venerdì 29 dicembre 2017

Assenzio. (IT'S THE END AND YOU LOST.)

Nella mente, in loop, la cieca convinzione che tutta questa merda concimi in qualche modo. Che chi vive di like, carezze, sorrisi, culi, tacchi a spillo e baci a stampo non conosca la bellezza dei colori di un livido.
Forse non sarò mai felice. Forse mi hanno rotta troppo in profondità. Forse mi hanno rovinata troppo in profondità. La mia incapacità di sognare è un sintomo. I pianti che vanno avanti come una diga rotta sono un sintomo. Sono convinti che parli con loro. Che voglia comunicare con loro. Che creda in loro. Poveri pezzi di merda, vivono nelle favole, prigionieri delle cieche convinzioni del loro cervello, molto più di me.
Onestamente non so più a cosa aggrapparmi. Il tempo fa fuori il superfluo. Amici e vicini girano le spalle. Come se non esistessi. Come se non contassi. Nell'oblio perpetuo. Con un urlo muto incastrato nella cassa toracica. Sapendo che rimarrà inascoltato. Sapendo che una parola inutile non deve essere pronunciata. Perché rischierebbe solo di rovinare la situazione. Quindi si sta zitti. Per il timore di svilire e banalizzare il proprio dolore. Che merita rispetto. Il silenzio è il massimo rispetto dovuto.
Non ho mai avuto il talento di esprimere a parole la catastrofe della mia vita. Forse se mi fossi accontentata di dare voce al minimo mi sarei salvata in qualche modo. Ma ho sempre avuto alte aspettative nei confronti di me stessa. E questo mi ha sempre rovinata.
Sembra che ci provino un sadico e perverso gusto erotico nell'arrecare dolore. Spero che il karma vi fotta dove le mie forze non mi hanno consentito di fottervi. Perché ci ho messo tutte le mie forze, per fottervi. Ma non posso materialmente scontrarmi contro un esercito di psicolabili.
I fantasmi non hanno vinto. Loro non hanno vinto.
Continuerò a vagare per il mondo, dentro morta, dentro sconfitta, sopraffatta, a rovescio, ferita, demolita, finché non troverò casa. E dopodiché, saprò che tutto questo ha avuto un cazzo di senso. Anche se per adesso non ce l'ha.

Brillerò come la stella più vicina al crepuscolo.
E voi sarete il nulla.






Incompleta.



Poche rughe di espressione
più nient'altro di te
sopravvive in me
Un cognome da portare
solo questo sarai
né mai più mi vedrai.

Non sono cresciuta con mio padre, ma tutti mi dicono che assomiglio a mio padre. Nel volto. Negli occhi. Nei particolari del volto. Nel modo di muovermi. Nel carattere. Dicono che sono la sua fotocopia al femminile.
Questa è la sua condanna. Io sono la sua condanna. Quando guarderà i miei occhi, vedrà il suo errore. Vedrà l'eterno riflesso del suo peccato. Vedrà l'eco risonante in eterno della sua debolezza.
Io, a ventiquattro anni, ancora sogno l'amore paterno. Ancora mi manca un pezzo di cuore chiamato "padre". Ancora sono orfana di padre. Ancora mi commuovo quando guardo dimostrazioni di amore incondizionato padre-figlio. Ancora non so come colmare questo vuoto. Ancora piango nel cuore della notte perché mi manca quell'abbraccio. Quel bacio. Quegli occhi attenti e commossi. Perché se non ci sei stato, anche se ora ci sei, non ci sarai mai. E io vado avanti con un pezzo di cuore mancante. Mangiato. Sperando di sostituirlo con un pezzo di cuore meccanico. Sapendo che solo sofferenza la vita mi riserverà. Sapendo che questo vuoto non può essere riempito. Con niente, e figuriamoci con l'alcol.
In eterno, la mia condanna è essere incompleta.
Prospetto il futuro: magari potrò sentirmi meglio se vedrò il mio uomo prendere in braccio mio figlio. Magari...
Il punto è che io avrei voluto il cuore pieno di quell'amore, e non di quei sogni che sembrano incubi.





mercoledì 27 dicembre 2017

Me and Mia.

Uno stomaco pieno è uno stomaco che si è riempito a una festa di laurea e di tartine alle uova di pesce, cocktail di gamberi, risotto di mare, ravioli al pesto di noci, arrosto con patate, gamberoni, macedonia e torta.
Ma questo stomaco appartiene proprio a una ragazza bulimica, che a casa, in piena notte, mentre tutti dormono, non contenta lo ingozza senza ritegno fino a farlo scoppiare di quadratini di cioccolato fondente, almeno una decina di fette di pan carrè con maionese abbondante e cento grammi di salmone norvegese affumicato.
Cominciano le fitte alla pancia. Comincia il disagio. La ragazza bulimica si avvia al bagno. Non le va veramente di vomitare, ma deve farlo. E' suo dovere. Inizialmente non ci riesce; poi beve un po' d'acqua e qualcosa elimina. Sputa una parte di salmone e pane. Qualche pezzettino del pan di spagna della torta di tre ore prima. Le ossa fanno male come se avesse nevralgia, in bocca sente il sapore del sangue, la gola è infiammata e i muscoli doloranti.

E così, ecco di nuovo l'amato vuoto. Lo stomaco è di nuovo vacante. Quello che c'era dentro è nello scarico del water.
Le anoressiche ci riescono non mangiando. Io non ho altri mezzi se non abbuffandomi e vomitando. Quando devo essere "vuota" devo sottopormi a questo rituale. Che mi sta uccidendo giorno dopo giorno.
Mi fa ancora male tutto e mi sembra di galleggiare, non sono lucida, sono confusa mentalmente.
Ieri ho vomitato sei volte.
Sto morendo.


Sconosciuti Da Una Vita.

Dovremmo dire grazie alla Meraviglia del tempo che ogni cosa spazza via e rende polvere. Che rende i cuori freddi e insensibili. Che cicatrizza le ferite e le sigilla, almeno dall'esterno. Perché una presa per il culo tanto grossa da parte della vita non vale nemmeno la pena di tenerla in considerazione come ricordo.
Infatti, non sei più nella mia testa, nemmeno più nel mio cuore. Ho dimenticato i connotati del tuo volto e anche la tua voce. Mi sei indifferente. E so che io ti sono indifferente. [Hai mutato il tuo odio in indifferenza]. E va bene così. 
L'altra sera ti ho incontrato per le vie della mia città addobbate per il Natale. Avrei dovuto immaginare che mi avrebbe fatto effetto. 
Ma non è servito a niente.
Tu non mi sei mai servito a niente.
Tu eri un bluff e io ero una cretina.

Questo, a volte, mi manca: 
Le parole che non ci siamo detti.
I baci che non ci siamo dati.
Le lacrime che non ci siamo asciugati a vicenda.
Quello che non abbiamo mai avuto.
Quello che non siamo mai stati.

Ho avuto cinque anni per conoscerti in mille sfaccettature nei miei sogni.

Il tuo nome deriva dal latino e significa zoppicare.
Ma sono io che ho sempre zoppicato appresso a te, con le lacrime agli occhi e il cuore a pezzi, pregando pietà.

Mi sento sola.

domenica 24 dicembre 2017

Solipsismo is the way. (Also, Buon Natale una gran Minchia)

Copio da un post Facebook:
"Sono felice di fingere di essere felice di festeggiare l'anniversario dei natali di un personaggio di pura fantasia, mai esistito storicamente, sul quale la società umana capitalistica ha speculato per duemiladiciassette anni per assoggettare popoli e ridurli in povertà allargando la forbice del "poveroeignorante-riccoemanipolatore" in onore di un concetto di "Bene" e "Amore per il prossimo" che contraddice sé stesso continuamente dalle stesse istituzioni che l'hanno promosso. Si pensi alla cripta d'oro di Padre Pio o alle Crociate. Si pensi al deficiente di Salvini che fra un piatto di uova fritte e uno di polenta al ragù fa dell'odio per il diverso il principio cardine della propria campagna elettorale, al contempo proclamandosi paladino della cristianità in difesa del Crocifisso nelle scuole ("Er crocefEsso nun se tocca, lurido cane bastardo musulmano!!11!!"). 
Sono felice di fingere che mi interessi partecipare a un cenone di Natale simbolo di una gioia condivisa che nei fatti non esiste, di fingere che mi interessi vedere quel che c'è per me sotto l'albero (per la cronaca: l'albero che a 'sto giro è rimasto nello sgabuzzino), quando io delle cose materiali non me ne faccio niente, dato che mi manca il minimo indispensabile in termini di diritti umani e quel minimo indispensabile me lo vedo continuamente negato in un perfido "ritirati puttana" ogni giorno; anche sforzandosi di sentirsi in linea col pensiero Cristiano (tagliando via le puttanate sessiste e le mostruosità violente della Bibbia nell'Antico testamento) ci si sente una particella di sodio nell'acqua Lete. 
Apprezzo almeno quelli che hanno tradotto i propri reconditi sendimenti di nonmenefregauncazzo del loro cuore in parole esplicite: la schiettezza, anche indesiderata, è una dote che apprezzo negli altri perché compete anche me stessa ed è stata sempre uno dei motivi per cui le palle mi pesano a campare, arrivata ad oggi. 
Apprezzo i solitari perché soffrono, ma non hanno bisogno di sentirsi cercati nelle chat e circondati da atmosfere e contesti "normali e aderenti alla media" come la metà degli esseri conformisti e smaniosi di perfezione che si sentono tanto belli&bravi e "apposto" e col coltello dalla parte del manico (tanto perché ferire, ridicolizzare e umiliare ci fa sentire potenti, beata puttanaggine di fichette insicure, maschi e femmine) che affollano questa landa desolata del male continuando a servire Satana anche con minuscoli gesti di insensibilità, disprezzo e menefreghismo dei sentimenti altrui mentre vanno in chiesa a recitare l'Angelo di Dio. 
Siete appesi al filo della spagnoletta, rendetevene conto."



venerdì 22 dicembre 2017

Io di te non ho paura (Ma di me sì).

La verità è che il Cappellaio e Alice erano innamorati, ma erano di due mondi completamente diversi. Eppure nessuno si dimenticherà mai dell'altro e si sono promessi che un giorno si rincontreranno e continuano a sperarci senza mollare. Si dice che lui diventò Matto, ma di lei, e che lei lo sogni ogni notte. Si sono lasciati qualcosa di indelebile dentro, qualcosa che neanche la pazzia potrà cancellare. 

Nella patente di pazza c'ho scritto che sono mezza istrionica e mezza depressa con tratti paranoidei e masochistici.
Fobia sociale e disturbo evitante di personalità a condire l'insalata.

Alle medie ero un Naruto Uzumaki con tratti isterici e asociali, a metà fra il buffoneggiare spesso sfrontato e autodenigratorio (per farmi notare, attirare l'attenzione, suscitare ilarità) e la voglia di litigare e azzuffarmi con l'intera classe col minimo pretesto.

Io sono un bordello a cielo aperto su due gambe. Sono talmente frammentata nella mia psiche che Dio ce ne scampi che incontri un uomo che si innamori di me. Non sono in grado di reggere allo stress di una relazione amorosa e affettiva, e finisco per rovinare chiunque, non ultima me stessa. Mandare a puttane tutto, anche quello che poteva andare bene.

Io sono pazza. E mi vergogno di me stessa. E mi detesto in ogni più infinitesimale fibra del mio essere. Mi disprezzo. E sarebbe stato meglio se non fossi mai nata.

