domenica 23 luglio 2017

Nostalgia for winter.

Jamie Heiden - After the rain

L'acqua cade dal cielo, e le suole delle mie scarpe scricchiolano a contatto con la pioggia dell'asfalto. Di quelle romantiche mattine in cui mi sembrava di avere il mondo sul palmo della mano non ho memoria, solo nostalgia cava di ricordi.
Ho lasciato il mio cuore sotto i portici di Pisa, in un'uggiosa mattinata di novembre, e il mio volto sul foglio di quel ritrattista da strada che mi ha fermato a Firenze per farmi un disegno. La mia anima è ancora là, dopo quattro anni. In un mondo che pare un'altra dimensione rispetto a quella in cui mi trovo adesso: sola, reclusa in casa, nella campagna rurale del Sud, con il cielo bianco e lo scirocco ad arrostire il paese alla brace.
Questa non è casa mia.

"Darei
tutto quello che ho
pur di trovare qualcuno
che mi porti a casa".

Sento di non appartenere a questo luogo. L'orizzonte brillante e il cielo azzurro. L'odore della salsedine. La sabbia fina e calda e gli ombrelloni aperti al sole. Non è questo il mio posto.
Sento nostalgia dell'inverno, con le strade che odorano di bagnato e la pioggia che cade lenta sui tetti delle case. Con il cielo annuvolato e brontolante. Sento nostalgia di quelle sere in cui uscivo per andare a fare la spesa e tornavo alle sei del pomeriggio che era già buio, e fuori tutto il mondo era nero, e l'unico suono nell'aria gonfia di umidità era la pioggia che batteva con delicatezza sull'asfalto. Il silenzio. La notte senza stelle. L'acqua che scendeva a fiumi dalla discesa della collina, quella che portava in centro. La natura mi coccolava. La natura mi cullava fra le braccia con dolcezza.
Mi torna in mente l'Irlanda. Natale di cinque o sei anni fa. Mi si erano congelate le dita nonostante portassi i guanti. Ubriaconi cantavano canzoni stonate barcollando vicino al trenino della tranvia, affondando con gli scarponi nella neve. Era tutto straordinario. Fuori c'era freddo, ma nei pub e nelle locande la gente si scaldava con la gioia di vivere.
Dublino è una città accogliente e calda. Non so perché la gente descriva i dublinesi come persone scorbutiche e antipatiche. Ho trovato la stessa accoglienza festosa che in genere si riserva ai turisti nel nostro Paese, solo molto più raffinata, più civilizzata. Nei ristoranti sembrava di stare nel mondo delle favole. Finestre a quadrettoni a far da balconcini alla neve, leggera e soffice. Ho assaggiato uno strano burro che non riuscivo a togliermi di bocca.
Volevo studiare inglese per tornarci e trovar lavoro lì.

La dieta procede a rilento. Due giorni fa ho perso 1,1 kg in un solo giorno. Ma i successivi due mi sono mantenuta (+ 1 hg in tutto). Mangio comunque molto meno di prima, e non è un gesto sofferto. Non credo di riuscire ad arrivare a 65 kg per il 23 ottobre. Non ha importanza. Dove arrivo metto punto.
Ho litigato con mia sorella per un'ingiustizia che ha mosso a mia madre riguardante il giorno della sua laurea. Sempre per via di quel cane che non chiamo padre perché non lo è. In paese, in provincia, tutti sanno delle sue scorrettezze. Del suo essere delinquente. Del fatto che una volta ha persino rubato nella farmacia dove lavorava.
Lo psi ha proposto di incontrarlo. Lui non vuole venire se non in compagnia di "sua figlia G." (mia sorella). Peccato che lo psi non acconsentirà mai a fare entrare anche mia sorella nello studio con lui. E, se dovesse farlo, patti chiari, amicizia lunga: devo esserci anch'io a supervisionare, ond'evitare che lo psi si faccia abbindolare dalla sua indole manipolativa, scorretta e menzognera, per mettere i puntini sulle i qualora dovesse raccontare qualche bugia grossa per arrampicarsi sugli specchi.
Questo maiale mi sta rovinando anche il rapporto con mia sorella. Da quando è passata dalla sua parte, la detesto. Se è con lui è per forza contro di me. I due affetti non possono coesistere, per me. Sono pronta anche a rinnegarla.


venerdì 21 luglio 2017

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.

L'oscurità è la mia base, perché sono una mediocre e sulla serenità non ho niente da dire.
Ma in realtà sto attraversando un momento di relativa pace: niente più pianti, niente più liti, niente più alcol in quantità da coma etilico e niente più pensieri suicidari. Quasi. Quelli non si scrostano nemmeno con la spugna di ferro. C'è un momento, la sera, che devo staccare dai pensieri frivoli e costringermi a pensare alla vita. Tutto l'inverso di quello che fanno le persone normali.

Mi combatto ogni giorno. La mia parte emotiva cozza con la mia parte razionale, ma sento che vincerà la seconda, giorni come questi. Basta che io mi ricordi che devo essere lucida. Se provo a tenere gli occhi aperti riesco a reggere la luce. Quel tanto che basta. Solo quel tanto che basta per non continuare a rovinarmi da sola.

La mia misantropia rimane inalterata. Non ho quasi mai antipatia nei riguardi delle singole persone che incontro, ma della società in generale. Animale asociale. Scruto ostile la razza umana proseguire, dalla mia tana. Parlare di calcio, di donne, di uomini, di cerette e di abbonamenti in palestra.
Con tutto l'impegno che posso metterci, non sarò mai dei loro.
Il mondo fuori è instabile come sabbie mobili, volubile. Riesco ad aver fiducia soltanto in mia madre. Solo in lei sento di poggiare su solide basi.

giovedì 20 luglio 2017

Without you, I feel alone.


"She says, I've got a darkness
that I have to feed
I've got a sadness
That grows up around me like a weed
And I'm not hurting anyone
I'm just spiraling in".

Essere sola mi piace. Forse sono un'asociale. Forse mi sono soltanto abituata. Al male ci si abitua. A tutto ci si abitua.
In passato mi sentivo in errore, come se volessero negarmi la possibilità di amare. Quello che non avevo capito è che c'è un modo corretto di amare, e non è quello di farsi dominare dalle passioni e inseguire spasmodicamente il proprio oggetto d'amore. L'oggetto d'amore era il fulcro della mia esistenza. Non potevo sopravvivere al pensiero di starne senza. Nella mia mente non c'era altro cruccio. Quello di C. E quello di perdere peso. Benché fossi già perfetta. Me ne accorgo ora che sfioro gli 89 chili. Non avevo niente di cui lamentarmi.
Dall'alcol non mi separo. Ho assunto 600 kcal di cibo e 350 di alcolici. Devo dimagrire e non ce la faccio. Devo dimagrire e mi sembra un traguardo piuttosto futile. Non sarò mai felice. Nemmeno dimagrendo - comunque, non dimagrirò. Scelgo l'alcol. Perché non ho proprio niente da perdere.

Ah, ecco una cosa che farà di me una persona che pensa produttivamente al suo futuro: forse comincerò a lavorare da apprendista nello studio di un corallaio (uno fra i più grandi; forse, il migliore in assoluto al mondo). Forse aprirò un negozio di collane in pietra pomice. Forse studierò per prendere la patente. Forse studierò anche per prendermi una fottuta laurea del cazzo che non mi aiuterà a realizzare sogni di cui ho timore.
Ma perché tutto questo dovrebbe rendermi una persona completa? Perché dovrei sentirmi motivata e a posto con me stessa?

Quando c'era C., la mia vita, per quanto squallida, miserevole, brutta, solitaria, ridicola, sofferta, aveva almeno un senso. Ora cala il buio. Cala il sipario. E io ho finito di dire tutto quello che c'era da dire.

mercoledì 19 luglio 2017

La morte dell'amore.

Viene verso di me, tranquillo, implacabile, come tutte le altre volte. Ma oggi non ho paura. Forse è il dolore a impedirmelo. Il dolore insopportabile che mi artiglia le viscere. So che lui farà cessare quell'agonia, come ha sempre fatto. Non per cattiveria, né per bontà. Semplicemente perché deve. Perché Fallen è la morte. Uno strano tipo di morte. Fallen è la morte dell'amore.

Ieri sera ho festeggiato la fine con una lugubre bottiglia di vino bianco. Mandato giù come se fosse niente. Non ero ubriaca. Ero solo un po' alticcia. Un grande universo fuori da quella porta, mentre la notte stellata osservava silenziosa me che camminavo per le stanze buie con le lacrime che mi rigavano la faccia e la musica nelle orecchie. Come una zombie, di nuovo col cervello in vacanza.
Bosco dei Placebo.
Io e lui siamo così insignificanti l'uno all'altra, divisi da una sostanziale indifferenza infarcita di un poco di irrisorietà (da parte sua) e di amarezza (da parte mia). C'è stato un tempo in cui lo stronzetto del liceo faceva una strage, ma solo del mio cuore, e mi domandavo per quale ragione non molte altre (a parte la ballerina figa della classe) se lo filassero. Per quanto ne sapevo io, claro. Aveva degli attributi indiscutibilmente positivi (una bella altezza, sull'1.85; un fisico magrissimo e asciutto) uniti ad altri che un occhio freddo avrebbe giudicato "brutti", ma per me quella sua faccia era odiosamente bellissima.
Altro, di lui, non sapevo.
L'unica cosa che so è che sognava l'amore.

