in mente se ci siamo già detti tutto o se c'è ancora da aggiungere altro.
Quella candela che reggeva la fiamma del mio sentimento non ricambiato si è spenta sulla cera squagliata del divampare della mia follia. In alcuni sogni ti ho baciato, e tu mi hai asciugato le lacrime, adesso non ti sento più da nessuna parte. Ed è così che deve andare.

Leggera, leggera
si bagna la fiamma
rimane la cera
e non ci sei più.



lunedì 7 agosto 2017

The monster.

Vorrei essere solo una ventiquattrenne tormentata dall'anoressia che blatera in tono decadente di quant'è dannata la sua vita, che sa dare vita ai sentimenti con le parole, poeticando di dolore laddove non c'è una sofferenza reale. Invece, mi accorgo che per quanto mi riguarda tutto lo schifo, e il dolore, e la rabbia cieca e l'umiliazione che provo si esauriscono nelle quattro parole che le definiscono essenzialmente. Non ho voglia - ecco, forse non ho più voglia - di stare a cercare le parole migliori da dire. Potrei parlare del perché stasera vorrei spellarmi viva e buttarmi nell'olio bollente, ma non credo sia la scelta più proficua.
Un mostro mi rosicchia le viscere sporcandosi i denti aguzzi del mio sangue e consumandomi lentamente, inesorabilmente le carni.
Io, col mondo, dopo tutto quello che ho ricevuto, dovrei aver già chiuso.

fate venire giù tutto il buio del mondo e andate all'inferno.

sabato 5 agosto 2017

Rievocando pensieri che ad una più attenta analisi potrebbero rivelarsi dolorosi.


Can you find me space
inside your
bleeding heart?
Mi innamoro continuamente. Delle anime belle. Delle persone buone. Delle persone sole. Di quelli che hanno perso la speranza. Di quelli che credono non potranno avere mai nessuna chance. Di quelli che credono di avere qualcosa che non va. Mi innamoro di loro perché io sono una di loro. Il punto è che mi trovo sempre un gradino più in basso. Finisco per essere ferita, abbandonata e umiliata, prima di capire che nessuno ha bisogno della mia compagnia.
6 dicembre 2012 
Credo che sia una questione di scorrettezza personale, un po' di vigliaccheria, anche. Mi avvicino a gente che ritengo bisognosa del mio aiuto non solo perché soffro della classica sindrome da crocerossina come altre milioni di donne. Penso piuttosto - e penso anche che sia umano da parte mia - che donare altruismo e vicinanza a persone "svantaggiate" (necessariamente quanto o più di me) mi renda, col minimo sforzo, speciale ai loro occhi.
Inoltre mi consentirebbe di provare a sperimentarmi su un terreno sicuro che scongiuri la possibilità che io venga snobbata, rifiutata, respinta e abbandonata, come succede sempre. E non c'è da biasimarmi, per questo: sono solo una povera Crista che cerca di sopravvivere come meglio può. Se l'acqua tonica non è disponibile, ci si abitua - o piuttosto ci si forza ad abituarsi - all'acqua e limone.