Ero un'Alice persa nel Paese delle meraviglie: il Paese delle meraviglie è diventato il set di un film horror. Il sole bianco e brillante è diventato un diamante nero e ha cominciato ad irradiare raggi grigi. I morbidi fiori dai colori sgargianti si sono rivelati piante carnivore che volevano inghiottirmi. Per difendermi, ho perso la fede nel bene. Studio con una lente di ingrandimento la razza umana, osservo ogni minimo segnale di aggressività in essa, lo espando. Il male divora a morsi il bene. Non sento sapori buoni, i sapori cattivi sembrano decuplicarsi nel mio palato.

World should know how much I wish I could be anyone else, anyone else, rather than me.

P.S. Al mio Cappellaio Matto che forse è andato via o forse non è mai esistito: non sei mai valso gli orrori e le pene del Paese delle meraviglie che hai costruito per me.



mercoledì 20 dicembre 2017

Appuntino.

Non vedo la necessità di fare il male.
Ci sono delle necessità primarie che sono respirare, mangiare, bere, dormire, andare di corpo, urinare, e secondarie, come l'interazione con gli altri esseri umani in maniera costruttiva e positiva, gli affetti, il sentirsi amati e il donare amore. Ma il fare del male... Forse la mia è vigliaccheria (ma su questo avrei i miei dubbi: gente completamente priva di coraggio sembra non campare per altro che umiliare il prossimo, le viene squisitamente naturale. Sarà stata messa al mondo per questo). Il punto è che non vedo perché dovrei essere coraggiosa per mortificare.
Non mi riferisco all'aggressività sana come legittima difesa. Ma a quella atta a distruggere anche quando non ce n'è ragione. Quando dall'altra parte c'è uno che è 'innocuo'.
E credo che quelli che mi danno della cretina intimamente sappiano che non sono affatto cretina, e che nel loro gioco perverso al rincaro provino piacere al pensiero che io mi accorga che mi stanno maltrattando. Ogni persona squallida non prova alcun piacere nel prendersela con un vero cretino, uno che non capisce davvero un cazzo di niente. Il motivo è che l'obbiettivo principale è prima ferire, e poi esprimere un giudizio. Qualora anche esprimere un giudizio sia una necessità; io me ne astengo nei confronti di tutti e vivo lo stesso. Se penso qualcosa di qualcuno che non mi ha fatto niente in modo pregiudizievole - perché è naturale che succeda, qualche volta - quel qualcosa non va a condizionare il modo in cui lo tratto. Non mi eccito nel mortificarlo.
La verità è che neanch'io vorrei stare con me - però per me sentirei rispetto.


lunedì 18 dicembre 2017

Dernière Danse



"E' un dolore, ma non è proprio un dolore.
E' una specie di malinconia.
Ti viene da piangere, ma non piangi"

- Braccialetti Rossi 

domenica 17 dicembre 2017

Stay Home Club.



Io davvero vorrei fare come fate voi: guardare la gente disgraziata e ridere.
Invece sono ammalata, e soprattutto negli ultimi tempi, e non sembra esserci più al mondo qualcosa che possa divertirmi, e figuriamoci le miserie umane.
Ho sempre questa febbricola perenne che mi fa campare infelice, questo broncio inscalfibile e queste sopracciglia corrugate in un'espressione corrucciata tutto il santo giorno.
Come non c'è niente che possa divertirmi, ultimamente considero che non ci sia niente che, ugualmente, possa rendermi felice. Non la compagnia delle persone, con le quali sento questa incomunicabilità perenne. Nei quali porti non riesco ad attraccare. Non il denaro, l'alcol, la droga, i sentimenti.
Anche se non nascondo che qualche volta guardo delle cose che accrescono la mia solitudine.
Uno sposo che bacia sulla fronte la sua sposa.
Un evento pieno di amici che si stringono fra di loro.
Non direi che non ho desideri: forse sono solo troppo sottili per essere provati ed espressi coscientemente. I miei desideri sono impliciti nella vastità del male che provo.
C'è questa voglia di ricevere amore, ma rimane a livello subliminale.
E del resto, non so se ricevere (e dare) amore sia un buon affare. Se a me un giorno spaccassero la testa con un masso in seguito ad un'aggressione, non sarebbe bello che qualcuno piangesse per me. Se a qualcuno che amo un giorno spaccassero le ossa sotto le ruote di un tir, non sarebbe bello che io piangessi e mi sentissi soffocare dentro di dolore per lui.

venerdì 15 dicembre 2017

Spesso Il Male Di Vivere Ho Incontrato.


















Qualche volta mi sono affacciata al mondo, ed è stato un disastro. Mi hanno presa, derisa, fatta a pezzi, hanno inventato panzane sul mio conto, hanno detto a tutti che ero un'idiota, che ero matta, e tutti ci hanno creduto; per avallare questa tesi, laddove la realtà non lo facesse, si sono messi a inventare. Come quando il fighetto del liceo diceva ai suoi amici che io (neanche fossi una deficiente proprio) gli avevo chiesto, con il clima che c'era, di mettermi con lui. Le voci girano, si prendono fischi per fiaschi, e io mi ritrovo a ricevere G. a casa mia ieri e a sentirmi prendere per scema in base a quanto già sapeva di quello che avevo (o non avevo) fatto e che io non gli avevo mai raccontato quando l'idiota evidentemente è lui - e anche parecchio porco, visto che non sembra pensare altro che al sesso (si scoperebbe anche il culo di un gatto ed è completamente impermeabile all'idea che la vita sia fatta non solo di sperma ma anche di sentimenti). La verità è che a me hanno sempre fatto capire che nessuno vorrebbe starmi vicino, che la compagnia della gente ha un prezzo. Un tempo era sesso, ieri poteva essere un bacio. La gente, generalmente, di me si vergogna. E io mi sento così sola che darei tutto quello che ho pur di avere un amico. Il mio corpo e il mio cuore sono carne sacrificale, né più e né meno. Almeno idealmente, li darei in pasto ai porci. Ma a conti fatti, quando mi pongono davanti alla questione, mi tiro indietro: Sono cambiata, non sono più così. Non scopo più per pregarti di non andare via.
Io sono la persona più fortunata del mondo, perché comunque ho D., e non riesco nemmeno ad immaginare quanto sarebbe orrendo se non avessi D. Credo di essermi innamorata di lui - o forse è un eccesso di amore in senso fraterno, non so.
Mi manca. Come l'aria.


giovedì 14 dicembre 2017

The Joke Isn't Funny Anymore (It Never Has Been).


Certe volte mi domando se c'è qualcuno che abbia l'occhio interiore (o clinico) talmente allenato da vedere quanto non ci sia proprio niente da ridere in tante cose che fanno sganasciare dalle risate i più, tutti quei piccoli esserini che trovano divertenti cose che a una analisi più attenta sarebbero serie. (Lo dicono loro che le trovano divertenti, eh.) Cose come la sindrome di Stoccolma, o l'Alcolismo, o il Masochismo. Fa ridere vedere una che si innamora di un altro che la tratta peggio di una merda, ma se si pensa che è solo un modo che il cervello attua per rendere sopportabile un trauma che altrimenti non sarebbe metabolizzabile, letteralmente tramutando stress e sofferenza in desiderio e amore, la cosa assume diversi connotati. Io parlo in una lingua che non è compresa da gente che non ha la sensibilità per comprenderla. Ma non è a loro che mi rivolgo, perché loro non hanno né occhi per vedere né orecchie per sentire. Loro sanno solo sviscerare e sghignazzare. Chissà che vuoto, poi, nella loro vita (oltre che nella loro testa).


domenica 10 dicembre 2017

Have mercy.



Avevo questo pezzo in testa.
Una persona che stasera ho sentito sostiene che io non abbia resistenza. Con le persone che conosco ci litigo o le mando a fanculo ogni santa volta. E comunque, fosse solo questo a preoccuparmi. Fosse solo la solitudine. C'è anche la mediocrità alla quale non mi rassegno, impotente. Il sospetto triste di essere veramente non capace - non fatemi dire quella parola, non la voglio dire. Mia madre che mi rinfaccia l'Università. Mio padre che mi tratta acidamente anche se io ci provo, ad essere gentile con lui. In tutto questo, D. mi tiene bloccata. Mi accorgo di meno del mio corpo, lo sento di meno. A letto mi capita di avere delle allucinazioni tattili, forse, di sentirmi improvvisamente pesantissima, schiacciata contro il materasso. Però per tutto il resto del giorno è come se non ce l'avessi. Mi guardo allo specchio di rado. Mi chiedo a volte perché non ci arrivo, e provo un senso di vaga tristezza. A volte temo, o spero, che qualcuno mi soffochi col cuscino per colmare lo spazio che c'è fra il luogo della mia sepoltura vivente e l'armadietto dei farmaci. E' capitato che mi domandassi ancora una volta se fosse tutto solo un prodotto della mia mente. Credo di aver ingranato il pilota automatico, sono una bestia in preda all'istinto cieco e irrazionale. Io nelle favole non ci ho mai creduto neanche per un istante.




venerdì 8 dicembre 2017

Rissuntino delle prossime puntate.

25-30 anni: Si ritira dagli studi, troppo malata per ottenere una laurea, sia pure col 60/110. Passa il tempo con la madre ormai vecchia, ricoverata in giro o a casa, disoccupata, ad ubriacarsi rubando soldi dal portafoglio, nel frattempo gli inutili se ne sono già andati per la loro strada, ma lei non se ne è accorta. La depressione si inasprisce, si diffonde come un cancro in ogni cellula del suo corpo. Prova ad aprire un'attività ma fallisce dopo i primi tempi.

30-40 anni: la madre muore di morte naturale. La depressione si fa così profonda che non riesce più ad alzarsi dal letto. Riesce a realizzare il sogno della sua vita: dimagrire! Lo fa con il peso di un incubo sullo stomaco, che la tiene inchiodata al materasso facendole dimenticare di alimentarsi. Prova il suicidio più di una volta. Forse ci riesce. Se non ci riesce, la sorella - che vive vicino Milano e si è sposata - decide di prendersela a carico. A casa della sorella, che ha figli, il marito della sorella non la sopporta. Ci sono delle liti in famiglia per via di questo peso morto che è la cognata. Decide di andare a vivere da sola, e continua ad ubriacarsi lì. Nel paesino dove vive diventa presto additata come una pazza e vive alienata, davanti a un computer, ubriacandosi ogni sera.

40 anni in poi: scopre di avere un cancro. Si fa aiutare dalla sorella. Alla fine opta per l'eutanasia in Svizzera. Si chiede se avrebbe dovuto sposare D.: dei tre uomini di conto che ha incontrato, è stato l'unico che le abbia veramente voluto bene. Muore senza un desiderio o un ricordo, senza un rimpianto. Solo con un macigno di tristezza nel cuore, chiedendosi a che è servito e che senso ha avuto.


mercoledì 6 dicembre 2017

Lola Beltran.

Soy infeliz si porque tu no me quieres,piensas que yo he de morir
Que me sirvan cuatro tragos cantinero yo los pago
Pa' calmar este sufrir

La voce di Lola Beltran è acuta e vibra nei toni più alti. Mi fa pensare che vorrei commuovermi ancora ascoltando questa canzoncina. Innamorarmi ancora guardando il tuo volto. Ma sento solo una debole scossa. E' tardi, ho scelto la solitudine. Ho scelto di vivere di ricordi. C'è gente che si è uccisa per molto meno. In qualche modo, sopravvivo. Triste, bevendo, aggrappandomi a illusioni, demolita, derelitta, brutta e dimenticata, l'ultima degli ultimi, ma ritengo che l'attaccamento alla vita sia il più forte che esista nella vita di un uomo. E anche se non sono libera, io la vita la sento là, a portata di mano. Pronta ad essere afferrata e vissuta.