So che continuare a parlarne non servirà a nulla, ma di recente c'è stato un ultimo "battibecco virtuale" e lui è tornato nella mia vita sfondando di spalla la porta. Non per sua volontà, ma per mia debolezza. Il quindici luglio ero felice. Felice di averlo trovato di nuovo. Almeno inizialmente.
Ho realizzato che tutto ciò che mi rendeva triste era il pensiero che lui fosse morto.

Prende in giro, sfotte, gioca coi miei sentimenti. Un tempo sarei morta di dolore. Oggi ricambio con uguale ironica strafottenza.
Fai vedere quanto ti piace giocare, C.
Mangiata viva da questo irresistibile passatempo così pericolosamente vicino al cuore. Mentre mi diverto a rispondere alle sue provocazioni, potrei essere già di nuovo sprofondata nella zona morta. Quella di chi pensa e non viene pensato.

domenica 16 luglio 2017

Che differenza fa? Nessuna.

16 luglio 2017
resoconto (inutile) della solita giornata solitaria di ieri.

Di pomeriggio avevo deciso di bere, di saltare il Selincro per concedermi un po' più leggerezza in serata. Nel frigo-bar del supermercato c'erano quattro Tennent's; avevo optato per tre ma mi son detta va be', una in più. Facciamo piazza pulita. Ho comprato una busta di paella surgelata e sono tornata a casa.
Al momento del rincaso avevo dentro solo una banana e mezzo bicchiere di latte scremato (saltato il pranzo), ma non avevo fame. Non avevo neanche "sete": non sentivo il bisogno di alticciarmi. Ma mi son convinta di averne invece bisogno e così, da due birre che volevo consumare, sono riuscita a berle tutte e quattro una dopo l'altra. Che, si sa, una delle rogne peggiori dell'alcol è che se cominci a berne un bicchiere, ne vuoi sempre di più. Ecco perché agli alcolisti che vogliono smettere consigliano di non toccarne mai una goccia per tutta la vita.
Dopo la terza stavo già per svenire (essendo a stomaco vuoto), ma la testadicazzaggine è tanta. Del resto quella birricella sola soletta circondata da quelle altre tre vuote mi faceva pena. 
E chissà se un giorno mi farà pena anche mia madre, che è costretta a litigare con me quando in seguito la scongiuro di accompagnarmi in centro per comprarne altre due, troppo sbattuta dall'alcol per camminare. Ma andiamo per ordine.
Dopo aver mandato a fanculo D. (che già stava male di suo) c'è un vuoto che non riesco a riempire. Mi pare fossero le sei del pomeriggio, circa. Non ho la più pallida idea di come mi sia venuto in mente, a un certo punto (alle otto-otto e mezza) di contattare G. per parlargli. Lui mi ha scritto di chiamarlo verso le 9,30 perché era a lavoro. E' lì che è sorto il bisogno della 5-6° birra: perché, da sola non ce la faccio, dicevo, non ce la faccio a dirglielo senza l'ausilio della miserevole birricella. Io sono un verme.
Così ho litigato con mia madre. Lei se n'è andata via di casa come spesso fa quando litighiamo per l'alcol o quando esprimo la necessità di bere più del necessario. Rimasta sola a chiedermi come me la sbrigo (lei s'è portata via i soldi). Forse posso far finta di essermi scordata e non chiamare più G? Passa un'oretta e si fanno le 9,45. Quello mi manda un messaggio per ricordarmi di chiamarlo (si vede che ci tiene a sentire cos'ho da dirgli). Lo chiamo e vuoto il sacco (l'alcol di prima non è ancora svanito del tutto), lui inizialmente ti vedo solo come un'amica e poi ci penserò. "Io non sono una bellona, ma se mi affeziono a qualcuno do tutto il mio cuore". Brava miserevole cogliona, a parte la frase da quinta elementare ti sei appena cacciata in uno splendido casino.
Più tardi avrei ridimensionato la cosa: poco importa se abbiamo avuto quella conversazione. Posso far finta che non sia successo niente, se lui non me ne farà cenno andrà tutto tranquillissimo. Quello che mi domando è perché ho sentito il bisogno di fare una cosa del genere. Non ho nemmeno pensato a qualcosa come "rimarrò tutta la vita sola", "devo sistemarmi", il punto è che forse ieri era una giornata peggiore delle altre.
Ho dormito a singhiozzo fino alle 5. Alla fine mi sono arresa e mi sono alzata. Il peso è sceso di 500 grammi, se mi pesassi alle 11 forse sarebbero anche 700 o 800. Cercherò di rimanere a digiuno fino a quell'orario. Del resto, che sono 6-7 ore di astinenza paragonate alla vastità della vita di merda che mi tocca ancora sentirmi passare addosso?
Mia madre mi ha scritto un messaggio talmente pieno di amore che mi ha fatta sentire una povera stronza per ciò che le ho detto ieri sera.


Alla saluta andonio, e niente. Ormai non c'è limite all'ammontare di schifo che provo per me stessa, tanto che arrivo persino a farmi pena. Questa è la foto dell'alba di stamattina vista dalla veranda della mia casa, tanto per mettere qualcosa di bello e potenzialmente profondo (ad cazzum) in un post che non è che lo srotolamento sporco e penoso di cui potevo tranquillamente fare a meno di quanto sono una persona triste, desolantemente sfigata e senza una vita che sia degna di essere chiamata vita.
Queste minchiatelle che faccio sola soletta a casina casuccia non sono che gli impulsi elettrici che mi infondo per illudermi di combinare qualcosa nella noia in cui affondo corpo e mente.

Buona domenica. La mia sarà orrenda, e per protesta nei confronti del mio cervello idiota mangerò il meno possibile. 

sabato 15 luglio 2017

Time waits for no one.

Ieri sera, verso le 20, mi trovavo ad un incrocio nella mia città aspettando una persona. Stavo smanettando col cellulare quando ad un certo punto ho sentito un botto e ho alzato lo sguardo: due macchine si erano schiantate l'una sull'altra. Il conducente della prima, che veniva dalla strada nella quale mi trovavo io, correva ad una velocità di almeno 80 km/h e non aveva rispettato il segnale di STOP al bordo dell'incrocio. Il secondo conducente veniva dalla strada che s'intersecava con essa.
Ho visto nei dettagli la dinamica dell'incidente: la prima auto ha preso in pieno la ruota di davanti della seconda, e l'urto è stato talmente forte che l'ha praticamente girata deviandola e inchiodandola al muro di una palazzina dirimpetto. Entrambe le auto erano distrutte, accartocciate come un foglio di carta, gli airbag aperti.
Il "colpevole" era un ragazzo fra i diciannove e i ventidue anni, che è sceso dall'auto in compagnia della sua ragazzetta, visibilmente sconvolta. Entrambi, comunque, a parte qualche graffio, stavano benone.
Il ragazzo vittima dell'incidente, invece, era immobile, con espressione sofferente, tremava come una foglia ed era incapace di muoversi, bianco in volto come un lenzuolo.
La gente è accorsa e alcuni hanno cercato di rassicurare la vittima, mentre altri si occupavano della fidanzatina del pirata della strada (che continuava a discolparsi dicendo che andava a 30 all'ora) che forse facendo un po' di scena a partire da un reale sentimento di orrore, tremava, si faceva bagnare la fronte con dell'acqua e si agitava fra le carezze del fidanzato fino ad arrivare a vomitare sul marciapiede. Insomma, la regina della scena era lei: c'era più gente attorno alla ragazza (che ripeto, non si era fatta che un graffietto sul ginocchio) che attorno al ragazzo intrappolato nella sua auto con lo sportello fracassato e impossibile da aprire, in stato di shock (continuava a biascicare "la macchina").
Un uomo nelle vicinanze diceva che sicuramente avrebbero dato al ragazzino il 100% della colpa.
Trenta minuti buoni di attesa e sarebbe arrivata l'ambulanza - nel frattempo il ragazzo avrebbe anche potuto morire. Lo seguivo con lo sguardo mentre se lo portavano via, circondato dai parenti.
E con lui se ne andava anche il mio pensiero troppo timido per essere vissuto.
Volevo fare qualcosa di più che stare a guardare, cementificata dalla paura.

Ieri sera pensavo al fatto che la cosa che più di ogni altra mi spaventa non è la morte: è il tempo. Non il tempo inteso come perdita di avvenenza, di bellezza, ma il tempo in quanto vento che scorre e rende polvere ogni cosa. Pensavo di nuovo a quelle soluzioni che non dovrebbero più passarmi per la testa. Se non riuscirò mai più a vivere, mia madre morirà col dolore. E se anche riuscissi a rialzarmi, come potrei sopportare il dolore di stringere la sua mano sul letto di morte dicendole che ce l'abbiamo fatta? Vivo nel passato, non voglio lasciarlo andare. Ma quando penso a quei luoghi, a quelle persone, li vedo attraverso il filtro color seppia di quell'infinità di anni che sono passati, lasciandomi solo con l'amaro in bocca e un milione di rimpianti.



mercoledì 12 luglio 2017

Non facciamone una tragedia.

Avrei - forse - bisogno di una certa leggerezza nella mia vita, e non sempre discorsi catastrofisti e ampollosi su quanto sia triste essere diversi, destinati alla solitudine e senza spalle d'appoggio.
Avrei forse bisogno di un po' di frivolezza - quella che mi porterebbe a desiderare traguardi superficiali (o presunti tali) come un corpo normale, un volto curato, dei vestiti belli da indossare. [Belli, ho detto. Non ho detto per forza cari].
Non so. Bah. Per adesso gira così. Fra qualche ora tornerà Madama Depressione e ricomincerò - lasciata ormai in balia di me stessa, senza la mano d'aiuto dell'amico Alcol - a delirare e scrivere di roba malinconica e sofferta [che risulterà solo irritante, agli altri e a me stessa che detesto vedere ridotta in questo stato] e chi s'è visto s'è visto.