1. Sulle esperienze folli in tutti i sensi

Nei miei viaggi ho trovato una persona per la quale penserei (ma non ci metterei la mano sul fuoco) di essere diventata un ricordo fisso, di quelli che rievochi con nostalgia - un po' come è successo fra C. e me. Adesso dirò qualcosa di cui proverò rimorso: ho visitato più di un'ospedale psichiatrico nella mia vita. I webeti mi daranno della fuori di testa solo per questo. In realtà, non è per via del mio decorso psichiatrico che non sono normale. Non lo sono per molti altri motivi, che esulano da quante volte sia stata ricoverata o da quante medicine abbia preso. Ma non dovete avere paura di me, perché sono la creatura più insignificante e innocua della Terra. E' come aver timore di una formichina. Fa schifo, ma non può farti alcun male. E' necessario rompere i luoghi comuni in merito alla malattia mentale. Non tutti i "pazzi" urlano come dannati e alzano le mani a cazzo. Soprattutto, poi, io non ho una vera e propria malattia come la schizofrenia o il DOC. Soffro di un disturbo dell'umore (ciclotimia) corredato da accenni di disturbo schizoemotivo (la parola può spaventare, in realtà è semplicemente un'inclinazione caratteriale alla chiusura, alla solitudine e alla sociofobia).
Tutto questo, mi pentirò di averlo detto.
Mi trovavo ad Enna, a qualche km di distanza dal grande e bel vulcano della mia isola, e per due settimane - durante le quali in realtà ne ho combinate di ogni - sono stata chiusa in una cella di reparto psichiatrico per assestare la terapia farmacologica. Là ho fatto la conoscenza di un ragazzo sulla trentina. Non era propriamente bello, anche se era molto alto (lo davo sull'1,85-1,90) e molto magro. Esattamente come C. Era patologicamente chiuso in sé stesso. Passava il tempo vagando per le varie stanze mormorando parole che non ho mai percepito e sembrava matto il triplo di quelli che stavano nel reparto. Mi ero fatta degli 'amici' lì e un fidanzato 'temporaneo', anch'esso poco attraente se non per gli occhi e capelli chiari. Nonostante questo, spiavo con curiosità quel concentrato umano di isolamento e alienazione, chiedendomi come fosse passare giornate intere senza nemmeno guardare in faccia nessuno.
Trovavo una bella cosa avvicinarmici e lo feci. Non certo perché speravo in una storia (non c'erano le condizioni, in ogni caso) ma perché sono attratta a 360 gradi dalla sofferenza, peggio di un'ape col miele. Vorrei capirla ed essere d'aiuto.
Chiaramente lui non si aprì mai completamente con me, ma in qualche modo sentii di essermi aperta un varco nel suo cuore. Non c'era una vera comunicazione perché lui era nelle condizioni in cui era, però sono riuscita a regalargli un libro: Ragazzo negro di Richard Wright. (In seguito, un altro che inizialmente ci provava con me, me ne avrebbe regalata una copia nuova, in differente sede. Inizialmente, perché una volta che lo sentii troppo vicino feci di tutto per allontanarlo, anche se anche a me piaceva).
Il ragazzo in questione (forse soffriva di schizofrenia, o forse era autistico) interpretò i miei tentativi di avvicinarlo per - mi faccio pena a dirlo, ma va detto - compassione come tentativi di approccio sentimentale. Spesso mi guardava con rabbia, oppure fingeva di non vedermi per tutto il giorno, rifiutando i miei tentativi di far conversazione. A un certo punto mi venne da pensare che mi odiasse e lo lasciai perdere. Una volta però, mi vide baciare il fidanzato-fantoccio e in volto rimase sconvolto.
Quando se ne andò mi salutò con tranquillità. I suoi genitori non mi degnarono di grande attenzione, chiaramente essendosi chiesti che accidenti volevo da loro figlio.

2. Conclusioni

Dopo questo aneddoto, faccio un confronto fra passato e presente: sono rimasta col sogno romantico di innamorarmi di una persona con delle ferite nel cuore. Mi rendo conto che questo allargherebbe il campo a tutti gli uomini del pianeta; in realtà intendo ferite importanti nel cuore.
Se io trovassi una persona sconfitta su tutta la linea, e da tutta la vita, come me, sarebbe un colpo di fulmine. Per le ragioni che ho illustrato all'inizio del post.
Dell'aspetto fisico mi importerebbe solo relativamente. Rimango (forse ingenuamente) convinta che a contare nello scoccare della scintilla sia il cuore.


venerdì 4 agosto 2017

Altri giorni da perdere.