Tengo dentro le ferite più grosse.

Devi pur vivere di qualcosa. Se non vivi di gente, di emozioni, di esperienze, di aria, di vicende, devi vivere di ricordi, devi vivere di idee, di pensieri, di angosce, di problemi. E nel momento in cui non vivi di niente di tutto questo, non hai una dimensione, non hai uno scopo, sei fine a te stesso. E questo è quello che sto provando. Mi illuminano piccole consapevolezze riguardo me stessa, come il fatto che il mio narcisismo mi impedisce di avere successo, paradossalmente.
Nonostante io non sia felice, sono contenta di essere nata. Ho ancora in me la sensazione che la mia vita sia ancora tutta da giocare, che incontrerò qualcuno che mi convincerà a scegliere la vita. Quando guardo me stessa vedo delle rovine da ricostruire daccapo. Non c'è più niente da salvare. Mi paragonano a quella che ero quando ridevo, ero felice, avevo amici, mi divertivo, avevo vita, davo amore. Ero - per usare le loro stesse parole - "umana". Se sono cambiata, se adesso ridere per me è una sconfitta di cui mi vergogno, se ho vissuto la paura e il terrore di vivere nel mondo, il motivo è proprio il mondo così per come l'ho sempre trovato. Non so perché la gente abbia sempre cercato di ammazzarmi. So che ne sono sempre uscita viva. Ma che ho cambiato il mio percorso e sono finita in un vicolo cieco.

Ci sarebbero altre cose da scrivere.
Quello che ho solo pensato, è quello che più ha importanza per me.

venerdì 1 dicembre 2017

Infelice.

Il punto è: la svolta positiva è banale, e il perseverare del male è degradante. Mi aspetta un futuro senza scampo, perché sono mediocre.
Tanto vale morire. Che vivere una vita banale e scialba. O continuare a soffrire. Soffro anche se non mi viene da piangere. Sono infelice. Senza lacrime. Senza voglia di morire. Esisto come un pesce fuor d'acqua. Esisto nel mondo, in mezzo al mondo, senza necessità e senza scopo. Fine a me stessa. Infelice. Ad infiammarmi l'animo per le cattiverie estemporanee. Per gli insulti. A far da fenomeno da baraccone a quelli che mi hanno come fenomeno da baraccone.
Mi manca una persona, una sola persona, che mi parli di quelle cose che voglio sapere di ciò che non dico a nessuno. Tengo segreti nella testa da anni ed anni. Li tengo lì perché mi vergogno di me stessa. Perché non verrei capita. Perché mi darebbero della pazza, o della scema, o della paranoica. Perché non capirebbero. Perché non mi capirei neanche io.



mercoledì 29 novembre 2017

Dio è grande.

Mi basta bloccare i tuoi propositi distruttivi. Fa' quel che càzzo ti pare, tanto io sarò sempre fuori dalla logica del bene e del male. Lontana dal tuo mirino, perché sono serena. Giudicata come il peggior essere in ogni caso.
Solo, ti auguro, che con la tua fidanzata convogli a  nozze. Che fai dei figli. E che quei figli passino quello che ho passato io.
Spero solo questo.
E Dio esaudirà questo mio augurio, perché c'è giustizia a questo mondo.


sabato 25 novembre 2017

Internal cold.

Mi hanno tolto la facoltà di parlare, almeno finché uso la razionalità, qualche volta mi addormento di nuovo e mi sembra di poter di nuovo esprimermi come prima, almeno per un 60%, continuare questa assurda vita da canarino in gabbia facendomi bastare l'acqua e il mangime di una ciotolina quando fuori c'è un intero pianeta che pulsa di vita e respira al ritmo con un miracolo ingenerato e imperituro. La verità è che mi sono rotta le palle di un fottio di gente che manderei volentieri a fare in culo se avessi sufficiente rabbia narcisistica ad infiammarmi l'animo. Invece, credo che ogni storia meriti il suo finale, e il mio finale è un ghiacciaio. Indifferenza. Vuoto. Nulla. Tu, che mi hai rubato sette anni della mia vita, oggi non mi significhi niente. Non sei abbastanza importante/interessante nemmeno per farmi incazzare.


venerdì 24 novembre 2017

"Non può piovere per sempre"

Così Il corvo con una frasetta sdolcinata e straabusata dai wannabe poeti quindicenni facebookiani, frasetta che nella sua teatralità non tocca le corde del mio cuore, promulgava una profonda verità: ma non era una promessa di giornate assolate e cieli azzurri: anche se smette di piovere, il cielo può comunque rimanere grigio.
Sono sotto il cielo grigio, e oltre le nuvole superficiali qualcosa si muove e si agita, forse qualcosa sta cambiando.
Sta cambiando che non ho più bisogno della gente di cui prima avevo bisogno. Che dietro a una provocazione aggratis vedo quanta viltà, immaturità e stupidità, e quanta paura, ci sia, e sta cambiando che non mi sento più sofferente in quelle cose che un tempo mi ferivano a morte. Non provo il desiderio di dimostrare niente a nessuno. Non mi proietto nel futuro. Non immagino. Non dico: ci vorrebbe.... Per esprimermi potrei usare Confortably Numb dei Pink Floyd, ma mi è stato rimproverato (da me stessa) questo vizio, che poi è il risultato dell'immaginazione, di avere un eccessivo attaccamento emozionale che si carica di interpretazioni autoreferenziali nel considerare la musica.
Il rapporto con la musica: passo più tempo a leggere e meno a sentire sempre le solite canzonette da quattro soldi. Anche perché, avendo inglobato il pensiero che non mi compete niente di questo mondo perché io di questo mondo non faccio parte, mi sento dissociata anche dai versi di quelle canzoni che un tempo mi erano sembrate composte proprio per me.
Leggo solo perché voglio arrivare a capire meglio il mondo degli altri. Di entrarci non se ne parla.
Il male che questi occhi vedono in questi giorni non è più ammantato di incubo ma risulta quasi ridicolo e buffonesco. Mi sento circondata da una marea di clown e storpi che improvvisano goffi balli e mi fanno le boccacce sbellicandosi fra di loro per quanto sono divertenti, sarcastici, acidi, bravi e aggressive, mentre io li guardo e rido pure, perché di loro e della loro vanagloria sapete quanto me ne fotte in questo momento? Meno di un cazzo. Però loro sono convinti che io sia fuori di me dal dolore e dalla vergogna che loro mi provocano, e non è giusto infrangere le loro illusioni. Le illusioni di questi cretini.
Loro si divertono nel senso più insano, malato, moralmente abbietto e legalmente perseguibile che ci sia; io mi diverto stando zitta nella totale innocenza e guardandoli procedere col loro circo.
Questi son gli stessi - al 99% - che non vanno oltre le burocratiche separazioni fra ciò che significa "riuscire" e ciò che significa "essere falliti", quantificando tutto in numero di successi o nei soldi nel portafoglio, e quando la vita gli dà uno spintone si buttano a letto malati e non si rialzano per mesi. Tanto che si vantano del fatto di saperne di vita più di me solo perché io mi alzo alle 10 e loro alle 6 del mattino "per andare a lavorare".



giovedì 23 novembre 2017

Piccola Anima - Ermal Meta feat. Elisa


Camminare fa passare ogni tristezza
Ti va di passeggiare insieme?
Meriti del mondo ogni sua bellezza
Dicono che non c'è niente di più fragile di una promessa
Ed io non te ne farò nemmeno una.


Super partes (post in cui voglio credere)

Ciò che dico, ciò che faccio, in relazione all'osservazione e al conseguente giudizio loro, è sempre al di là del bene e del male.
Alla base di tutta la questione, c'è il concetto che io sono nella ragione, e loro nel torto. Le premesse sono queste. Io ragione, loro torto. Essendo loro a prescindere nel torto, guardando globalmente alla situazione, perennemente, qualunque sia la discussione o la diatriba in tavola, le loro parole saranno aria fritta. La loro opinione non conta. Loro hanno torto, e io ho ragione. Sarà così in ogni caso, e sempre. Hanno torto adesso, avranno torto domani, e avevano torto anche ieri, solo che io non me ne rendevo conto.
Hanno avuto torto dal primo momento in cui hanno attaccato con i loro atti inquadrabili pienamente come reati per realizzare un progetto degno di una mente che meriterebbe di marcire in galera per vent'anni almeno.
Avranno torto ogni momento fino alla fine assoluta di questa buffonata.

Il tuo parere appoggialo pure lì, grazie.


lunedì 20 novembre 2017

Cannibali.

La mia condizione è simile a quella di uno scimpanzé da circo chiuso in gabbia sotto gli occhi di un'accozzaglia di imbecilli che non sanno fare altro che ruttare, grattarsi le chiappe e segnarlo a dito emettendo cupe e gutturali risate ebeti. Uno scimpanzé in stato confusionale e che non ha la coscienza di essere sotto sequestro da chi si arroga il diritto di negarlo alla vita. Si dà dei pugni, si morde, si graffia e si automutila, e ogni tanto, convinto di essere in mezzo alla giungla e non prigioniero di una gabbia e circondato da una marea di gonzi suoi carcerieri, si comporta da scimpanzé libero, provocando grande ilarità in mezzo ai cretini che tengono in mani le chiavi della gabbia nella quale è rinchiuso da mezzo secolo.




domenica 19 novembre 2017

Le quattro leggi indiane della spiritualità.

1. La persona che arriva è la persona giusta.
Così tu, che per me non conti, sei uno dei tasselli importanti che regge gli equilibri del mio palazzo. Grazie a dio ci sei, perché è di te che ho bisogno.

2. Quello che succede è l'unica cosa che sarebbe potuta accadere.
Volontà di dio: questa è la realtà, in ogni sua spicciola manifestazione. Svegliarsi una mattina e dire sì. Lasciare che la vita segua il suo corso. Non opporsi, non lottare, accettare, rassegnarsi, forse aprire le mani. Io non vedo a un centimetro dal mio naso. Sono così ignorante e così stupida. C'è qualcuno, nell'aria, che ne sa più di me.

3. Il momento in cui avviene è il momento giusto.
Sincronicità. Queste dita si muovono su questa tastiera esattamente al momento giusto. Ma lo saprà il padreterno quando sarà il momento di smettere per me di provare tutto questo dolore... Nella prossima vita voglio nascere cieca, non accorgermi di nulla. Intanto, continuo a far buon viso a cattivo gioco. Ho imparato che al mondo ho ci sono troppi agnelli travestiti da lupi, e troppi lupi travestiti da agnelli.

4. Quando qualcosa finisce, finisce.
Così faccio un favore al mondo, e forse col tempo mi sembrerà un favore anche per me stessa, anche se per adesso è solo una somma di solitudine, nostalgia e sentimenti di dolore e delusione, e accetto la fine. Quando potrò perdonare, proprio per la legge n.3, ci sarà una persona che saprà darmi una mano, aiutarmi ad uscirne, amandomi. Sono certa.



giovedì 16 novembre 2017

Sono un insieme di violenze e di speranze.