Avere a che fare con D. è come essere delle pediatre. Sempre disponibili e sempre impeccabili, attente ai bisogni del bimbo e a non farlo arrabbiare con un gesto di debolezza personale come può essere fare delle cazzate in preda allo sconforto [sto parlando banalmente di un periodo di malinconia di cui stupidamente lo rendo partecipe o di un paio di birre in più la sera]. Così mi manda a fanculo, perché be', perché non mi posso permettere di essere triste anch'io, e per un paio di giorni non si fa sentire. Va avanti così da un anno e mezzo, ormai.
Poi parla con mia madre [lui e mia madre sono ormai grandi amiconi], mi manda canzoni stucchevoli e odiose su Whatsapp [Negramaro e Fabrizio Moro top], correlate a frasi avvincenti (sic) del tipo: "lotterò per averti qui".
Un gran chissene frega dove lo mettiamo?
[vi assicuro che ho le mie ragioni per non poterlo vedere più.]

Oggi pomeriggio sono andata in banca per pagare la prima tassa universitaria all'ecampus, mia madre, che era con me [abbiamo usato il suo conto corrente], ha voluto anche festeggiare con una granita al bar. Ti voglio bene mamy, certe volte hai questi slanci di affetto davvero inaspettati che mi portano a pensare che forse mi odi di meno di quanto pensassi.
Poi mi piacerebbe sapere quand'è che andrò ad abitare nella casuccella in centro nel mio paesino, che è un rudere ma sarà casa mia e già per questo sarà caruccia.

Ci sono parecchie cose che non vanno, ma manteniamoci in superficie e parliamo della piattezza del mare senza inabissarci troppo, che ne sono stanca:
- Capelli di cui vorrei cambiare colore e taglio, sono stanca del mio anonimo marrone scurissimo e vorrei qualcosa tipo rosso crazy color. Il taglio è quello che è, un orrendo caschetto fino alla base del collo, sto aspettando che ricrescano.
- Unghie, che da un mesetto a questa parte ho ricominciato a rosicchiare e adesso sono praticamente inesistenti. Vorrei farle crescere e mettere uno smalto semipermanente.
- Denti, ingialliti da caffè e fumo. Di natura li ho bianchi, adesso sono bianco sporco perché li lavo 1-2 volte al giorno, ma vorrei sbiancarmeli.
- Fisico: qui sono cazzi amari, perché sono ingrassata ancora e non c'è speranza di tornare al peso di prima.

E nel frattempo, a ottobre mia sorella si laurea [cerimonia con tanto di popopo-paponzolo tronfio e fiero della figlia bella che ha affiancato a zoccola rumena con risatina ebete annessa] e io peso quasi 90 kg e sono un rotolo di ciccia formato umano.
Davvero non so come farò a non sembrare un cesso.

Tenetemi lontana da questo posto fino a domani mattina.




lunedì 10 luglio 2017

E seppellire tutto sotto una lapide sulla quale scriverò di mio pugno "alla bellezza".

La domanda mi ha tormentato in serate fredde in cui non volevo dormire, con la gola secca e gli occhi freddi, diretti, nella fissità, alla superficie del cuscino sfoderato e al nulla, un nulla che sarebbe stato nulla anche alla luce del giorno.
Esistendo come rozza caricatura di essere umano in queste giornate calde, chiuse fuori dalle grate, con il sole che sputacchia la sua luce arancione all'interno di qualche fessura fino a queste stanze cupe e fresche, con gli uccellini che intonano canti spassionati e le cicale a frinire al crepuscolo, il mio cuore pompa sangue, i miei polmoni ricevono ossigeno, i miei occhi vagano all'orizzonte di sogni perduti e mai recuperati, impossibili, in ultima analisi, da ricostruire daccapo, e si fanno vuoti, spenti, non senza quell'ebetismo che mi è tanto caro - quello del non-pensiero, dell'oblio della mente e del corpo, abbandonati scomposti su un letto, come buttati lì a casaccio, dimenticati, entrambi, perché di quest'essere al mondo se n'è persa memoria - ne ha perso memoria anche dio.

E la domanda è questa: la mia condanna, è quella di rimanere tutta la vita da sola?

La mia mente, quella stronza farabutta, non vuole che io sia felice. La mia mente, vuole che io rimanga tutta la vita senza un amico; la mia mente, questa malata, vuole solo che io venga odiata e isolata perché assume che io non mi meriti di essere felice, perché sono cattiva, macchiata di colpe madornali e irreparabili (e che saranno mai?).

Ho provato la sensazione di desiderare uscire di casa, buttarmi fra le braccia del primo uomo che passasse e pregarlo di rimanere con me, di dirmi che non sarò sola, che avrò sempre un buon amico.

Nel frattempo, io resto in vita e contemplo i loro cadaveri. Chi mi lascia perché è il mio turno (anche se io non mi ci sento!), chi mi lascia perché sparisce dal mio cuore e a nulla servono i tentativi di impietosirmi.



sebbene preferisca la versione di Jeff Buckley.


mercoledì 5 luglio 2017

Dreams are dreams.

Salvami
dall'abitudine di rovinarmi.

La trascurabile storia di questa balena blu, appallottolata nel suo bozzo di ciccia e autocommiserazione, non ha ancora finito di raccontarsi.
La mia vanità da clown non ha ancora finito di esibirsi in queste elucubrazioni dal tono pomposo e irritante. Mentire è da stupidi, quando non lo si sa fare bene.

Quale colore daresti alle tue giornate?
Un tenue color marroncino. Come la merda, quella liquida.
Impegnarsi per dare raffinatezza al nulla, quando c'è fetore, sporco, degrado e miseria.
L'istinto di sopravvivenza non si attiva. Dev'esserci un guasto nel sistema.

Prendi la matita e traccia dei volti, seguendo le linee delle tue fantasie.
Strappa un foglio, ridisegna, strappa dieci fogli, strappane venti, quaranta, cento, centocinquanta.
Ogni foglio è un nuovo inizio, in ogni foglio parti daccapo, seguendo la linea retta e ininterrotta del tuo cervello in vacanza.
Scarabocchi volti, situazioni, scene, strappi e appallottoli; una montagna di carta, ma scalando quella montagna e aggiungendo sempre nuovi tentativi di dare corpo alle tue stupide fantasticherie trasponendole ad impatto visivo senti di migliorare giorno dopo giorno, ora dopo ora, e un giorno ti ritrovi con quella matita in mano che scivola da sola sul foglio, dando vita a disegni di bell'aspetto con estrema facilità.

Là i tuoi sogni li fanno a pezzi, e non hai più bisogno della grafite e della gomma.

Passi anni di ossessione e malinconia, partita e rimasta sospesa.
Quando, svogliatamente, in onore dei vecchi tempi, riprendi in mano gli attrezzi per il disegno, la tua mano trema, le tue "opere" sono brutte merdine insicure e sproporzionate, esattamente come te.

Se mi dici di restare coi piedi per terra, posso inizialmente ringraziarti, perché mi darai un incentivo a non mandare il cervello in vacanza, per poi disperarmi per la mia non-assennatezza.
Se mi dici che i sogni sono sogni e quando fiabeschi vanno, a un certo punto, accantonati, posso anche crederti.
Se mi dici che questa vita vissuta sull'erba a perder tempo appresso alle nuvole mi farà solo invecchiare immatura e incapace, senz'ombra di dubbio hai ragione.

Non sei nemmeno tacciabile di avermi distrutto i sogni - quelli costruttivi, quelli di possibile realizzazione -, perché io, di sogni, non ne ho mai avuti, e non ne ho mai avuti perché non ho mai avuto un talento vero.
I miei sogni seguivano le mie attitudini; se prima sapevo disegnare, il mio sogno era disegnare.
Se fossi stata brava a cucinare, sarebbe stato quello di diventare una cuoca.
Ho il dubbio che sia così quasi per tutti.




lunedì 3 luglio 2017

Terra di dormienti.

Bisogna fermarsi e guardarsi intorno. Annusare e osservare con attenzione. Dove c'è odio e dove c'è amore. Dove c'è sincerità e dove c'è falsità. Dove gli altri, e anche tu, siete veri, e dove siete opportunisti e manipolatori.
Il mio male è uno, scavando per raggiungere la base di controllo, e si chiama richiesta d'attenzione.
Le attenzioni dell'infanzia erano prive di sostanza, soffocanti, non preoccupate, amorose, tese al tentativo di mettere in atto ciò che più c'era di più importante per aiutarmi a cavarmene fuori; qualcosa che non sono né i soldi, né la fatica fisica, ma l'ammissione di colpa - con i sacrifici morali che ne sarebbero conseguiti.
C'è gente che preferisce, e che riesce, a tirare avanti fino alla morte senza fare i conti con sé stessa.
Guardandomi con aria malinconica, dice che non sente di arrivare ai settant'anni. Nemmeno io, in tutta onestà, credo le restino più di dieci anni da vivere. Dieci anni sono troppo pochi per risollevarsi. Non ho solide radici. Non ho ali per volare.
L'amore e poi l'amore e se non bastasse, ancora una volta l'amore. Il mondo degli adulti patentati (quelli che hanno già ammazzato il genitore interiore) non si preoccupa di altro. La musica - quella usaegetta - ne erige un tempio. L'impressione è che se non ci fosse l'amore passionale, non ci sarebbe di che parlare. Gireremmo i pollici e guarderemmo da dove viene il vento.
Appare evidente che il mondo sia pieno di arrapati con l'ormone in subbuglio, tesi all'unico scopo di accoppiarsi, figliare, separarsi, accoppiarsi con qualcun altro, a rotazione continua. La gente come me, con diversi problemi che esulano (per il momento) dall'amore, dal sesso e dai soldi, vive nei ghetti dell'oblio, del buio di quanto a nessuno importerà mai.
E non avendo chissà quali doti creative e intellettive - che si sa, l'arte è la valvola di sfogo per eccellenza per le solitudini taciute dalla massa: mi domando come posso sopravvivere alla resa dei conti quotidiana con questa condizione di mutismo, chiusura, paura, e costante, su e giù, non-piacersi, fino, in certi frangenti, al disprezzo e al rimorso bruciante.
Ho bisogno di un piccolo angolo dove posso parlare senza aver timore del giudizio, essere ascoltata senza bisogno di spiegarmi, sentita senza il bisogno di urlare, vista senza la vergogna della nudità.