Non è giusto - non è leale da parte della vita che io debba vivere perennemente in questo stato di t-errore, incastrata in questa vecchia e stretta e logora tuta da pagliaccio da circo. Vengo a patti con la vita: io ti do la mia felicità, tu mi darai l'impressione (anche solo momentanea) che io non sia una mediocre. E' probabilmente questo che tormenta me e molte altre persone. L'idea di dover per forza diventare qualcuno. Essere qualcosa. Brillare. Ma io mi comporto come la luna col sole. Non ho in mio possesso nulla che mi renda fiera di me stessa.
Sarebbe tutto molto più facile se potessi confondermi nell'anonimato e fare le cose che fanno tutti. Il punto è che nella vita devi realizzarti oppure devi realizzare qualcosa. E io mi trovo incapace di adempiere all'uno e all'altro progetto. Quanto visceralmente e profondamente devo odiare me stessa per essermi ridotta in questo stato? Non lo vedi, tu, la miseria in cui vivo, e soffoco, la merda nella quale sguazzo, di cui mi ingozzo, fino a rendermi fetida, putrida, insopportabile ai sensi? Ho guardato in alto dalla zona morta in cui mi trovo. Non c'è un soffitto. Come posso arrampicarmi in una stanza di specchi?
Nessuno riceve niente né per il bene né per il male. Ecco perché io assorbo tutto questo non avendone colpa.
Potrei - avendola - scandagliare la mia immaginazione e vivere come l'uomo delle Notti Bianche, a tu per tu col mio cervello, ogni minuto di ogni giorno. E quando mi racconto la minchiata che mi piacerebbe vivere tutta la vita sola, mento. Illudendomi di dir la verità. E' solo la via più breve. Qualunque essere umano sceglie sempre quella.
Nel frattempo penso che le zanzarine sono animaletti facili da schiacciare, però rompono le palle parecchio e alla lunga possono anche trasmetterti malattie infettive.
Le mie, di zanzarine, mi perseguitano dacché mi hanno estratta da un taglio nella pancia di mia madre e ho cominciato a piangere la prima volta, accecata dalla luce. Adesso sono un bozzolo di ematomi.
Due occhi intristiti e poi giù per un corpo informe. Posso mettere fine a questo supplizio in qualunque momento. Posso morire - metaforicamente e corporalmente - ma la morte non mi interessa. E nemmeno la vita.
Non so dire se sono triste o furiosa. Forse un mix di entrambe le cose.
E di sfondo c'è un muro bianco, il simbolo di una vita vissuta al bagliore lunare delle mie non-esperienze. Quelle che non contano.
Potrei - avendone le doti - scrivere del mio dolore senza risultare patetica o banale. Dando raffinatezza al vuoto. Potrei parlare per metafore, dare vita a post che non finirei mai di rileggere, vantandomi con una piccola porzione di mondo di un dono del Cielo che il Cielo non ha però voluto donarmi.
Così rimango qui a piangere per il fatto di non essere mai abbastanza, quando non per gli altri (ed è raro), per me stessa. Ascolto il mio silenzio interiore senza capirlo e senza saperne dare un'immagine. Potrei studiare, trovarmi un lavoro, trovarmi un compagno, andare a ballare, andare al mare. Divertirmi. Mettere su famiglia.
Ma non è questa la vita che ho scelto.


martedì 1 agosto 2017

Depressione serale.

Sono triste, arrabbiata e confusa. Certi momenti mi guardo dall'esterno, mi guardo vivere, vedo solo una ragazza che si azzuffa con sé stessa, preda di momenti di grande irascibilità che si alternano ad altri di tranquillità e serenità scema. Il tutto senza una ragione valida a sostegno. Non sono lucida. Non vivo con la ragionevolezza delle persone normali. Certi giorni mi è impossibile fare qualcosa di produttivo. Non che io faccia molto di produttivo - eppure, mi sono sentita tanto bene quando c'ho provato. Mi sono sentita di colpo viva per una ragione, che vuol dire tutto o nulla; se non altro, ho sentito di essere nella stessa barca delle altre persone, questo sì -, ma ci sono giornate in cui proprio mi costringo ad oltranza a scavare fino a sradicarmi le unghia per raggiungere il fondo (che non esiste) di questo pozzo di angoscia, trascuratezza, follia. Non ho la ricetta adatta per vivere in maniera sana. Non so come devo svegliarmi, cosa devo fare per cominciare, ciò da cui devo assolutamente tenermi lontana. I pensieri che devo formulare e quelli che non devono nemmeno accarezzarmi la mente. Non sto dicendo proprio tutta la verità. In realtà so che basta compiere un solo gesto per salvarmi in parte dalla depressione - e il resto verrà da sé, rotolando giù per una ripida discesa. Il problema è l'autodistruttività che mi attanaglia. La ribellione. La cocciutaggine. La rabbia masochistica. Quella che mi impedisce di agire per essere felice. Sono così per mia libera scelta. Per accontentare mia madre e salvare la facciata fingo di avere progetti in porto. Assecondando le mie più profonde inclinazioni (malate) odio me stessa e il resto, il mondo si tinge di nero e rosso e sprofondo nell'accidia più oscura. Ho una quantità incredibile di energie. Ma le rivolgo verso l'interno. Mi manca essere innamorata - ma il muscolo cardiaco ha dato tutto quello che c'era da dare tempo fa. Non amerò più nessuno e me ne convinco sempre di più man mano che passano gli anni. La cosa triste è che anche la prima volta sono stata solo beffata e sfruttata per vili intenti. Una soddisfazione? Una sola. Momenti come questi vorrei strapparmi la carne dalle ossa. Tornare ad autolesionarmi come facevo tempo fa. Provocarmi una ferita mortale. Con i polsi cicciotti aperti alla morte. Con un oceano di lacrime rosse a versarsi dai tagli. E ancora, con la gente sono la stessa povera scema che se pecca di freddezza se ne pente. E cerca di riparare con la gentilezza. Essendo poi ripagata con la freddezza.
Fermate la giostra. Rompete la gabbia. Lasciatemi.
Lasciatemi.andare.