I Pink Floyd cantavano, in Animals, I know that you care what happens to me so I don't feel alone. Io, invece, rivendico il diritto di fregarmene. Che "tu" possa interessarti a quello che mi succede, o alle lacrime che piango, alle mie crisi, ai miei sbalzi d'umore, ai momenti in cui rido anche se vorrei morire, oppure no. Io conosco benissimo il modo in cui appaio. Ho ben chiara in testa questa immagine: quella che vedo riflessa nei loro occhi chiusi a fessura per le troppe risa. Per il troppo disprezzo. Non mi sento sola. Sarei lasciata in balia del mondo in ogni caso. A contare solo sulla forza delle mie gambe. Tutta la vita.
Quindi giudica quello che vedi, butta pure questa merda nel cesso e tira lo sciacquone: tutto quello che mi rimane da abbracciare, comunque, sono le mie stesse spalle.
Qualche volta alzo la voce, nel tentativo di ribellarmi alla tirannia che mi opprime; vivo nella confusione e delego le responsabilità perché dalle responsabilità vorrei fuggire.
Sogno ad occhi aperti praticamente sempre: la mia ben labile stabilità mentale si erge su questo. Immagino senza l'impegno di una speranza. Non riusciranno a riportarmi a terra. Non c'è niente di buono per me, a terra. Qui, posso essere quello che voglio.
Mi sembra di aver passato tanti anni rannicchiata in una zona buia e morta, asciugandomi le lacrime coi palmi, aspettando che venisse qualcuno a interrompere tanta pietà e tanta follia, tanto disordine.
E' evidente la mia predestinazione a rimanere sola. Persino questo spazio, sta perdendo visite.
Così anche le persone della mia vita, se ne vanno alla fine.
E in sottofondo la perfida regina, e il gelo, e la solitudine, e la paura, il disprezzo, la rabbia, la stupidità, la follia.

mercoledì 15 novembre 2017

Mal di cuore.

Soffro di un male al cuore di cui non posso dire e per il quale, una volta, se mi ucciderò, nessuno saprà mai. E quantunque sapranno, penseranno che sia solo la conseguenza del delirio di una pazza.


martedì 14 novembre 2017

Reattività zero #2

Una notte insonne mi ha spremuta finché non ho capito che qualunque fosse stato il valore che mi avresti attribuito, qualunque fosse stato il tuo modo di giudicarmi e di considerarmi, non sarebbe cambiato niente.
Ricordo ogni lacrima che ho versato, gli occhi pesti, i miei lividi, le occhiaie, i tagli sul corpo, il vomito nel cesso, quel numero sulla bilancia che saliva mese dopo mese; e ricordo di essermi vista precipitare, e ruzzolare giù dal pendio di una collina, per anni. Dolori interni, sofferenze eterne, ferite che si chiudono e dentro non si vedono. Nonostante ciò, non provo risentimento. Non riesco ad avercela con te.
Devi fare quel che devi. Andare avanti col tuo carico di dispiaceri, dolori, responsabilità, fatiche, divertimenti, rinunce, sporadiche gioie e felicità, sacrifici, momenti buca e di noia.
E se ti fosse rimasto il granello di sabbia di un dubbio: non sei responsabile della mia serenità.


Reattività zero.


"Troppi uomini pensano che io sia un'idea, o che possa completarli, o che possa riuscire a ridargli la vita... ma io sono solo una ragazza incasinata che cerca la sua pace mentale: non farmi carico della tua"
"Questo discorso me lo ricordo molto bene..."
"Ti avevo inquadrato, eh?"
"Avevi inquadrato il genere umano"

- Se mi lasci ti cancello

lunedì 13 novembre 2017

Present

Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guadarlo sull'orologio.
Ti auguro tempo per guardare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

(E. Michler)

giovedì 9 novembre 2017

I'll see you on the dark side of the moon.


Tutto quello che ci rimane, ad oggi, è ridere: di me che resto, di te che te ne vai.
Ridi, la bocca si sbellica, ma gli occhi rimangono morti, e vuoti.



martedì 7 novembre 2017

Non sono più.

Sono sollevata di non sentire più, e al tempo stesso mi manca, quella disperazione di avere piena consapevolezza della mia solitudine. Mi svegliavo in piena notte e non volevo dormire: volevo stare sveglia a contare i granelli che componevano il monumento al mio disastro, tormentarmi nel dolore fisico di chi sta crollando di stanchezza eppure deve stare sveglia per farsi male.
Al momento, e credo che sia un pensiero perfettamente lucido, farsi male è l'unico modo logico per esistere.
E tutto questo lo sto scrivendo senza avere, come in passato, un destinatario depositario delle mie confessioni, delle mie amarezze: sento, da qualche tempo, anche il piacere di non avere nessuno con cui parlare, di essere ascoltata dal niente e dal nulla e di sentire il silenzio e il vuoto attorno a me, un silenzio e un vuoto confortante nel quale depositare i miei sfoghi che, non essendo uditi, non saranno nemmeno sviscerati, sezionati, spulciati e giudicati ferocemente.
Posso dire di sentirmi una stupida. Di vergognarmi di esistere. Volevo urlarlo al mondo, ma le persone non capiscono, non si curano delle parole, o le sfruttano e le rivoltano come un calzino per arrivare a una valutazione di chi le pronuncia nel complesso, non nel particolare. Così sono stata zitta. E mi sono tenuta la vergogna e il senso di stupidità che mi caratterizza da tempi immemori, e soprattutto negli ultimi tempi.
Ho un alibi inattaccabile: l'alcol, che negli ultimi tempi ho utilizzato in maniera smodata, quasi ogni giorno. L'alcol che mi muove come se fossi una marionetta del cazzo senza cervello né pudore. Il sistematico e criminoso spingersi ad errare che mi porta a pensare: dai, sarà bello sentirsi storditi, davanti a una macchina che cade a pezzi. Il tempo di dimenticarti dei tuoi doveri, delle tue responsabilità. Dal momento in cui bevo, pardon, io sono stupida anche da sobria; ma dal momento in cui bevo, divento di una stupidità ancora più acuta, e questa mia inadeguatezza salta al mio occhio una volta che mi ridesto dai fumi dell'ebbrezza. Vergogna. Imbarazzo. Cosa avranno pensato? E' tanto più difficile per me, che esisto solo in funzione del giudizio degli altri.
Perciò ho deciso che non berrò più.
Stanotte, alle tre circa, mi sono svegliata e sono andata in cucina. Sigaretta - duole anche ammettere che continuo a fumare come un pescivendolo napoletano, e i miei denti ne risentono molto, così come pure la mia salute - e una sola domanda essenziale: cosa devo fare della mia vita? Finalmente arriviamo alla resa dei conti. Qualcosa deve pur cambiare, sennò non ce ne si esce. Continuo a ripetermi che ormai ho toccato il fondo. Che il fondo l'ho sfondato, a dire il vero. Così, vado per gradi: proposito: mollare la bottiglia. Al momento mi pongo questo obbiettivo. Anche perché tutti gli altri mi sembrano futili e impossibili da realizzare.
Non sto bene. Lotto ancora per non soffocare nell'inerzia e nell'accidia, nella depressione. Lotto ancora per trovare la spinta, ogni giorno, per dirmi: mettiamoci a studiare, perché l'atto di prendere appunti di per sé non è inutile, non è tempo perso. Consapevole che fallirò sempre, perché è al fallimento che la mia vita è votata. E le cose che circondano il mio mondo si fanno trasparenti come le ali delle mosche, e se si sforzano di farmisi più visibili le trovo irritanti. Trovo irritante anche la mia gatta, non la nutro più, lascio che a prendersi cura di lei sia mia madre. Ogni giorno il minimo indispensabile è preparare da mangiare - solo per me, a mia madre neanche penso - e badare all'igiene personale. La vita è scaduta.

venerdì 3 novembre 2017

One day, I'll disappear.

Un giorno sparirò. E forse quel giorno non è tanto lontano. Forse quel giorno è oggi. Forse era già ieri. Forse sono nella zona morta da mesi, e non me ne sono mai accorta.
Mi avevano raccontato di un film horror in cui una famiglia percepiva delle presenze ostili in casa. Tutto il film sembrava la classica storia di una casa infestata di fantasmi. Alla fine del lungometraggio la madre vedeva la sua tomba dalla finestra. I fantasmi erano loro, e quelli che ritenevano spiriti erano persone in carne e ossa.
La mia lapide si trova là fuori, magari sotto il mio naso. Come in hangman, piccoli indizi come lettere dell'alfabeto compongono il profilo del mio corpo appeso a un cappio. Li vedo giorno dopo giorno.
Non esisto più. Non riesco nemmeno a sentire la mia voce.
Sono sola.
Ieri sera era una serata di merda come tante serate di merda che compongono la mia vita. Avevo fregato una decina di euro tramite un sotterfugio a mia madre ed ero andata a comprarmi un cartone di vino da 2 euro al supermercato. Me l'ero bevuto quasi tutto in serata. Sembrava tutto tranquillo. Ho scritto una mail, ho sfacciatamente dato il mio contatto Skype a un australiano [basterà ignorare la sua richiesta di amicizia], e gradualmente l'alcol che avevo in corpo ha fatto effetto, deprimendomi e innervosensomi. Nulla di così sorprendente: l'alcol deprime il sistema nervoso. Così mi sono abbuffata. Poi, le dita a scavare fino in fondo alla gola.
Tutto già visto.
Stanotte mi sono svegliata più volte, presa dall'ansia e dai sensi di colpa perché non avevo studiato abbastanza e cazzate del genere. La bestia che mi mangiava dall'interno si svegliava con me e mi divorava pezzo a pezzo assieme alla vergogna, all'umiliazione, alla paura e allo sconforto. Mi stringevo la testa fra le braccia a mandare via quei demoni e trovavo conforto. Mi alzavo dal letto - un'anima in pena - e vagavo per la casa senza scopo, senza sapere cosa fare, triste e tormentata. Accendevo la tv, facevo zapping fra i programmi di musica, anche la voce dello speaker radiofonico mi feriva, quelle immagini, le immagini dei video musicali, mi perseguitavano. Fumavo. Bevevo il caffé rimasto nella moka. Mi rimettevo a letto, sempre stringendomi la testa fra le braccia, sperando che i mostri se ne andassero via.
Sono andata avanti nell'ologramma di sogni conturbanti e orrendi fino alle otto del mattino. Alle otto del mattino ho aperto gli occhi e ho maledetto le otto del mattino. Troppo presto, tutte quelle ore a pesare il nulla. Ho cominciato a formulare dei pensieri per rassicurarmi: forse devo prendermi una pausa da internet. Un giorno o due. Propositi che non sarei mai riuscita a mantenere.
Ho dormito ancora. Fino alle undici meno venti. Alle undici meno venti stavo già meglio: era mattinata inoltrata, meno ore a sopportare il peso della propria solitudine.
Altri pensieri rassicuranti: dovrei riprendere a mangiare solo 300 calorie al giorno. Vendere l'anima per il completo controllo. Forse può aiutarmi.
Qualcosa si è di nuovo rotto - mi sono di nuovo rotta io. In questa strada spazzata dallo scirocco, il cielo è un tramonto nebuloso senza spessore e la polvere è tutto quello su cui poggiano i miei piedi. Ho finito di essere. Sono finita. Sono scomparsa. Sono morta. A voi vivi rimane il beneficio del dubbio: ci saranno altre albe, altri tramonti, e poi ancora una volta sorgerà il sole? Per me, il sole è tramontato per sempre oltre la collina. Depongo le armi e smetto di lottare.
Ho visto la mia tomba.


giovedì 2 novembre 2017

Paul Auster

«Credo malgrado tutto che ogni persona sia sola, tutto il tempo. Si vive soli. Gli altri ci stanno intorno, ma si vive soli. Ognuno è come imprigionato nella sua testa, e tuttavia noi siamo quello che siamo solo grazie agli altri. Gli altri ci “abitano”. Per “altri” si deve intendere la cultura, la famiglia, gli amici. A volte possiamo cogliere il mistero dell’altro, penetrarlo, ma è talmente raro! È soprattutto l’amore a permettere un incontro di questo genere. Circa un anno fa, ho ritrovato un vecchio quaderno dei tempi in cui ero studente. Lì prendevo appunti, fermavo delle idee. Una citazione mi ha particolarmente impressionato: «Il mondo è nella mia testa. Il mio corpo è nel mondo». Avevo diciannove anni, e questa continua a essere la mia filosofia. I miei libri non sono nient’altro che lo sviluppo di questa constatazione».