Gli impatti con quello che mi si proponeva (questa vita generosa che ho scelto) si sono conclusi, riassumendo, in questo concetto: ti darò tutto di me immediatamente, cosicché tu possa abusarne. Dopodiché dovrai andartene, prendendoti cura di farmi soffrire. Sappi, comunque, che non avrai mai le chiavi per accedere alle profondità recondite del mio cuore. Perché quello che vedresti, farebbe sì che io venga lasciata sola e, in aggiunta, a bocca asciutta.


sabato 1 luglio 2017

Alte speranze.

Oppressi per sempre da desiderio e ambizione
C'è una fame ancora non soddisfatta
I nostri occhi vuoti ancora vagano all'orizzonte
Sebbene per questa strada siamo scesi tante volte.

Scesi fino alla limitazione, castrati, in un certo senso stretti in una camicia di forza. Il vento che sbatteva sulle facce della folla in furia poneva Stop in ogni dove. E io vagabondavo, nella ricerca di quel che si sarebbe espresso solo in una gentilezza temporanea e opportunista.
Ho scritto un paio di post, uno di empatico addio, un altro di rabbioso disprezzo, nessuno dei due rispecchia quello che sento veramente. Entrambi cancellati. Perché niente si cancella, ma nel dubbio si cancella tutto. Illudendoci che un ingenuo errante possa valutarci dal principio. Quel principio che non esisterà mai, perché tutto è il risultato di un concatenarsi di cose. E il pregiudizio diventerà giudizio, e il giudizio diventerà pregiudizio. A nulla serve delimitare i confini di ciò che è lecito accettare con un filo spinato. Ogni persona vive in un piccolo mondo che la ingloba e ingloba i mondi degli altri, e io mi faccio inglobare, continuamente, penetrare, dai loro affanni. Benché sia ormai troppo matura per lasciarmi turbare da un'umanità stupida che si esprime attraverso una connessione wi-fi su gente che in vita sua non vedrà mai di persona, negli occhi.

Così, lasciata in balia di una stazione vuota, attendo il mio treno verso un futuro degno di essere vissuto senza essere raccontato, sapendo che la campana della divisione, quella di alti musicisti, è finalmente scoccata, e forse perché voglio avere l'ultima parola in merito, perché non sono stata quella ad avere la prima, mi ritrovo a buttare giù la mia merda qui.

Solo per dire che ho compreso, questi cinque anni sono stati un turbolento terremoto di crisi e barlumi di intelligenza e cadute di stile, che va bene così, anche se non avessi imparato niente, e che quel che avverrà durante il resto della mia vita sarà merito o responsabilità mia.

Lavata nella lava di questa ridicola questione, troppo mediocre persino per essere esposta, eppure, a suo modo, potente come una bomba, sento di essere più forte. Anche se abbasso ancora lo sguardo, perché se in questa vita informatizzata mi sono fatta le ossa di ferro, nella vita reale devo ancora imparare a ciucciare.

Questo è quello che sempre hanno fatto: utilizzare un mezzo informatico per avanzare supposizioni (svalutanti) in merito al mio modo di vivere la vita reale, quando, chissà com'è che vivono la loro, di vita reale. Chissà se sanno affrontarla meglio di me. Ma di questo non mi preoccupo, perché di loro e del rancore non mi occupo.

Sono felice che sia finita così?
Certo al momento sono più serena che in passato. In passato, il pensiero di essere abbandonata al mio deserto sahariano di solitudine vuota come un buco nero e silenziosa come lo spazio aperto mi scaraventava nella disperazione più umana che ci fosse. Adesso mi sento solo di pronunciare un "farewell" con una sventolata di mano.
Purché questa sia una parola che spetti a me, e non a loro.




Invisible pain.

Hai permesso che ti consumassero
Dopo tutti questi anni cos'hai guadagnato?
Prima che te ne accorgessi eri tutto solo
Ti lasciasti sfuggire un sospiro addolorato,
Una volta bruciavi di passione,
Devi versare il tuo cuore nella tua anima,
Confrontandolo con le sfide di oggi,
non vale la pena liberarsene.
Continua a camminare.

Una traccia di sale su due guance sporche non salva, non è una prova di umanità. E' questo che mi distrugge, che mi rosicchia da dentro ogni giorno: il pensiero di non essere più molto umana. Alzo la voce perché non mi sento. Perdo attenzione per quello che faccio e dico e smetto di giudicarmi, perdendo anche interesse per i giudizi altrui.

Piangevo. Pensavo al mio buco di paese, alle mille terre che amavo da bambina, a quanto abbia costruito solide radici sul nulla, in tutto.  Non è sufficiente nemmeno che io mi dia della stupida. E' un tabù eterno, profondo come la voragine di un pozzo che tocca il centro della Terra. Là arriva la mia vergogna; e là brucia e s'incenerisce, assieme al fuoco.
Di quel nome ho paura, perché di quella persona, io, ho paura.

ormai sai che stai scomparendo metaforicamente anche agli occhi di te stessa, rinunciando per sempre al tentativo di farti considerare a tutti costi dai tuoi cari,
della tua morte dovrai renderne conto solo a te stessa.

Se esiste amore, io non saprò mai cosa significhi. Voglio tenermene alla larga. Non voglio più nemmeno immaginarmelo o vederlo riflesso nelle storie o negli occhi degli altri.



venerdì 30 giugno 2017

Labirinto di morte.

Appoggiandomi alle pareti di quel labirinto nel quale mi sono intrappolata da sola, credevo di riuscire a trovare la strada che mi portasse fuori, dove c'era luce, aria e ossigeno, semplicemente facendo leva sul mio egoismo.
Una mezza-donna, un mostro abominevole, e allo stesso tempo l'essere più felice del mondo. Con i gingilli di cui si riempie la testa, il tempo, la vita: con i contorni di cui si ingozza inducendosi all'illusione di consumare un pasto completo.

Incapace di trovare un equilibrio, incapace di essere sincera con me stessa, barcollo da un'abbuffata a un digiuno, in tutti i sensi; digiuno di lacrime, di emozioni, di sentimenti, per poi ingozzarmi di odio, di rabbia, di dolore, di desiderio, quantunque io continui a non avere un sogno - un essere tanto mediocre non può detenere un sogno.
La furia distruttrice di cui sono capace manda a fuoco il mio corpo e sarei capace di farti a pezzi se mi compatissi per essere fallita; sarei capace di farti del male.

Si chiama 'genetica', cara: da un maiale non può nascere un cigno.

La meschinità del mio essere salta fuori nei momenti più inaspettati; somiglio a quel padre che odio e che ripudio e che mi ha sempre ripudiata, somiglio a lui sia di volto che di carattere, sono la sua fotocopia al femminile, me lo hanno sempre detto tutti, quantunque la cosa non piaccia né a me né a lui; e da lui ho preso il cuore nero.

Come il fiume torna alla sorgente, il frutto del male torna all'albero che gli ha dato la vita.
E, per quanto mi ripeta come un mantra di essere una persona preziosamente buona e piena di cuore, la mia natura malvagia è palese; e un giorno verrà fuori, è solo questione di tempo.

mercoledì 28 giugno 2017

Sull'amore.

C'è stato un tempo, relativamente lontano, in cui l'amore mi scotennava il cuore fino a ridurre ai minimi termini ogni altro aspetto della mia vita.
Sembrava che non ci fosse spazio per altro, nella mia esistenza.
Ho poi attraversato un passaggio desertico, un paio d'anni di pura solitudine, nei quali mi sono disinteressata completamente a tale sentimento, non amando e non essendo amata da nessuno, e non sentendone la mancanza.
Sto leggendo un libro (La morte della bellezza di Giuseppe Patroni Griffi, un autore napoletano), una storia d'amore. Avrò letto una settantina di pagine - dunque sono solo all'inizio - ma mi sta prendendo perché la storia è scritta con una proprietà di linguaggio e un'eleganza sublimi e soprattutto non sembra essere sdolcinata e melensa. Le solitudini dei personaggi sono tratteggiate con grande verosimiglianza, tanto che provo invidia per la loro fortuna.
Dunque serpeggia nuovamente in me un desiderio tanto utopico che nemmeno mi azzardo a formularlo.
E per rafforzare l'ipotesi della sua irrealizzabilità, mi metto davanti un barattolino di Nutella e ne consumo 130 grammi a cucchiaiate, vedendo quel sogno sbiadirsi manciata dopo manciata. Quasi con livore, voglio sopprimere, e soffocare, questo sogno. Voglio nutrire anche questa tristezza, questa angoscia che mi porta a guardare con dolore alle debolezze di tutti, perché è debolezza di tutti, prima o poi, ardire di trovare qualcuno con cui stare, qualcuno da amare e da cui essere amati.
Ma rimango fermamente convinta che una persona che non sia fisicamente attraente - soprattutto, una persona che sia grassa - non riuscirà ad essere amata davvero da nessuno.
Non me la sento, e non riesco, in questo momento di grigiore perenne, di noia, di angoscia, di debolezza, di fiacchezza, a darmi da fare per dimagrire, e germoglia in me il pensiero che non lo farò più; così come non prenderò mai la patente; non prenderò mai la laurea; non avrò mai successo in niente e in nessun campo nella mia vita.
E penso a mia madre, che morirà presto.
Mangio, e mangio, e mangio. Ho deciso di staccarmi dall'alcol, ma al cibo non so rinunciare, e del resto, non vedo perché farlo.
E' da tanto che non credo più in dio, ma se dio esistesse, si è scordato di questo posto e di me, da un bel po' di tempo.
dio, qui, non c'è.

lunedì 26 giugno 2017

Dove c'è luce, ci sia buio.