p.s. Ho cancellato il post precedente in seguito a una rilettura più attenta che mi ha anche portato a notarne le falle. Senza contare che simili sfoghi non mi rendono giustizia.


lunedì 31 luglio 2017

Una vita da bruco (obesofobia).

La città è un deserto rovente. Fino alle cinque sembrava di essere alle tre. E' l'estate più torrida degli ultimi cento anni.

Sono uscita, e uscendo ho realizzato di essere più che mai vittima, oggi, della stessa crudele sorte che mi ha sempre voluta goffa e inadeguata. Brutto anatroccolo in mezzo a una nidata di belle paperelle. Al momento sono il non plus ultra della bruttezza e della trascuratezza, nell'aspetto e nel vestiario. Io e la mia scarsa avvenenza abbiamo avuto da scontrarci muso a muso più di una volta - oserei dire che lo facciamo continuamente -, e certe volte mi consolo dicendomi che pur essendo di un'obesità imbarazzante ho alcuni tratti del viso che rimangono punti di forza, che non sono così male: la forma degli occhi, poi le labbra. Il naso rovina per benino tutto: di fronte sembra solo un po' rotondeggiante, di profilo è un orrore. Esiste la chirurgia estetica, ed esiste anche la fissazione maniacale a non farne ricorso per non tradire il proprio orgoglio che tuona: sono troppo superiore per abbassarmi a simili vanità.
La cugyna appena rimpatriata da Bologna mi ha portato, come da me chiesto, alcune maglie usate che lei non mette più. Loro vanno bene, è il corpo che vanno a coprire che provoca ribrezzo.

Buttereste giù l'uomo grasso? Vi trovate su un cavalcavia. Sotto di voi ci sono i binari di un treno, ai quali sono legate quattro persone (normopeso). Il treno sta per arrivare e inevitabilmente li schiaccerà. Sul cavalcavia accanto a voi c'è un uomo obeso. Potreste buttarlo giù e scongiurare la tragedia: col suo peso, fermerebbe l'avanzata del treno. Lo fareste? Chiaramente sareste più propensi a farlo con lui che con una persona magra.
Queste ultime righe non sono frutto di una mia riflessione, ma di quella di David Edmonds, professore di etica all'università di Oxford. Ho trovato il suo saggio googlando sull'obesofobia, cioè a dire la paura della gente obesa. Un tipo di discriminazione che non differisce molto da quella razziale. Le persone che soffrono di obesofobia sostengono che una persona grassa debba inderogabilmente dimagrire, adducendo la scusa che le persone grasse (obese) devono perdere peso per una questione di salute. In realtà, appunto, non è che una scusa per l'odio e il disprezzo che provano nei confronti di chi è oversize: ad oggi non ci sono dati inoppugnabili che dimostrino che una persona sovrappeso (lasciamo per un attimo da parte gli obesi patologici come la sottoscritta) sia più esposta a malattie metaboliche e cardiovascolari rispetto a una normopeso o sottopeso. Anzi, sembrerebbe proprio - in base a un articolo di medicina trovato sempre sul web - che secondo le statistiche sia vero il contrario: che siano le persone normopeso o sottopeso ad essere più a rischio di mortalità precoce, mentre le persone con un IMC superiore a 25 e inferiore a 30 si troverebbero nella condizione ideale. Dunque, qual è l'urgenza, per una di 1,56 per 65 kg, di perdere per forza peso fino a trascinarsi negli abissi più oscuri della bulimia e dell'ossessione per le calorie e il peso corporeo? Assolutamente nessuno, almeno in teoria.