- Paul Auster, da un’intervista a Paris Review

mercoledì 1 novembre 2017

Ripararmi.

Lasciare il controllo del male, le reti, le diete, e se è il caso di perdere parti di sé. Se fossi lucida avrei una visione chiara di come risulto all'esterno e pertanto saprei anche come comportarmi per ottenere un feedback positivo. Ma essere perfetti richiede una concentrazione e un impegno che sono stanca di metterci. Voglio essere così, stupida, incosciente, preda della malignità del prossimo e in balia dei suoi pensieri di scherno, lasciata alla deriva nel mare della mia ignoranza come una barca al largo, senza rotta, senza meta.
E tutto quanto si fa organo di questo patire,
io lo detesto con ogni fibra del mio essere,
perché non so soffrire con eleganza,
non so accartocciarmi in silenzio,
non so parlare di questo non-esistere senza fine, di questo eterno nulla cavo come un guscio di noce, utilizzando parole che esprimano i reali sentimenti che conservo nel cuore. Qualora abbia ancora sentimenti. Qualora abbia ancora cuore. Col tempo sono andata imbruttendomi, irrozzendomi. Un foglio scarabocchiato coi pennarelli da un bambino disordinato rappresenta il contenuto della mia mente. Lasciata troppo tempo sola, troppo tempo senza amore. Ma se un tempo me lo inventavo, adesso il mio orgoglio brucia, ferito, e si è rassegnato alla sua assenza.
Se al principio non mi trovi, insisti,
se non sono in un posto, cerca in un altro,
io mi fermo da qualche parte ad aspettarti.
- Walt Withman, Canto di me stesso
24 anni sporchi di cenere e di merda, un giorno apri gli occhi e scopri che non riesci più a chiamare "vecchio" nessuno. Il tempo della tua giovinezza si sta esaurendo. Dal punto di vista anagrafico a poco a poco va accorciandosi, come un filo che si consuma mangiato da una fiammella, mentre dal punto di vista delle occasioni e delle speranze è già terminato. Non sarai mai felice. E quanto più la tua malattia si aggrava, tanto più diventi dipendente, incapace di fare tutto, impedita e spaventata dalle più semplici responsabilità.
Avrei bisogno di un uomo al fianco, non perché io sia una sostenitrice del maschilismo che vuole la donna incapace alle dipendenze morali del maschio dominante, ma per smezzare un pezzo di cuore e un pezzo di solitudine.
Lui era la mia metà. Forse io non ero la sua, ma lui era la mia.



domenica 29 ottobre 2017

Hiro Onoda, il giapponese che continuò a difendersi per ventinove anni da un nemico che non esisteva.


Ricordo una frase letta sull'ultimo post di una ragazza anoressica qui su Blogger: dentro di noi ci sono giganti sopiti che, se svegliati, potrebbero spaventarci.
Ricordo una storia letta su Facebook. Riguardava un soldato giapponese di nome Hirō Onoda. La condivisi sulla mia bacheca perché la trovai affine alla mia situazione. Come io continuo a nascondermi in trincea da forze sconosciute e invisibili, che in ultima analisi si trovano solo nella mia testa, Hirō Onoda lottò ventinove anni nella giungla dell'isola di Lubang, nelle Filippine, difendendosi da un nemico che non sarebbe mai arrivato.
Per approfondimenti: link
Qual è la precisa linea di demarcazione fra quella che è un'impressione paranoica e quella che è la realtà - oggettivamente spesso crudele - dei fatti? E' mai possibile che la vita sia sempre così crudele, con me, tanto da non lasciarmi un solo attimo di pace, una sola occasione di gioia?
E se, come Hirō Onoda, finirò solo per passare decenni della mia vita a nascondermi nella giungla della mia malattia da nemici che non esistono se non nella mia testa?
Ogni volta che credo di aver dimenticato l'ottava lettera dell'alfabeto, l'ottava lettera dell'alfabeto torna a mettere a soqquadro ogni mio progetto, a porre disordine nell'ordine di ciò che può essere chiaro, sereno e pieno di pace. L'ottava lettera dell'alfabeto è nella mia testa, è un'estensione dei miei pensieri più marci e malati, e continuerà a rovinarmi la vita ancora per tanto, tanto tempo. Finché non sarò troppo vecchia per immaginarmi la felicità.
Forse non ci sarà alcun folle in cerca di creature mitiche o alcun Taniguchi a portarmi a casa, lontana dalla selva oscura nella quale mi sono perduta.
Ho bisogno di aiuto.

martedì 24 ottobre 2017

Estratto.

[...] Mia sorella forse è anoressica. Pesa meno di 38 kg per un'altezza di 153-154 cm e porta la 34-36. Ogni anno dimagrisce sempre di più, chilo dopo chilo. Scompare, sfoggiando sorrisi di orgoglio personale, sotto vestiti che le vanno ogni giorno sempre più larghi. Ovunque non riesce a vestirsi, perché tutto è di una taglia o due più grande. Risponde perfettamente ai canoni dell'anoressica-tipo, con la sua indole così maniacalmente perfezionista e arrivista. Non conta le calorie, ma mangia comunque pochissimo, e non ha alcuna intenzione di prendere peso. Se le accenni all'argomento si fa acida e ti insulta. Lei soffre di carenze di attenzione dovute al fatto che non si sente amata da mia madre (ma ne approfitta per fare la cocca di mio padre).
Non mi sono mai considerata bulimica - e figuriamoci poi anoressica - neanche quando avevo un bmi di 21 perché mi ritenevo, ancor più che "troppo grassa" per avere un dca, (visto che sembra essere un ragionamento molto in voga fra le anoressiche), mentalmente impostata su linee di pensiero diverse. Spiego meglio: una bulimica, come un'anoressica (se si legge il saggio di Massimo Recalcati, l'ultima cena, si può capire che sono la stessa identica sindrome che si manifesta in modi diversi) è orientata, una volta che raggiunge un peso piuttosto basso, a mantenerlo e preservarlo con tutte le sue forze. Come fa mia sorella, che salta la colazione, mangia a pranzo una fettina di carne e a cena pomodori.
Io, a 52 kg, quando ero normopeso, e tutti già cominciavano a farmi i complimenti e i maschi a notarmi per la strada, desideravo essere più magra. I 35 kg li volevo, e vomitavo, e soffrivo anche solo per un gelato; spesso digiunavo o prendevo i lassativi per un dolce; però a un certo punto qualcosa si è rotto, ed è quella rottura che mi ha fatto capire che in realtà sono una falsona. Perché una bulimica non si sarebbe rotta: una bulimica avrebbe continuato a vomitare fino ai 35, o quantomeno avrebbe mantenuto il peso. Io invece ho: smesso di vomitare; cominciato a bere; cominciato ad abbuffarmi con cibo ipercalorico alla stregua di una grassona - e infatti grassona poi lo sono diventata.
Una bulimica si sarebbe tagliata le vene, ma col cazzo che sarebbe arrivata a un bmi di 36. Io stessa, quando ero cicciottella (sui 58 kg) al liceo, e campavo alternando giornate da 6 kcal (solo tè verde senza zucchero, calcolavo anche quello) ad altre da massimo 130, e guardavo gli obesi in fila alla cassa del supermercato con in mano le loro tavolette di ciocccolato di seconda scelta (segno che non erano un regalo), mi chiedevo cosa frullasse loro in testa e mi dicevo: "meglio la morte, ma io non sarò mai come loro!". L'ironia della sorte. Non sapevo cosa mi aspettasse. Adesso non compro la cioccolata (né le patatine, né i biscotti, né la Nutella), non mangio junk food, però il mio metabolismo è talmente stremato che, tanto, ingrasso pure se mangio 70 grammi di pasta all'olio. E neanche quella introduco, perché ho il terrore dei carboidrati tipo pasta e pane. Allora come ho fatto a prendere quasi 40 kg? E com'è che ancora non ne ho persi magari 10? La risposta sta su: il metabolismo, e aggiungo: l'alcol, da cui non riesco a separarmi.
Ad Acireale non mi hanno curata per i dca, ma per il bipolarismo (in realtà io soffro di Disturbo Borderline di personalità). Pesavo 53 kg x 156, e per i medici - ignoranti - ero evidentemente "troppo grassa" per essere anoressica. In realtà l'anoressia è una questione mentale, non di peso. Tant'è che hanno coniato il termine Anoressia atipica per riferirsi a quelle/gli anoressiche/ci che rispondono a tutti i criteri dell'anoressia meno che a quello del peso (essendo normopeso o addirittura sovrappeso).
Due anni più tardi, venendo a sapere che vomitavo otto volte al giorno tutti i giorni e che continuavo ad assumere 300 calorie nell'arco della giornata (anche se poi finiva che mi abbuffavo fino alle 2000), mi diedero la diagnosi di bulimia nervosa. Ma c'è voluto del tempo e della fatica: nessuno voleva riconoscere che stavo male. E anche questa era fonte di malessere, per me.
Ho un vissuto di psicoterapia lungo 10 anni. I dca sono cominciati 7 anni fa. Ma qua in Sicilia sono tutti degli incompetenti, anche se io non ne farei una questione di latitudine: in realtà ne ho visti tanti, da tutte le parti d'Italia, da nord a sud, e prima che azzeccassero la diagnosi di anni ne sono passati otto. Dei deficienti tutti, praticamente, anche quelli che avevano la fama di essere dei "luminari".
Vivo terrorizzata all'idea di incontrare i miei ex compagni, se esco lo faccio quasi solo con mia madre avendo ormai solo un'amica (ne ho appena persa una per la mia dipendenza dall'alcol, ma non ho davvero perso nulla, in fondo: era un'opportunista), e passo le giornate a casa con il vago progetto di laurearmi, che prima mi rendeva motivata e felice, ma che adesso ha perso ogni attrattiva. Mi sono innamorata in passato, adesso l'ho dimenticato e comincio a pensare che non mi succederà più di avere quel guizzo di gioia nel cuore, quella sensazione che tutto vada e andrà per il verso giusto.
Non vedo gioia nel mio futuro. Ma anche suicidarsi mi sembra una gran cazzata, ormai.

domenica 22 ottobre 2017

Where's my love?



Non sto dicendo che tutto debba durare per sempre. Sto anzi dicendo che sto accettando che a tutto quanto c'è una fine. E che, anzi, quella fine la sto incoraggiando perché di questa situazione sono stanca. Uno sguardo dalla lente del telescopio a quando tornavo a casa da scuola con le braccia coperte di cerchietti di melatonina bruciata. Al mio tempo delle mele che erano mele marce e avvelenate.
L'amore non mi ha mai regalato niente di positivo. E c'è il rischio che tutto quel che abbia avuto da darmi sia questo.
Affondi nella depressione e ti chiedi cosa faccia la gente per non sentirsi sola.
Come la passa la giornata? Cosa pensa? Che pensieri formula? Cosa fa? Come tira avanti a campare?
Come fa a non annoiarsi? A non sentirsi triste?
A parte ubriacarsi.
Sei cascata testa e piedi nell'abitudine all'alcol, e questo perché non riesci a sentirti felice, ma neanche triste. E' una condizione terribile, quella di chi non ce la fa a pendere né da un lato né dall'altro. Ed è il baluardo della depressione.
Dormi, forse qualche ora di troppo. Il sonno ti mangia qualche ora di vita. Ti svegli e sei di nuovo triste, arrabbiata, depressa. Avresti dovuto passare quelle tre ore desta, anziché nel mondo dei sogni. A guardare mostri. A sognare mostri. A vivere incubi.
Non c'è speranza di stare bene, e tu lo sai bene. Non c'è gioia nel futuro, non vedi amore nel domani, solo questa febbricola perenne che non se ne va, e questa casa che si chiude su di te come a volerti schiacciare.

venerdì 20 ottobre 2017

Il Giorno Del Disastro.