"Ma la grande, la tremenda verità è questa:
soffrire non serve a niente."

Questa casa è il santo sepolcro della mia morte inconsapevole. La lapide che mi tiene seppellita sotto metri di una terra di passività vasta, soffocante e silenziosa come un deserto.
Conosco bene il dolore che mi tormenta, ma non ne sono preparata. Gli ologrammi di quei mostri indifesi che illuminano la mia notte sbiadiscono giorno dopo giorno.
Cammino per le stanze silenziose. Ho fatto tutto, e adesso sono a tu per tu con la mia noia. Una bambina lasciata nella selva della vita adulta. Smarrita, ancor più che spaventata. Non c'è speranza di veder migliorare le cose.
Sono giunta al punto che non sopporto più di sentire parlare nessuno. Mi lascio andare a fantasie di libertà in cui mi sveglio una mattina e cammino per strade deserte, debellate dalla piaga umana. Ci sono solo io. Io, il cielo e la terra. Questo è il mio Eden personale.
So bene che so essere sgradevole quanto il resto degli esseri umani che affollano come viscidi vermi che si accavallano contorcendosi questo pianeta - quelli che odio così tanto, quelli che vorrei - tutti - cancellati per sempre dalla faccia della Terra. Finché devo vedermela esclusivamente con me stessa, il problema, però, non si pone. E' sufficiente che provi odio per una persona, e non vorrei doverne sentire anche per altre sette miliardi meno una. 
La natura umana entra talmente in attrito con la stanchezza, e il disgusto, e l'odio, e la nausea, e la voglia di non vivere e di non veder vivere, che torno a pensarci, a spiare quei pensieri cupi da lontano, ogni tanto chiedendomi se troverò mai il coraggio.
E se così non fosse, che ne sarà di me.

domenica 25 giugno 2017

Sonno profondo.

Ci sono occhi
che vedono meglio al buio.

Sono tornata a casa dopo un viaggio di ventotto ore con una matassa di pensieri di grandiosa rivolta che si accavallavano l'uno sull'altro nel mio cervello prevaricando a turno. Avevo un piano più-o-meno chiaro in testa: prendere la patente, trasferirmi, cominciare l'Università e trovare un lavoro. Ma realizzo che una volta tornata sotto l'ombra della routine il mio coraggio e la mia forza di volontà subiscono una flessione verso il basso, come se questa casa, queste circostanze, calassero su di me il buio di un'apatia mortale e il ben conosciuto sonno profondo, dal quale non riesco a svegliarmi.
Per una settimana mia madre sarà via e dovrei imparare ad autogestirmi a 360 gradi. Ma questa casa è talmente piena di ricordi che non voglio prendermene cura. Credo che rimarrò a far quello che ho sempre fatto: oziare, ammazzare il tempo. Sbadigliare. Annoiarmi. Cercare un surrogato di tranquillità nelle zone di comfort dove mi acquatto, e dormo, senza attendere né un miracolo né un cambiamento. Le cose non vanno bene, ma nemmeno male. E' stato sempre così negli ultimi dieci anni.
La ciclotimia è la causa. Nel marasma di emozioni che slittano incontrollate verso l'alto o verso il basso nell'arco della stessa giornata con misere giustificazioni, pensare lucidamente è pura utopia. Non guardo con serenità quello che mi circonda. Quasi mai. Quelle volte che sono lucida, penso troppo, e quello che penso mi butta nella disperazione di una sola frase: è finita, e non c'è alternativa alla vita.
L'alcol rimane una costante. Spesso bevo per trovare il coraggio di fare qualcosa che da sobria non potrei, quando mi sveglio mi vergogno di ciò che sono, ma tornerò a bere di nuovo per assecondare la stessa stupida voglia insensata.




sabato 24 giugno 2017

Briciole.



Muovo i primi passi per le strade della vita con una sicurezza del tutto nuova che è sorta dalle circostanze avverse che fino a un anno fa mi limitavano il campo esistenziale. Il meccanismo a incastro che mi ha tolto dieci anni di vita è lo stesso che mi porta a questo giorno di fine giugno con una rinnovata fiducia nelle mie capacità di adattamento e l'assenza di paura nel prendere decisioni semplici.
Quelle erano le mie paure, io le rispetto.
L'onestà intellettuale va a farsi benedire quando si tratta di difendere a spada tratta qualcosa di molto caro che ci si sente minacciato, o quando bisogna gustarsi il piacere di inveire stupidamente contro l'oggetto delle proprie pulsioni aggressive. Definendo sé stessi più ancora che l'oggetto del giudizio, per chi ha gli occhi aperti e liberi da eventuali fette di San Daniele. Lascerò la gente prendere la decisione che ritiene più opportuna per sé (a pagarne le puntualissime spese non sarò certo io): alcuni si sentono fieri di sé stessi sguazzando in un oceano di mediocrità, malignità, insensibilità, cinismo e sarcasmo. Magari ridono delle proprie stesse battute e quando ricevono consensi il loro ego si gonfia. Ripeto, ognuno è libero di svolgere la propria vita come meglio crede. Ho un'opinione in merito a tutto ciò, ma me la tengo per me, perché non è indispensabile che io la esprima. Come non sarebbero indispensabili le ragioni offensive di chiunque: beate labbra che si aprono solo per ventilare la bocca.

Progressi: ce la faccio da sola.
Regressi: con le donne parlo, con gli uomini scappo.

Sono una grossa ragazza che si muove veloce col viso rosso per il gran caldo, così goffa e stridente con l'immagine di tutte quelle altre ragazze e ragazzine che (come cazzo fanno?) con 38 gradi all'ombra sembrano perfettamente intatte come fossero di cristallo, come appena uscite da un salone di bellezza. Sopporto il disprezzo e lo snobismo correlato al mio essere sgradevole da parte di gente che si crede migliore in base non si capisce a cosa, per farmi forza mi ripeto che nessuno ha il diritto di farmi sentire brutta o inferiore. Si raddrizzano le spalle, guardo avanti e non mi importa in quali sguardi inciampo. E' tutta una questione di auto-suggestione. C'è gente addirittura più cicciona e più brutta di me che si spacchia la vita alla grande, e ha una vita sentimentale, sociale e sessuale attivissima.
Prima di arrivare a quel traguardo, mi accontento delle briciole.

Torino è fantastica e i torinesi sono gente molto accogliente e solare, ma stare in gabbia con gente che sta in gabbia a sezionarmi il cervello per sviscerarne le (fantomatiche) ragioni del mio fallimento esistenziale o del perché io sia - come sostengono tutti - così malata, errata, rotta e inadatta, e perennemente in errore, non fa per me.
Mi regalo un sorriso, la fiducia di quelli che non credono in me e un pizzico di amore. Ho un piano alternativo, e il vento è favorevole. Non c'è niente da vedere o da raccontare: era destino che io mi salvassi la vita, e adesso che sono più forte credo sia arrivato il momento di dimostrarlo a me stessa. Di tutte quelle persone che non fanno che ripetermi che non riuscirò a concludere niente non mi interessa. Le ho già squalificate dalla mia vita, a qualunque "sottogruppo" appartengano. Chi vuol farmi stare bene trova una poltrona di lusso nel mio cuore. Chi viene per disturbare, ferire, rovinare, infamare, diffidare, scoraggiare, togliere la speranza, togliere la libertà, non trova più neanche un angolino di spazio.

giovedì 15 giugno 2017

Ingrata

Tutto quello che mi ha sempre ucciso è quello che mi ha sempre tenuta in vita. Quando da bambina avevo un terrore così profondo dell'acqua che non riuscivo a lasciarmi cadere dal trampolino della piscina. Basterebbe avere fiducia. Ma è più sicuro stare sul trampolino dove non rischi di affogare. Rischiare di affogare è però necessario se vuoi imparare a nuotare. Così se io voglio imparare a vivere devo spiccare un salto e aspettarmi la possibilità di rompermi l'osso del collo.

Ho l'impressione che non interessi a nessuno di ciò che scrivo. Ho l'impressione che non abbia molto valore neanche per me. Le persone generalmente tendono a voler creare e dare vita a qualcosa che, nel nero e nel bianco, sia bello. Che voglia dire qualcosa. E non che sia oggetto di svisceramento razionale e di conseguente - motivata o meno - presa per il culo a spada tratta. Questo mi ha sempre rovinata. E questo mi ha sempre salvata.

E sono un'ingrata, perché chi mi dà la vita ha il diritto di riprendersela quando gli pare. In questo mondo sono un fantoccio nelle mani dei potenti. Non ho forza. Non ho intenzione. Mi lascio manovrare.

E sono una cretina, perché ancora penso, in fondo, che dipenda da me.


mercoledì 14 giugno 2017

Morte dell'anima.