Ciò non toglie che ai tempi dei 65 - diciamo l'estate scorsa - ero in crisi depressiva per i 13 chili di ciccia orrida che avevo messo su per essermi lasciata andare, ingozzandomi di cibo e alcolici e abbandonando, dietro la paraculata del voler guarire, le pratiche bulimiche. In realtà, a vomitare non ce la facevo proprio più. Non avrei mai immaginato che mi sarei spinta tanto oltre col peso corporeo, comunque.

Ieri sera ho cenato con due involtini primavera comprati al discount. Un tipo di cibo che mi è sempre piaciuto, il problema era l'olio di cui era cosparso e intriso. 160 calorie a pezzo. 320 calorie di puro grasso. E stamattina mi son svegliata con 6 hg in più di ieri: 88,8 kg per la miseria di meno di 1 metro e 60. Pare proprio che la dicitura obesità di secondo grado mi si addica.

Se chi sta leggendo questo post ne ha letti anche altri saprà che ho in programma un by-pass gastrico. Per i primi del 2018 - mi hanno dato un appuntamento per una visita di controllo il 12 settembre, ma per l'intervento ci vorranno minimo tre mesi. I requisiti ci sono quasi tutti: IMC superiore a 30, e patologie cardiache annesse... Ma non so se il fatto che sono obesa da relativamente poco (da gennaio del 2017) possa ostacolarmi, visto e considerato che in genere a sottoporsi l'intervento sono pazienti con una storia di obesità di minimo cinque anni alle spalle (cinque anni non sono sette mesi, e per di più, io, prima d'adesso, non sono mai stata un'obesa nemmeno di primo grado, pur avendo sofferto di sovrappeso in passato).
L'intervento non mi spaventa. Non solo perché mi mantengo cicciona in maniera comunque ancora ragionevole - se pesassi solo dieci chili in più la situazione sarebbe di già molto diversa -, dunque, essendoci relativamente poco grasso, non sarebbe molto rischioso; ma anche perché sono disposta a mettere a repentaglio la vita pur di porre fine a questo dilaniante conflitto, fra mangiare-nonmangiare, avere fame e forzarsi a digiunare oppure essere depressi e nervosi e dare fondo al frigorifero, ingrassare e dimagrire, dimagrire e poi reingrassare. Mi sono sfracellata le ballottole di tutto questo.

E, sebbene abbia un atteggiamento più sereno riguardo le discriminazioni a cui sono soggetta per l'enorme ammontare del mio peso corporeo (vedi su) (della serie: gente che nemmeno ti guarda in faccia; gente che è sgarbata con te anche se nemmeno la conosci; gente gioiosamente idiota che ti prende per il culo per la strada; gente che ti guarda sogghignando; gente che ti tratta con freddezza mentre dovrebbe aiutarti con affabilità a scegliere un capo d'abbigliamento), cioè ho imparato a dire "pazienza" e a guardare avanti, c'è qualcosa che assolutamente non posso vincere: la tristezza che mi assale ogni volta  per il confronto con lo specchio (o con qualunque superficie riflettente, piccola e grande).
Non accetterò mai quel cotechino strizzato da reggiseno e slip che è il mio corpo, non vorrò mai adattarmi a vivere con questi rotoli di ciccia dappertutto.

Il corpo: una prigione di carne con cui mi muovo quotidianamente. Un cappotto di ciccia che mi si è attaccato come una zecca alle ossa - le mie ossa, affondate in questo enorme ammontare di lipidi che rende i miei contorni confusi e indefiniti. Le forme armoniche di un tempo, quelle dei 59 kg di cui già all'epoca mi lamentavo, depressa, perché 6-7 kg in più per me erano uno sconvolgimento radicale, perché ancora non sapevo neanche cosa significasse essere veramente grassi, sono ancora qui, sotto questo ammontare di ciccia repellente che mi rende simile all'omino Michelin: basta solo limare, limare, limare, fino a riesumarle. 
Il tempo e la tenacia faranno il loro lavoro. 

Quindi, io e te, Skinny: finché tentazione non ci separi.