So you hate me?
Don't worry, I hate me too.

Ad oggi, 20 ottobre 2017, c'è solo una cosa che fa di me un essere che può essere inquadrabile nel genere Umano: il mio corpo: sgradevole, lasciato a trascurare sé stesso in balia di una depressione che credevo superata ma che torna arrampicandosi su pensieri sconnessi e vuoti di accidia e inerzia, il mio corpo, brutto ai sensi... Eppure dotato di tutti i componenti essenziali per rispondere alle credenziali di un corpo umano - dovrei ringraziare l'angioletto per questo. Ci dev'essere stato un giorno, forse segnato sul calendario da una divinità parecchio stronza e a cui sono sempre stata per motivi che ignoro - ma che mi appaiono incontrovertibili - sul culo, in cui sarebbe cominciata l'era del mio disastro. Da bambina arzilla, vanitosa, impertinente, irascibile, perfettina, intelligente e diligente che ero. Come una palla che rotola giù per un pendìo, a partire da quel giorno sarebbe peggiorato tutto. Sarebbe sbocciato dal nulla il seme della perversione, che crescendo si sarebbe evoluto in una bestia carnivora che adesso mi mangia dall'interno. Guardo dall'esterno questa brutta persona scrivere. Lei è brutta ma quello che la circonda lo è altrettanto. Ultimamente le risulta insopportabile ogni leggerezza, lo sguardo sereno e vacuo di sua madre, che non sa e non saprà mai un cazzo del suo patimento, lo sfrigolìo del caffé sul fuoco, gli argomenti leggeri che riempiono il vuoto patinato dei salotti televisivi, e quelli altrettanto futili a cui la gente di tutti i giorni presta tanta attenzione. Ma lei non è che una reclusa che abbaia all'aria. Non è che un'eterna bambina spaventata della sua stessa ombra che conduce una vita triste, solitaria e deprimente, senza stimoli, senza volti, senza voci, senza amore, senza gioia. Sola. Davanti ad una macchina. Da anni ed anni, tutto il giorno. Tanto che crede di essere ormai simile ad una macchina anche lei. Rozzo si è reso il suo aspetto fisico e rozzi sono anche i desideri e i sentimenti che la muovono. Tanto che pensa che quelle persone - ammesso che esistano; ma con buone probabilità esistono, questa vita è un incubo dal quale lei personalmente non riesce a fuggire - che la istigano al suicidio non abbiano poi tutti i torti. Quantomeno, il loro agire è comprensibile - benché non raggiungeranno mai il loro scopo, quei poveri stronzi, perché alla brutta bestia quello che non la ammazza (e ci sono ben poche cose che la ammazzano) la rende più forte. E poi sovviene la domanda: quanti decenni ancora da sola, terrorizzata dal mondo, a combattere con i fantasmi della propria mente?


mercoledì 18 ottobre 2017

Senseless life.

In questa bella palla ovoidale che gira a velocità ultrasonica nel vuoto di un universo infinito, ogni giorno, da miliardi di anni, sorge alla luce di un sole che si affaccia sulle colline dei mille mondi che l'uomo conosce, e su quelli che non conosce. La notte arriva, cala l'oscurità, qualche ora di buio su un atomo sperduto in uno spazio di sconfinato silenzio lunare. Il giorno tornerà, tornerà e bagnerà di luce i mari e le pianure, farà crescere gli alberi e maturare i frutti.
Ogni minuto, su questa Terra, nascono 141 bambini. Ogni giorno vengono al mondo 200.000 nuove vite. Nuove vite che saranno condannate a percorrere lo stesso, noioso e inutile, cammino dei loro padri: per quanto, infatti, ci illudiamo che ogni vita sia unica e speciale, ognuna risulta uguale all'altra se consideriamo che in un unico modo è cominciata e soprattutto, che allo stesso modo terminerà. Il figlio sarà condannato a passare circa sessant'anni della sua vita a lavorare sodo; prima sui libri e poi con il lavoro vero e proprio. Verrà sottomesso dalla logica materialista che vede il guadagno fine a sé stesso come unico motore della vita. Fino a - in taluni casi - diventarne schiavo. Finirà, certe volte, persino per anteporlo al resto degli aspetti della vita. In ogni caso, la sua vita non avrà altro senso se non quello del lavora - guadagna - produci - crepa. Qualche amico, o un amore, se gli va bene, ad illuderlo che ci sia dell'altro, che la vita abbia un senso, che non sia solo un grosso imbroglio o la grossa presa per i fondelli senza capo né coda che è.
Poi invecchierà. Si ammalerà. Gli verrà il cancro, la cirrosi epatica, la demenza senile, l'alzheimer. Andrà indebolendosi e imbruttendosi ogni giorno, sfiorendo nella mente e nel corpo, come una brutta maschera di gesso che va deteriorandosi anno dopo anno. Fino al giorno in cui succederà: un giorno in cui la sua vita finirà, così come è cominciata. Così come dal nulla è arrivato, il figlio deve tornare al nulla. Perché? Una risposta non c'è. E' così e basta. E non ci si può opporre.
Il suo corpo verrà seppellito sotto metri di terra e diverrà concime per la terra. Cibo per vermi. Nel giro di mezzo secolo sarà polvere. Non esisterà completamente più. Cancellato per sempre dalla faccia della terra.
La vita non ha senso, e dopo la morte non c'è una minchia. Poi la gente può attaccarsi alla religione, straparlare di Paradiso e Inferno, Dio eccetera, ma l'amara realtà è questa.
Per questo negli ultimi tempi per tanto tempo non riesco a dormire. Ogni azione che compio - e che continuo a compiere - mi sembra inconsistente e priva di significato. Per questo ritengo che qualunque sia il mio futuro, non dovrò sentirmi in colpa. Tutto questo rimane senza senso. Che io riesca a realizzare i miei obbiettivi o che io rimanga fino alla morte una signora nessuno.

sabato 14 ottobre 2017

Hay Una Sombra Sobre Mi.

Incastrata in una vita dalla quale non riesco a fuggire e a partire dalla quale non trovo uno sbocco. Mi sono messa a tu per tu con il presente e ho cominciato a snocciolare ogni possibile evoluzione: Palermo - Torino - Casa - Lavoro. Torino rimane l'eventualità più proficua, ma anche la più dura da affrontare. Finché rimarrò sola, sarò sempre là a soffocare mentre annaspo nel più freddo e vuoto nero. La verità è che non sono più. C'è un'altra ombra sopra di me e non ci sono soli che possano mandarla via. Mi sento sempre più trascurata nella mia rozza follia, sempre più debole, sempre più confusa. Comincio a mangiare veramente poco e quando eccedo (anche se di poco) vomito. Dimagrire non servirà, comunque, se sarò sempre così sola.

Devo ricordarmi di non dormire fuori tempo perché mi rende, al risveglio, di pessimo umore.

Ho sognato di spingere una bicicletta per le strade del mio paese portando in sella una ragazza. Era un bel sogno, ma ero così triste quando ho aperto gli occhi. Forse perché non c'era più.


mercoledì 11 ottobre 2017

Guardo La Mia Vita Attraverso Un Bicchiere Di Vino.

and now we go our separate lives and breaking the ice is getting harder but there's no need to waste our words on what's gone and over 

Di unghia mangiucchiate e capelli che cadono. Se l'amore scioglie il cuore e addolcisce i lineamenti, il mio volto è duro come un pezzo di pietra e il mio cuore è freddo come i ghiacci del Polo Artico.
Apatia da vuoti interni, accidia, nervosismo e morte del cuore. Sto cercando un modo per attraversare questo ponte pericolante senza cadere nelle acque gelide del fiume di troppe insicurezze. La verità è che io non sono in grado di amare. L'opportunismo mi muove. Vado avanti di persona in persona, sfruttando. Mi importa di te finché mi servi. Ecco perché sono sola.

Io ti aspetto e nel frattempo (soprav)vivo.

Non sto aspettando nessuno, in realtà. Sto solo ammazzando il tempo in una cella frigorifera che conserva intatti i miei organi. In questa stanza buia, sempre uguale, mi illudo di fare qualcosa di produttivo per me stessa leggiucchiando dispense di spagnolo, e fra un bicchiere di vino e l'altro la mia tragedia va consumandosi. Non ho realizzato niente. Non ho fatto niente. Da due giorni mangio poco (sotto le 800 calorie) e ho PRESO mezzo chilo. Oggi ho bevuto e mangiato. Domani scade la settimana e io non ce la farò nemmeno a perdere 1 kg. Figuriamoci i 2 kg che mi ero prefissata.

 Non sono abbastanza lucida nemmeno per parlare dei miei sentimenti.
Ascolto musica rock spagnola e sogno un futuro diverso.
La vita violenta con rave party, musica psichedelica, feste e comide che mi immaginavo, non sarà mai mia.
Sono solo una tranquilla giovane donna con la passione per le lingue che farebbe meglio a smettere di sognare l'impossibile, se vuole smettere di soffrire.

sabato 7 ottobre 2017

Parole dalla zona morta.


Il prezzo lo sai è un po' il mare
sembra che ti culli ma poi ti vuole ingoiare.

Zoppicare di ore grige. Claudicare di giornate dal sapore di plastica. Ventiquattro anni sono passati strisciando sulla polvere e sullo sporco. Linee che si intersecano nel disordine e scrivono una storia senza struttura. L'eterno ritorno dell'uguale. Il ripetersi continuo degli stessi paradigmi. Sto guardando questo film da ventiquattro anni e ormai so come si svolgerà. Starò meglio. Starò di nuovo peggio. Tornerò ad avere un guizzo di benessere. Cadrò di nuovo nel baratro. Mi illuderò di stare bene solo perché tutto rimane perfettamente uguale a sé stesso. Continuerò ad accontentarmi di ombre e finzioni. Continuerò a cibarmi di spezie.
Sono una sognatrice. La mia struttura mentale si ergeva sull'ottava lettera dell'alfabeto. Otto era il numero che univa tutti i punti. Camminavo per aria. La gabbia era calda. Comoda. Dalle grate spiavo il paese delle meraviglie. Dal mio trono potevo essere quello che volevo essere. Le loro voci coprivano il silenzio. Camminavo al loro fianco. Se non sono esistiti nella realtà dei fatti, sono esistiti nella mia mente. Nel mio cuore, era vero. Nel mio cuore, l'ottava lettera era una questione vera e seria. Tanto che credo di averci perso qualche pezzo. Forse l'ottava lettera - che sia esistita o meno - si è presa un pezzo di me. Avrò bisogno di un lungo periodo di riabilitazione e di diversi punti di sutura. Avrò bisogno di tanta gente vicino e di un quintale di amore.
Una volta volevo morire, volevo essere lasciata in un manicomio. Adesso voglio essere sommersa dall'amore. Voglio il tocco delicato di una carezza. Di dolore ce n'è stato abbastanza.


venerdì 6 ottobre 2017

E adesso che si fa?