Sto dormendo.
Sto dormendo quando mi sembra che l'unica cosa importante sia contare quante calorie introduco e quante ne brucio od espello.
Sto dormendo quando vado in crisi per una giornata da 2000 calorie e mi ritrovo a tagliarmi le unghie di indice e medio della mano destra perché rischio di ferirmi a sangue la gola.
Sto dormendo quando faccio sentire la mia presenza nella realtà virtuale.
Sto dormendo quando mangio, quando guardo la tv, quando ascolto musica, quando sogno, quando spero, quando mi emoziono, quando bevo, quando piango, quando rido.
La mia vita è immersa nel sonno.
Qualche volta mi sveglio di soprassalto e ho dei brevi momenti di lucidità in cui tutto mi sembra così vuoto e senza senso - io mi sento vuota e senza senso - che rimango immobile, in silenzio, a contemplare questo enorme ammontare di schifo con occhi vuoti e faccia storta. Come nel bel mezzo di una catarsi esistenziale.

La mia esistenza si è fatta talmente spenta e priva di stimoli che non vivo - o non cerco di vivere - che di ricordi, peraltro insignificanti. La mia è una morte che tocca fino in fondo all'anima. Il mio cuore pompa sangue in circolo e il mio cervello funziona correttamente. Quel tanto che basta per mantenermi capace di ragionare e di interagire con quello che mi circonda - ma comunque, lo fa in maniera sbagliata per via dello stato di incoscienza in cui mi trovo
Chiamo questa "vita".
La chiamo vita perché i miei polmoni ricevono ancora ossigeno.
Non per altro.

Sto deliberatamente cercando di stirare e allungare la mia esistenza attraverso stralci di esistenza passata che prolungo, e diluisco, affinché ci siano le provviste per questo e altri lunghi, noiosi inverni.
Giornate come questa sembra che il tempo non passi mai. Provo ad addormentarmi e strappo un pezzo da due ore dall'ammontare totale che mi tocca sentire in capo alla schiena ogni giorno, nella stessa casa, davanti allo stesso computer, alimentata da relazioni fulminee e sterili. Cerco un lampo di vita in un dialogo breve e infecondo, e poi ne cerco un altro, e avanti così finché il giorno che è sorto fino a qualche ora prima non sfuma in sera e viene il tempo di consumare l'ultimo pasto della giornata e poi di andare a letto.
Non prima di aver tentato un altro, ultimissimo, contatto.
Sono stanca di tutto questo.

La verità è che a me non frega un cazzo di nessuno: non me ne frega un cazzo di C., C. che, per quanto io cerchi a tutti i costi di mantenerlo in vita tenendomi la bottiglia sempre vicina, per me è morto e sepolto. Non me ne frega niente di mia madre, di mia sorella, di D., di V.
Non trovo un modo per sentirmi meno sola: la mia è una solitudine che non ha mai conforto. Mi sembra di essermi sempre sentita così, come se non avessi nessuno al mondo, non importa quante persone mi circondino. Non ripongo la mia fiducia in nessuno. Non mi sfogo né cerco conforto in nessuno, perché non voglio consegnare pezzi importanti del mio cuore nelle mani di gente che non capisce niente di cosa significhi e finirebbe per semplificare tutto rozzamente e senza alcun riguardo o tatto, facendomi sentire ancora peggio.
Le persone che ho perso, si meritavano di esser perse. Non sento vergogna, non sento il benché minimo rimorso. Sono stata troppo buona. Per l'ammontare di merda che ho sempre dovuto sopportare da tutti, chiunque nelle mie condizioni sarebbe diventato uno stronzo o un asociale. Io rimango empatica e desiderosa di ricevere amore, in fondo.

Rileggendo alcuni post vecchi mi sono sentita estraniata. Sudavano odio, rabbia e cinismo da ogni dove. Era una delle mie tante crisi. Qualche volta ho avuto dei momenti in cui mi faceva schifo tutto. Mi faceva schifo la razza pietosa nella quale vivevo e mi facevo schifo io stessa. Desideravo la morte con foga e livore. Mi sforzavo di tenere in vita quei sentimenti di astio perché in qualche modo volevano dire che stavo continuando a lottare.
Adesso sono nel limbo di un'inerzia e un'apatia esistenziale così profonda che sono meno viva di allora.
E allora, chi se ne frega se perdo due chili di grasso e sono più snella? Chi se ne frega della paura che ho di partire, con tutto quello che comporta? La data di trasferimento si avvicina: orientativamente attorno al 21 giugno. Potrebbe essere un'occasione per riprendermi in mano la mia vita - ma io vivo così bene in questo fango. E' il mio habitat naturale, ormai. E' una costante a cui mi sono abituata ammalandomi di inerzia, libera di mettere radici sul terreno molle della mia incapacità di reagire.

Tutte le volte che ho reagito, mi hanno fatta a pezzi. Hanno spento in me ogni desiderio di pretendere i diritti più essenziali, come quello di viversi in tranquillità la propria privacy o di non essere maltrattati e abusati.
Dieci anni di violenze e tentativi di soppressione hanno ammansito il mio carattere sfrontato fino a rendermi quieta e spaventata dalle altre persone e dal loro potenziale distruttivo sulla mia vita.




giovedì 8 giugno 2017

Don't worry, be happy - Bobby McFerrin

Mi vedo già, fra qualche anno, senza un solo singolo amico o un amore, a lamentarmi per il troppo lavoro, svolto comunque con trascuratezza, licenziata in ogni dove, senza un soldo in tasca, a vivere di stenti. Perciò metto in fila tutti i miei buoni propositi: cominciare a fare economia, a non spendere più dello stretto necessario, in cibo, acqua, vestiti, energia elettrica. Finora ho vissuto sulle spalle di mia madre, senza alcun senso del risparmio che andasse oltre l'acquistare i prodotti più economici al supermercato. Nessuno spreco. Dimagrirò per rimettermi i vestiti dei miei 55 kg di quattro anni fa e per prevenire problemi di salute, di essere presentabile non mi importa. Voglio cominciare a lavorare subito. Poi, andare via. Non spenderò un euro per me stessa. Mi accontento di un lavoro modesto, non ho chissà che pretese; ma devo fare qualcosa per mettere qualche soldo da parte e andare via. Per tutto il resto, piangere e angosciarsi non serve a niente. Non c'è niente di più importante di sapere che domani avrai i soldi necessari per mantenerti in vita. Le turbe psicologiche vengono in secondo piano, e io non ho bisogno di nessuna assistenza. Mi arrangerò come fanno tutti gli altri.




Confessioni di una bulimica.

Quando la mia vita era ancora una "vita" avevo anche qualcosa da raccontare.
Avevo da raccontare il mio amore per un ragazzo. Di quanto tutto il mio mondo girasse attorno alla questione della magrezza.
Avevo diciannove anni e pesavo 55 kg. In carne, troppo in carne. Non avevo altro scopo se non quello di dimagrire. Nascondevo il cellulare sotto al banco e cercavo sul web tutti i rimedi possibili e immaginabili: il tè verde, la caffeina pura, gli esercizi di ginnastica da fare a casa. E la tipica dieta ipocalorica delle anoressiche. La seguivo per un paio di giorni, forse tre. Poi mi abbuffavo e vomitavo. Ma vomitavo comunque ogni giorno. Anche a scuola, prendendo una scusa per andare in bagno. E quando dimenticavo di portare il deodorante era un vero problema.
A diciassette anni mi diagnosticarono la bulimia nervosa. Allora ne avevo solo una vaga idea. Significava abbuffarsi e vomitare. C'è voluto tanto tempo perché me la riconoscessero. I medici erano degli incapaci, oppure, per qualche ragione, non volevano accettare che io fossi veramente bulimica, o io la vedevo così. Non è servito a granché saperlo. Non sono ancora guarita dalla malattia. Ecco perché mi è impossibile seguire una dieta bilanciata, senza tener conto delle calorie. Se fossero capricci, ce la farei. Chi è che vuole condannarsi al digiuno o al vomito quando può dimagrire mangiando pasta e biscotti? Ma per me non è semplice. Non è per niente semplice.
Oggi ci sono ricascata. Stamattina avevo ingurgitato per disperazione un cornetto, una sfogliatina alle mele e una mattonella con pomodoro e mozzarella. Pranzo saltato. Pomeriggio una banana. Cena, una Tennent's da 33 (all'alcol non so rinunciare) che mi è costata 175 kcal, e insalata di fagiolini e pomodori senza olio.
L'abbuffata di stanotte si ripete due volte: la prima volta ho mangiato talmente con calma (senza ingollare il cibo senza neanche masticarlo come faccio di solito) che quasi non mi sono neanche sentita in colpa. 150 g di orata alla griglia, 12 biscotti frollini da 50 kcal l'uno, 100 grammi di latte parzialmente scremato, uno yogurt Oikos di Danone da 115 kcal. Tutto vomitato. 
La seconda volta le cose hanno preso una piega più seria: 100 grammi di salmone norvegese, una banana, una lattina di tonno, due fette biscottate, un'intera pizza alle verdure surgelata di circa 700 kcal. Tutto nel cesso, anche questo. A un certo punto confondevo il mio sangue con la salsa. Ho il collo che mi fa male, lo stomaco che mi dà delle fitte, la testa che mi sta scoppiando e una stanchezza schiacciante in tutto il corpo. Fra qualche ora - ho calcolato tutto - peserò circa 400 grammi più di ieri mattina. Sono così stanca, così abbattuta, così triste per la mia bruttezza.
Un anno fa, quando ancora ero normopeso, vidi per strada una ragazza che era di una bellezza sconvolgente: alta, magrissima, viso d'angelo. L'invidia prese corpo nella depressione. Mi sentii così brutta, così inguardabile a confronto. Adesso che peso 35 kg in più, cosa dovrei dire?
Non guarirò mai. Non mangerò più roba ingrassante con naturalezza. Assocerò per tutta la vita il cibo buono ai 35 kg che ho preso, o al sapore del vomito del dopo-abbuffata.

sabato 3 giugno 2017

Mother will die.