Ho una visione nebulosa di me stessa, sospesa, fra l'ottimismo stupido e la voglia di ricascare nel baratro testa e piedi. Mi rendo conto, talvolta, non sempre, di quanto povera sia la mia esistenza; in fondo altro non ho che questo spazietto virtuale. Qualche volta immagino come sarà fra dieci anni. Mi pongo delle preoccupazioni: sarò ancora qui? Ci saranno ancora questo ed altri posti ad accogliermi? Sarò più vecchia e più triste, e non avrò ancora concluso nulla nella vita? Vorrò morire? Una voce consolatrice mi rassicura che in dieci anni le cose possono cambiare. E io potrei non sentirmi più così sola, così perseguitata e attaccata affettivamente ai miei assassini. Sembra già che il sole di quest'era del disastro stia tramontando, e proprio sulle ceneri di questa faccenda sorgono dubbi orrendi, dubbi che sono incubi da veglia: se fosse tutto stato frutto della mia mente disturbata? Se io fossi sempre stata sola, in compagnia solo dei fantasmi silenziosi della mia mente? Se avessi parlato all'aria per sette lunghi anni, nel silenzio e nell'ombra? Il mio delirio è sorto dalla troppa solitudine, ce n'era abbastanza per impazzire e sono impazzita. So di essermi costruita da sola un mondo ostile e so che il mio cervello ha fatto di tutto per avvalorare questa ipotesi irreale negli anni una volta che ha preso piede nella mia mente, focalizzandosi su indizi che a un'interpretazione più serena potevano essere tranquillamente spiegabili razionalmente.
Ho corso tanto, lungo questa strada sterrata, perseguitata da voci e percosse, e adesso, d'un tratto, rallento, mi fermo e mi rendo conto che la mia pelle è priva di segni. Tutto immaginato. Tutto frutto della mia fantasia, della mia follia. Di troppo dolore e di troppa solitudine.
I mostri vivono dentro di noi e con me hanno vinto.
Le cose si metteranno meglio. Troverò un equilibrio in questa situazione triste. Mi abituerò a non pensarci, o a pensarci sempre meno, fino a non sentirmi più invasa, perseguitata, limitata nelle azioni.
L'idea del togliersi la vita mi sembra remota, al momento. So che non c'è speranza di essere felice. So che la mia vita non sarà mai piena di gioia, di amore, di realizzazione e soddisfazione. So che rimarrò sempre triste, più o meno sola e senza amore (io l'amore non so cosa significhi), più o meno insoddisfatta, più o meno spaventata, perché ormai è così che mi sono formata.
So tutto questo per certo e vado avanti lo stesso perché indietro c'è solo da ammazzarsi. E io conservo ancora un orgoglio tale che non mi consentirà mai di arrendermi alla morte.



martedì 3 ottobre 2017

Total eclipse of the heart.

Le giornate si susseguono le une identiche alle altre. Mi illudo di essermi spinta sempre un po' più in là, di aver finalmente compreso il meccanismo di questo mondo perverso e di essere arrivata a una svolta interiore importante; quella che mi consentirà di non essere colta impreparata nel momento in cui il prossimo tenterà di approfittarsi di nuovo di me. Ma sono sempre così ingenua.
Davanti a me vedo una vita intera da trascorrere fra la noia e il dolore. E so che l'unica cosa che potrebbe salvarmi, è anche l'unica che non voglio provare mai più.
Sono fatta così. Inizialmente mi fido in maniera sfrontata. Poi sovvengono i dubbi. I dubbi si diramano in mille e mille elucubrazioni. Ognuna di esse rafforza quella sottostante. Quando tutto sembra perdere forza alla luce delle smentite, mi aggrappo a un solo indizio; è sufficiente quello, nessuno può togliermelo dalla testa. E perdo la fede.
Quand'è che questa imbecille chiuderà la boccaccia e la finirà di regalare perle ai porci?
Quindi sono sola, di nuovo. Tanto per cambiare. C'è stato un momento, quando credevo di essere di nuovo nel bel mezzo di un'altra possibile storia - mi pare cretino scrivere una cosa del genere, ma tant'è -, che mi veniva facile tutto: uscire, studiare, sorridere.
L'eclissi totale del cuore. Si ritorna al buio. Si ritorna alla solita, pallosa, tristezza, all'amica stretta malinconia.
Ho scoperto di non avere dignità, né orgoglio.
Quindi non stupitevi più di nessuna delle cose che farò.

giovedì 28 settembre 2017

Two Years Ago.

La verità è che finché c'è un conflitto, c'è vita. Finché c'è tensione, ci si salva dalla depressione. Io, invece, sto morendo nelle mani dell'apatia, della monotonia.
Rileggevo il blog che tenevo nel 2015, qui su Blogger. La mia vita era piena fino a solo un paio di anni fa. Ero sempre desolantemente disperata. Ma c'era del movimento interno. La marea che va su e giù, giù e su. Una vita al galoppo, in continuo rinnovamento. Mi azzuffavo con me stessa e col mondo circostante. Tormentata per quei 35 kg di pura anoressia che bramavo con tutto il cuore - e che non avrei raggiunto mai. Ossessionata al punto da non potermi permettere un gelato se non al costo di un fiume di lacrime, digiuni e lassativi su lassativi. Ero fottuta. Ma ero bella così, mentre sfiorivo. Avrei voluto prendere quella me stessa impaurita e piangente del passato per le spalle e stringerla forte fra le braccia. Esserle amica. Dirle che sarebbe andato tutto bene. Perché nessuno, in quel momento, lo faceva. Anzi.
Troppo menefreghismo, troppo pressapochismo, nel trattare i miei sentimenti. E' sempre stato così. Quella Valentina di 53 kg che vomitava e digiunava per un gelato artigianale si meritava molto più amore. Si meritava un uomo vero al suo fianco, e non D. che minacciava di lasciarla come ha sempre fatto da vero vigliacco ogni volta che lei stava male. Non si meritava insulti, abbandoni, esclusioni e prese per il culo. Il suo cuore era una pietra preziosa nelle mani di rozzi bifolchi che se lo passavano di mano in mano senza cura e senza delicatezza, scagliandolo a destra e manca per farsi quattro risate.
Avrei voluto prendere per mano quella ragazza triste e pregarla di volersi bene. Che il peso non è che un numero, che non ha importanza, e chi la pensa diversamente non ha capito niente. Che un giorno, ne sono certa, qualcuno la troverà e saprà volerle bene. Perché in questo mondo così pieno di gente, non credo che non esista nessuno che possa prendersi cura di lei.

P.S. Fra qualche ora comincia la nuova giornata, e complici due giorni passati fuori città sono ingrassata. Spero di mantenermi il più a lungo possibile a stomaco vuoto.

martedì 26 settembre 2017

Bloccata in una vita che non sento più.

La mia vita è scaduta, ha il sapore di uno yogurt rancido. Lo sento sciogliersi sulla lingua e inacidirsi giorno dopo giorno.
Mi viene a noia tutto quanto. Ho perso la voglia di fare tutto. Ho perso l'entusiasmo dello svegliarmi la mattina. Ogni giorno è identico al precedente. Invecchiare non aggiunge nulla: la gente muore, si ammala, il corpo si fa pieno di rughe, si indebolisce, e ci si ritrova soli in balia di un mondo che altro non può portare che solitudine.
La mia vita non ha più ragione di continuare. Io non ho più né motivo né scopo. Me ne sto qui ad ammazzare il tempo in questa esistenza che per me è una condanna mentre il tempo mi schiaccia, e mi rompe le ossa. Lo sento srotolarsi davanti a me, me lo sento passare fra le dita, e ho solo una vaga concezione del fatto che non ho più né passato, né presente, né futuro. Il passato è troppo lontano e insignificante per essere rievocato e rimpianto; il presente è vuoto e insipido; il futuro è la promessa di un eterno patimento.
Questa morte anticipata è di gran lunga peggiore di qualunque dolore io possa aver provato in vita. Mi sento inutile. Provo una profonda noia di esistere. Non so cosa ci faccio qui. Ma non ho sufficiente energia neppure per bramare la morte.
Sono buttata in questa vita come un fottuto pesce in una casseruola. Nel nulla. Ad attendere il nulla. Prima, quantomeno c'erano delle  tappe; quantomeno, c'era qualcosa da attendere. Ora mi sento sul cominciare di un passaggio desertico. Ho perso tutto quanto. Sono senza più vita, senza più emozione. Triste? Depressa? Non sento più niente. Non mi aspetto più niente. Di questo mio corpo, di questa mia persona, di questa mia vita, si è persa memoria, non sono più nulla, non esisto più.
Ogni attività che mi sforzo di mandare avanti mi risulta uno sterile ammazzare il tempo prima di invecchiare e morire. Eppure, come scritto su, non sento ancora di desiderare la morte.
Bloccata. Cementificata. Non c'è niente che possa riportarmi in vita. Niente più mi desta interesse. Niente più mi emoziona. Niente mi riporterà nel mio cammino. Gli anni passano, io invecchio, mia madre invecchia, non ho un lavoro, non so come farò ad affrontare la vita. Sto perdendo tempo prezioso, e non so come mi preparerò dinanzi alle prove cui mi sottoporrà la vita.

giovedì 21 settembre 2017

Dimenticanza.

La disperazione che mi attanaglia le viscere storce il mio muso in una smorfia di doloroso dispiacere. Ho fatto uno di quei sogni che ti lasciano angosciato. Con l'amaro in bocca. Poco importa, era solo un sogno. Ma io sono ugualmente sola, ugualmente disperata, ugualmente impantanata in questa situazione terribile e nera, terrorizzata all'idea di non farcela ad affrontare il Domani. Mi metto davanti gli appunti. Provo a ripetere. Non riesco, è inutile, non ce la faccio. Le nozioni scivolano via dal mio cervello ottuso una volta che le ho lette. E' come se non le leggessi affatto. Sono da buttare via. Devo avere qualche malattia neurologica o qualcosa del genere. Sennò non avrei tutti questi vuoti di memoria. Oggi non ricordavo quanto fa venticinque più tre. Sto dimenticando persino come mi chiamo. Sto. dimenticando. tutto. Mi ricorda il passo di Cent'anni di solitudine, quando a Macondo gli abitanti si erano ammalati della malattia della dimenticanza e José Arcadio Buendìa appendeva bigliettini ovunque come promemoria, finché non arrivò a scrivere: Dio esiste. Sarà il caso di fare un elettroencefalogramma? C'è qualcosa che non va. Non posso andare avanti così. Non è normale. No, decisamente non è normale. Non è pigrizia. Questa stanchezza mentale perenne non è pigrizia. Io vorrei fare le cose. E' che non ci riesco più. Sono vecchia dentro, morta dentro. Ogni cosa mi costa sforzo. Vorrei solo dormire, dormire tutto il giorno. Perché solo quello riesco a fare. Solo quello non mi causa problemi. Di certo non sono in condizioni di studiare. Non con questo cervello marcio che mi ritrovo in testa.


sabato 16 settembre 2017

Un Posto Nel Mondo.