Non posso cambiarti. Devo imparare ad accettare i tuoi difetti e a ricordarmi i tuoi pregi. Anche se tu, i miei difetti, non li accetti di buon grado.
Dici di non tornare più a casa una volta finito Torino, perché non sono più bene accetta. Non era mia intenzione farlo, comunque. Ma vivere fuori dalla tua ombra è una sfida che mi sento di accettare.
Voglio andare a vivere da sola, non posso più dividere la mia vita con te in questa casa che odio. Tu dici che non butterai i tuoi soldi per me, quando, fino al momento in cui hai cominciato ad odiarmi davvero, non hai fatto altro.
Mi pare chiaro che la mia vita non sarà mai come quella di mia sorella, che ha avuto il buon senso di sembrare normale: andarsene di casa a diciotto anni, farsi pagare affitto ed università da te, oltre alle altre (grandi) spese extra. Ho tirato troppo la corda, ti ho odiata a voce alta, lei ti ha odiata sussurrando, e appare chiaro che questo modo più sottile di manifestare disprezzo ti fa soffrire; quella figlia che ritenevi l'unica degna di essere veramente sfoggiata, perché non ti causa sfoghi d'ira, rabbia, nervi e depressione, e vergogna, e paura, che poteva essere il tuo unico orgoglio, perché la tua figlia minore è un progetto fallito, che hai archiviato da diverso tempo, quella che si laureerà in Medicina con 110 e lode, non può vederti. Ma ci tiene a farsi la sua vita in autonomia, lontano da te, dipendente solo dal punto di vista economico, ma tu la compri nella speranza che torni a volerti bene.
Non sono stata all'altezza delle prove a cui mi hai sempre sottoposto. Così hai scelto di cercare di soffocarmi in ogni modo fino a farmi morire; dovevo starmene in silenzio in un angolo e ascoltare i tuoi lamenti da vittima, ascoltare tutti gli insulti che mi rivolgi perché ti spingo (con un po' di disperazione infantile) a riflettere sui tuoi errori, ascoltare la tua voce che mi grida di ubbidire e i tuoi vaneggiamenti insensati in merito all'essere "madri", che per te non vuol dire porre i figli sopra ogni altra cosa e persona, ma farsi servire, accudire e venerare. Per te è stato così, con tua madre; ma io non sarò mai te, e ne sono sollevata, perché io della psoriasi a sette anni non mi vanterei.
Ti ho detto un sacco di merda cattiva, qualche giorno fa, è vero: cattiva perché ti ho posto davanti ai limiti che tu non vuoi accettare, ai tuoi errori che tu non vuoi riconoscere, continuando a guardarmi con faccia schifata e a trattarmi con freddezza perché accuso la tua famiglia - che non sono io, non sono mai stata io, ma quelli che hanno scaldato il nido nel quale sei cresciuta, seppure dandoti della cretina e facendoti lavare i pavimenti - di essere stata la tua rovina, piuttosto che, come dici tu, io, che sono nata innocentemente in un giaciglio malato che hai montato tu stessa.
Se avessi un padre passerei dalla sua parte, e come fa mia sorella ti odierei col suo appoggio, ma il mio odio si squaglia in malinconia e in fredda consapevolezza che non ho nessuno al mondo, non un padre e una madre, non un amico che mi conforti, non una faccia amica e nemmeno un senso e un motivo per prolungare questa rozza caricatura di vita ripetitiva e fine a sé stessa.
Andrò avanti semplicemente, mi darò in pasto al mondo e ne uscirò viva, in qualche modo, senza più il tuo calore freddo. Ti riempivi la bocca di parole d'amore, credevi di corrompermi con le tue dichiarazioni d'affetto, sei falsa, sono consapevole del fatto che quello che hai sempre voluto è rimanere fino alla morte in quella piccola casa, con tua madre che cucinava roba grassa e il fratello a ingozzarsi rumorosamente accanto a te, con due bambine silenziose vicino, coi muri che raccontavano violenze fisiche e psicologiche e sottili violenze sessuali. Fingendo di non vedere, ripetendoti che la colpa era sempre mia, per non trovarti davanti all'evidenza di aver sbagliato tutto.
Non posso davvero cambiarti. Me ne andrò lontano, con l'immagine del tuo fratello che pranza con te, entrambi siete anziani, in un tavolo troppo grande per ospitare solo due persone. Per tanto, tanto tempo.
Che se mai avrò la forza di crearmi una vita mia, con lavoro e tutto, sarai sempre bene accetta nel mio mondo. Ma fino a quel momento c'è tempo. Settimane da passare chiuse nella stessa scatola di odio, litigi, rimproveri riversati l'una sull'altra, accuse, insulti, discussioni, e anni prima che io mi rialzi, e l'aria si farà sempre più tossica, finché sarò felice di partire con il pulmino dei folli, solo per non vederti più.
Mi mancherai in un primo tempo, ma mi adatterò fino a rendere il tuo ricordo insopportabile. Imparerò a non aver più bisogno di te, o riuscirò a far sì che tu non mi imponga più di aver bisogno di te.
Lontano da questa terra, da questo paesino, da luglio per il resto della mia vita.


Alice nel Paese delle Meraviglie.

«Ma tu mi ami?» chiese Alice.
«No, non ti amo.» rispose il Bianconiglio.
Alice corrugò la fronte e iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre quando si sentiva ferita.
«Ecco, vedi? – disse il Bianconiglio – Ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non riesci a volerti almeno un po’ di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata. Proprio per questo non posso amarti. Perché ci saranno dei giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò. Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine, incomprensione. Ma se non ti ami almeno un po’, se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno. La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. Perciò, Alice no, non ti amo. Non posso farlo.»


venerdì 2 giugno 2017

Le storie straordinarie non sono sempre straordinarie.

Ho passato gli ultimi tre anni facendo di tutto per scrollarmi di dosso l'etichetta di "sfigata", fino a scavalcare i limiti di ciò che era lecito, per me e per la mia moralità, per i miei valori. E ho ottenuto solo che mi affibbiassero l'etichetta di "sfigata e troia". Credevo veramente che per ottenere un po' di emancipazione bastasse darsi via come un fazzoletto usato.
Attiravo gente che non voleva sentirmi parlare e voleva subito andare al dunque. La cosa mi feriva e mi riempiva di rabbia. Ho imparato, in quegli anni, a trattare gli uomini con disprezzo e acidità. Questo li portava a sputtanarmi una volta che non ci sentivamo più. Il blob della mia alienazione si allargava ogni anno di più, nutrito dal risentimento che provavo per non ottenere quello che volevo senza il minimo sforzo e nel minimo tempo possibile. Dedizione, e la fama di essere cambiata, ma nessuno - e figuriamoci la persona a cui si indirizzavano i miei colpi - avrebbe potuto pensare nulla di tutto ciò. Avrebbero solo potuto pensare che ero peggiorata: sempre più folle, sempre con meno dignità. Questa volta però la parabola del mio declino assumeva toni tragicomici agli occhi della gente; e non solo per via delle mie sparate pubbliche, ma anche per le voci (infamanti) di corridoio, che giungevano all'orecchio di gente che non vedevo da una vita e che pregavo, ogni sera, di non incontrare.
Ho vissuto una vita chiusa in trincea, spaventata da quello che la gente avrebbe potuto pensare, perseguitata da sogghigni e risate, quelle che supponevo sputassero le loro labbra quando parlavano di quell'imbecille folle che per farsi riconoscere come cresciuta (questo dettaglio loro non lo sapevano) metteva minigonna e scollo a V. Non ero cresciuta affatto; non ero cresciuta nelle sigarette, nell'alcol e nella mia ossessione per la marijuana. Ero - e sono ancora - un'adolescente in crisi con sé stessa che non sa bene come fare per avanzare in qualche modo in questo pianeta.
Da oggi in poi me ne starò qui, facendo nulla, aspettando l'oblio del tempo, coi miei 85 kg di ciccia, vestita in jeans e t-shirt, e attenderò il prossimo step. Con la testa focalizzata sull'obbiettivo di farsi notare il meno possibile. Di rendersi persone complete ma con discrezione, senza imporre con prepotenza la propria disperazione all'attenzione di gente che non se ne cura.

Chissà che un giorno non guarderò indietro, e archivierò tutto, perdonandomi con un: "ero giovane".


mercoledì 31 maggio 2017

This must be the place.