Come quando da bambina mi adagiavo sulla superficie cristallina del mare, facendo "la morta". Galleggiando su un letto di placida tranquillità. Tutta l'angoscia, il dolore, il terrore, la rabbia, il malessere del passato, sembrano un ricordo lontano anni ed anni. Ho trovato questa rinnovata forza in una cosa che si chiama progetto. Il mio progetto è lo studio all'Università. Lo studio per una cosa che fra l'altro amo, le lingue e la letteratura. Che mi porterà ad ottenere anche un posto nel mondo. Il mio cuore è così felice, così pieno di gratitudine. 
Mi nutro di piccoli bocconi di sapere e a poco a poco la mia anima sembra rigenerarsi. La pelle spaccata, arsa e seccata dall'aridità dell'ostinazione ad oltranza alla nullafacenza e della volontà di morte si rilassa e si rinfresca a contatto con questo nuovo balsamo di vita. Che nessuno mi tolga la possibilità di rimettermi in gioco, perché, sa solo Dio, in questi momenti penso che anch'io possa rimettermi in gioco. Mentre i miei occhi scorrono le pagine e le girano, una dopo l'altra, e passo da un argomento all'altro, e rispondo correttamente ai test, e anche la più piccola pepita di cultura sembra arricchirmi come una camera blindata di denaro, mi sembra di non essere più tanto di peso, di non avere dovermi più sentire tanto in colpa per il fatto di non riuscire ad essere utile in alcun modo, o in alternativa ad ammazzarmi. Non sento quasi nemmeno più fame e se la sento la combatto senza sacrificio. Ho realizzato di quanto io non abbia bisogno di quei legami deboli e sterili che mi costruivo ogni giorno per tirare avanti a campare un'altra giornata, da terminare sentendomi triste, in perenne odio con me stessa.
Lasciatemi qui. Così. Finché non avrò ripreso la giusta strada, il mio cammino.
Tutto il resto non ha più la minima importanza.


venerdì 15 settembre 2017

Tired.

Monsters are real, ghosts are real too.
They live inside us, and sometimes, they win.

Sono domande che dovrei rivolgere a un medico piuttosto che venire a scriverle qui, però certe volte mi chiedo di che dca soffra. Non uno dei più comuni, sicuramente.
Ieri sera ho cenato con due morsetti di conto di una cipollina di tavola calda alla carne e con 59 g (tre morsi) di calzone al salame, più mezza porzione di timballo di anelletti al forno. Poi, incurante della gola che mi fa male da almeno due giorni (l'altro ieri ha sanguinato copiosamente), ho rovesciato tutto ciò che ho potuto nella tazza del wc. Sono riuscita a non toccare più niente per tutta la serata.
Succede così: mangio un pasto - a volte ipercalorico, come in questo caso, a volte assolutamente normale -, controllo il peso subito dopo, il peso ovviamente è su, allora scatta la necessità impellente di mettersi il manico dello spazzolino in gola.
Ieri pomeriggio avrei voluto prendere un gelato prima di cena, come fanno milioni di persone normali. Non ci sono riuscita. A tratti, mi rendo conto di quante gioie mi stia togliendo la malattia. Anche l'obesità me ne sta togliendo parecchie. A prescindere dal peso, però, non voglio essere la ragazza acida che bruca un'insalata mentre gli altri mangiano la pizza. Non voglio essere la ragazza imbronciata che non riesce a godersi una cena fuori perché ogni santa volta deve alzarsi per andare in bagno - dimenticandosi anche il gusto del cibo e facendo fare figure di merda a tutti, fra l'altro.
Sono stanca.

martedì 12 settembre 2017

Sta Andando In Pezzi Tutto.

Una conversazione al telefono con una persona che mi diceva che forse non voglio veramente staccarmi da mia madre, guarire. Forse c'è una parte viscida e vigliacca di me che in tutta questa situazione catramosa non se la passa poi tanto male. E' orrendo dirlo o anche solo pensarlo. C'è una parte di me che gode di questa miseria.
Prigioniera della mia mente. Sequestrata dalla mia stessa paranoia. Ho dimenticato com'è essere soli, mentre conosco il sentirsi soli fin troppo bene. Nel frattempo mi tormento per le solite futili questioni. Non credo davvero di avere qualcosa da dire.
Mani gonfie si stringono attorno alle catene dell'inerzia e dell'abitudine. Ma l'ordine potrebbe intaccarsi di un po', i binari inclinarsi di qualche grado: l'e-campus mi ha attivato la piattaforma. Ho appena finito di parlare con la tutor. Stabilire il piano didattico della triennale. Il mio primo esame dovrebbe essere per il 23 ottobre, letteratura spagnola 1. Non ho ancora cominciato, e già il cuore pesa di paura. Già le mani sfregano gli occhi pieni di lacrime di fallimento. Sul serio io mi sento piena di valore, intimamente? Eppure, mi sembra di essere così mediocre. E piccola. E fragile. E senza difese.
Ho smesso di pensare a quello che gli altri possono pensare. Non mi riguarda più.





lunedì 11 settembre 2017

Medicine.



Mi sveglio ogni notte, più volte a notte, mangiata viva dall'ansia e dagli attacchi di panico. Prima di rendermene conto, le benzodiazepine erano entrate in circolo nel mio sangue e mi avevano resa schiava di loro. Tanto che non sarei più riuscita a farne a meno. Sono solo medicine. Fanno bene alla tua mente. E' solo che il tuo cervello non produce determinate sostanze, e tu hai bisogno di integrarle artificialmente. Tutto qua.
Mia sorella - quella alla quale ho augurato di prendere 18 all'esame di psichiatria - sta facendo delle ricerche. Per me. Povera sorella mia, non c'è niente da fare, per me. Quantunque dicano che il disturbo borderline sia il "migliore di tutti" in quanto curabilissimo con la sola psicoterapia, non c'è speranza di guarire. Questa è la mia profonda convinzione. E sono così stanca di lottare...
La vita mi ha indebolita tanto. Vi prego, non voglio odiarvi.
Leggevo un testo sul narcisismo e ho compreso di essere una narcisista anch'io. Dove il sentimento di inferiorità è manifesto, sotto la superficie c'è quello di superiorità, e viceversa. Non vorrei essere così arrogante. Non vorrei credermi piena di valore - quando non ne ho. Vi prego di credere in queste mie parole: ho sempre disprezzato i narcisisti e vorrei tanto non rientrare nella categoria. Ma le stesse convinzioni patologiche che ho - quella di essere al centro di un complotto mondiale - non fanno che avvalorare questa ipotesi. Sono malata. E ho bisogno delle mie medicine. E ne avrò bisogno per tutta la durata della mia vita.
Morirà presto.
Domani avrei dovuto andare a Verona, non andrò. Scappo da un progetto all'altro. E il prossimo progetto si chiama Torino. Fra un mese e mezzo o poco più.
Poi prenderò la laurea e comincerò a lavorare.
E anche se sarò sempre sola, posso ancora raggiungere l'autonomia che tanto desidero.


martedì 5 settembre 2017

Post inutile.

Sono giorni di una fiacchezza aberrante. Non riesco a leggere, e questo era prevedibile: un'attività tanto tranquilla e culturalmente stimolante stride col mio modo di essere irrequieto come unghia affilate contro la lavagna. Non riesco, però, a fare praticamente null'altro; nemmeno ad ascoltare musica. Non posso nemmeno dormire. Riesco solo a mangiare, bere e fumare. Tormentata da un malessere fisico che è simile ad una febbricola. E da uno psicologico che mi toglie la forza e la voglia di fare altro che stendermi a letto e cercare di prendere sonno. Tutto il giorno.
La dieta era cominciata bene - ad oggi ho perso, in sei giorni, 1,2 kg - ma ultimamente anche la mia forza di volontà sta avendo una flessione verso il basso. Basti pensare che sono l'una passata e ho assunto più di 938 calorie fra colazione e pranzo. L'unica cosa che mi può salvare è saltare spuntino e cena, ma so già che se la prima cosa è fattibile al 65%, la seconda è quasi impossibile.
Questo mio bozzolo di ciccia che non oso più chiamare corpo rimarrà tanto orrendo ancora per molto, molto tempo. Forse per anni.
Mi ero messa in testa di perdere 2 kg alla settimana, ma se dovessi rispettare questo piano avrei due giorni di tempo per perderne 0,8, e so già di non potercela fare. Temo, anzi, di prendere di nuovo peso nei prossimi giorni, fino a tornare al punto di partenza. I pronostici puntano a questo, e sono le condizioni che li stabiliscono ed incoraggiano.
Ieri sera ho ingoiato una quantità imprecisata di gocce di Entumin (ipnoinduttore) perché ero rosa dall'ansia e dal nervosismo, tanto che tremavo come una foglia. Il flaconcino in teoria era vuoto, ma mi è venuto in testa di togliere il beccuccio e ho consumato tutto il medicinale che era rimasto. Non so quante gocce fossero, di certo una quantità pericolosa. Una piccola pozzangherina di utilissimo calmante amaro sul fondo del bicchiere, che poi ho miscelato a un po' d'acqua.
Un centinaio di gocce sono già pericolose per la salute, ma se sopravvivi stai due giorni in modalità zombie e dormi come un ghiro. Se oggi pomeriggio mia madre mi rifornirà di medicine, avrò il mio cocktail-scacciapensieri prediletto pronto a soddisfare ogni mia esigenza di morte. Vedete, a dare medicine in mano a una cretina si rischia che la cretina ci lasci le penne. Ma nel mio caso non è una tragedia.
Stamattina mi sono svegliata alle 6,30 dopo la dormitona di ieri e per un attimo è stato come tornare ai tempi del liceo, quando mi svegliavo alle 6 e la casa era silenziosa e immersa nel sonno, e io fumavo quelle stupide sigarette guardando la portafinestra chiusa alla tenue luce di fuori, preparandomi alla carneficina che mi avrebbe resa vittima solo due ore più tardi, allorché mi sarei buttata in pasto a quella quotidiana sensazione di solitudine fra la folla. E' stata una sensazione strana. E triste. Sarà che hanno dato in onda Titanic, che avevano trasmesso anche verso la fine del mio quinto anno di liceo. Qualcosa mi ricorda quei tempi. Come se non fosse del tutto finita - come se mai in fondo finirà, finché ne avrò memoria.

P.S. Ho incontrato una ex compagna di classe domenica alla Lidl. Ha guardato il contenuto del mio carrello, poi distrattamente in alto, ma non mi ha riconosciuta. Sfido io. Quasi 31 kg in più del peso più in alto in assoluto di quattro-cinque anni fa, quando lei mi conosceva. Neanche io, al posto suo, l'avrei fatto.


domenica 3 settembre 2017

Casa.


 
Casa, è dove voglio essere
Prendimi e rigirami
Mi sento confuso, nato con cuore debole
Immagino di dovermi divertire
 
Meno ne parliamo e meglio è
Ce lo inventeremo strada facendo
Piedi per terra, testa per aria
Va tutto bene, so che non c'è niente di male, niente
 
Ho un sacco di tempo
Hai una luce negli occhi
 
E tu sei qui accanto a me
Amo il trascorrere del tempo
Mai per denaro, sempre per amore
Coprimi e dammi la buonanotte, dammi la buonanotte

Casa è dove voglio essere
Ma immagino di esserci già
Torno a casa, lei spiega le sue ali
Immagino che questo debba essere il posto
 
Non riesco a distinguerne uno da un altro
Ti ho trovata io, o tu hai trovato me?
C'è stato un tempo, prima che nascessimo,
se qualcuno chiede, è qui che sarò, è qui che sarò.
 
Scivoliamo e andiamo alla deriva
Canta contro la mia bocca
 
E in tutto questo marasma di gente
Il tuo volto è un paesaggio
Sono solo un animale che cerca una casa e
di condividere uno spazio per un minuto o due
 
E amami finché il mio cuore non si ferma,
amami finché muoio,
Gli occhi si illuminano
ti osservano
Copri gli spazi bianchi
Dammi una botta in testa.