Sogno una vita senza rimorsi. Senza tutto il pateticume e il vittimismo che colgo nei miei post dopo che, a distanza di tempo, li rileggo. Si dice che abbiamo una visione più chiara delle cose quando le guardiamo da lontano. Io guardo nel tempo questa grassona vittimista e complessata e desidero che dal nulla che alberga nel suo cervello si evolva qualcosa. Uscire dal guscio e diventare farfalla.
E improvvisamente, sono grata alla gente che mi ha sbattuto in faccia il suo disprezzo, perché io, che mi guardo da lontano, vedo quanta giustizia ci sia in tanto odio. Vedo la legittimità nella brutalità. Vedo quanto a lungo io abbia desiderato, fino alla disperazione, un contatto umano, quello che cerco in questa scatola che si espande al mondo esterno. L'unico contatto.
Domani sarò a Milano, domani mi immergerò nel caotico fluire di questo fiume di gente perfetta che per me altro non può provare che pena. Domani mi scontrerò con il caotico dell'umana specie che si agghinda con abiti all'ultima moda, abiti all'ultima moda per gente che bada a sé stessa e produttivamente agisce per il proprio benessere.
Domani mi sentirò rifiutata e giudicata per la mia pigrizia, la mia bruttezza, la mia debolezza.
Sento rodermi dentro il bisogno di un'amicizia, un amore, un futuro nel mondo reale. Sta andando tutto in pezzi. Meticolosamente seziono come un chirurgo me stessa, e prego affinché da questo involucro stupido di vittimismo che sono io possa uscirne una persona umana, motivata dalla bellezza di quella vita che, a dispetto di tutto ciò che ho sempre detto, io detesto. Avere un amico. Un futuro in questo mondo. Staccarmi da questa realtà brutta e venire accolta a braccia aperte da una realtà vera e piena di amore. Sogno di avere la chiave di accesso per quel mondo intelligente e produttivo, così diverso da me. Io non sono sola. Io posso contare sulle persone e sul loro potenziale positivo di bontà. Io posso cambiare la mia vita semplicemente non diffidando degli altri come ho sempre fatto. Io posso amare questa vita dalla quale non ho mai avuto niente. Basta un volto amico. Basta una parola gentile. Basta un accenno di fiducia. Basta un po' di affetto. E io lo cerco, spasmodicamente lo cerco. Il senso della vita. Che non può essere quantificato nelle cifre. Nelle calorie che inghiotto.
Sono queste le parole che scrivevo il primo febbraio 2017.
Da allora niente è cambiato. Risulto quanto mai attuale e aderente alla situazione odierna. L'unica differenza è che sono aumentata di peso - circa 5 kg.
Da un paio di giorni sto seguendo una dieta.
Ho perso un kg e mezzo - sì, so che sono solo liquidi. E mancano 42 kg al traguardo. Presumibilmente mi ritroverò flaccida - vista quanta ciccia in eccesso ho. Risolverò eliminando completamente ogni accenno di ciccia. 
... fra tre settimane dovrebbero chiamarmi da Torino. Niente di ordinario: sempre roba straordinaria. In questo caso si chiama associazione onlus per la cura delle dipendenze e dei disturbi del comportamento alimentare. Vedi anche: alcolismo. Vedi anche: anoressia-bulimia. Vedi anche: binge.
Se potessi, mi farei di droghe più pesanti (altro che alcol o marijuana), ben lungi dal voler guarire dai miei malanni, ma determinata a mantenerli nascosti. Avevo intenzione di entrare nel deep-web, visto che qua per procurarmene non so cosa fare, ma ne ho troppa paura, e poi chissà che non mi tirino dei pacchi clamorosi.
Se potessi, resterei a casa, chiusa a palla nel mio mondo fatto di calorie, verdure e acqua, e etti in meno e maledetti etti in più. Perché andando lì mi sottoporranno a un regime alimentare normale, e io questo non lo voglio, perché del cibo ho paura. E' strano: non è che io sia anoressica, figuriamoci. E' che un minuto prima mangio e bevo alcolici e sembra che non riesca a fermarmi. Le calorie non le controllo perché ho il terrore di leggere un '3000' o un '4000'. Un momento dopo, riprendo il controllo. Dal momento in cui lo faccio, il cibo diventa la mia paura più grande. Oggi mi sono ingozzata di verdure (poco più di 500 g di spinaci) a pranzo, con un cucchiaino di olio e basta, e sto lottando contro la fame cercando di distrarmi in qualunque modo.
Sono quattro - quasi cinque anni che ho a che fare con i dca.
Perché non mi sono mai ripresa? Perché non ho mai toccato il fondo.

Che me ne frega di andare a Torino.
Che me ne frega di ritrovarmi in una specie di contenitore per deficienti dove devi seguire attività cretine al massimo, perché si suppone che siano ricreative e riabilitative. Cose come dipingere, fare giardinaggio, lavorare con l'argilla. Ficcatevi il pennello nell'orfizio anale, coi fiori e l'argilla compresa. Io ho bisogno di vivere fuori.
E adesso comprendo pienamente il dolore di L,, che scappava di casa il giorno della Liberazione per andare a divertirsi nelle discoteche fino a notte fonda. La vita è una. E noi non la stiamo vivendo per come dovremmo viverla, quindi non è sufficiente. Cosa possiamo fare? Sembra che ci abbiano incastrate in una trappola, in un'etichetta, dalla quale non possiamo evadere né liberarci. Saremo "le malate" a vita, non importa quanto rispettabile riusciamo a rendere la nostra vita.
E da parte nostra, non sarà tollerata alcuna negligenza. Alcuna anomalia. Ogni anomalia mette gli altri in allarme. Ogni anomalia conferma quanto già stabilito - che noi siamo pazze, come ha deciso la mentalità bigotta comune, e lo saremo in eterno, qualunque cosa possa avvenire.
Io volevo studiare. Volevo andare a Palermo, iscrivermi all'Università, imparare almeno quattro lingue, trasferirmi in un altro Paese. Volevo avere un'amica con cui dividere il tempo - qualcuno con cui parlare e confidarmi, delle nottate fuori a ballare non me ne frega niente.
Invece soffro di una malattia che si chiama morte. 
Io non sono pazza. Sono ciclotimica, è vero, mi hanno diagnosticato questo disturbo. Ma non c'è nessuno al giorno d'oggi che non abbia disturbi della personalità. Non mi sento meno equilibrata della media delle persone del pianeta.


Baudelaire.


O madre dei ricordi, amante delle amanti, o tu che assommi tutti i miei piaceri, tutti i miei doveri. 
Ricorderai la bellezza delle carezze, la dolcezza del focolare, l'incanto delle sere, madre dei ricordi, amante delle amanti?
Le sere illuminate dall'ardore dei tizzoni e le sere al balcone, velate da vapori rosa.
Come il tuo seno m'era dolce il tuo cuore fraterno!
Noi abbiamo pronunciato spesso imperiture parole, le sere illuminate dall'ardore dei tizzoni.
Come sono belli i soli nelle calde sere, come lo spazio è profondo, il cuore possente!
Curvandomi su di te, regina fra tutte le adorate, credevo respirare il profumo del tuo sangue.
Come sono belli i soli nelle calde sere! 
La notte s'ispessiva come un muro, i miei occhi indovinavano al buio le tue pupille e io bevevo il tuo respiro, o dolcezza mia, mio veleno, mentre i tuoi piedi s'addormentavano nelle mie mani fraterne. La notte s'ispessiva come un muro.
Conosco l'arte di evocare gli istanti felici: così rividi il mio passato, accucciato fra i tuoi ginocchi.
Perché cercare la tua languida bellezza fuori del tuo caro corpo e del tuo cuore così dolce?
Conosco l'arte di evocare gli istanti felici. 
Giuramenti, profumi, baci senza fine rinasceranno da un abisso interdetto alle nostre sonde così come risalgono al cielo i soli, rinvigoriti, dopo essersi lavati nel profondo dei mari.
O giuramenti, profumi, baci senza fine!

- Charles Baudelaire, Le balcon (Les fleurs du mal)

domenica 28 maggio 2017

Quanto mi sento sola, e quante cose vorrei.

Vorrei un lavoro. Vorrei una casa in cui abitare da sola. Vorrei una patente per allontanarmi da questa casa e vedere il mare. Vorrei avere un'amica o un amico (vorrei così tanto avere un amico), vorrei un impegno di vita. Vorrei l'autonomia. Vorrei una vita normale. Non necessariamente arricchita da una vita sociale granché esaltante. Mi sento così sola. Mi manca così tanto la libertà. Presto passerò da questa gabbia a un'altra gabbia - più grande. Sarà difficile. E io? Io, ho paura.

Io, Bob Marley, te e quello che non c'è mai stato fra noi.



"Perché mi ricordo quando ci sedevamo
Nel cortile del ministero a Trenchtown
Osservando gli ipocriti
Mescolarsi alle brave persone che incontravamo
Buoni amici abbiamo avuto
Oh, buoni amici abbiamo perso lungo la strada
In questo grandioso futuro, non puoi dimenticare il tuo passato
Quindi asciugati le lacrime, dico"

Il cortile della vecchia scuola della Piccola Imbecille, con l'asfalto cotto dal sole e i suoi muri dall'intonaco giallo, scorticati dal tempo. Alcuni fiorellini - margheritine bianche e colorate - si affacciavano all'aria di fuori intrufolandosi dalle crepe degli zoccoli, all'angolo. Quelle margherite sopportavano anni e anni di sole e vento, testimoni del passaggio di migliaia di ragazzi.
Qualche volta la Piccola Imbecille vede quel muricciolo su cui si sedeva, accanto alla porta-finestra che dava sul corridoio interno, e versava le sue lacrime deboli e stupide da teenager tormentata, per un amore non corrisposto, per le batoste di una vita che la sottoponeva a prove che non sapeva sostenere perché gli anni di solitudine la avevano resa debole e gli psicofarmaci di cui si ingozzava stanca e confusa... è diventata un'inetta.
E la Piccola Imbecille vede ancora la sagoma confusa di C. accanto a lei, ma crede sia solo l'ologramma di un desiderio che non si è mai realizzato. Qualcosa che la realtà è arrivata - porca miseria! - a sfiorare in una sola occasione. E non è il caso di parlarne, perché è stata una sola, e C. ha avuto modo di pentirsene e di cercare di rimpiazzarla con altre quarantamila azioni negative. Come se un sentimento tanto forte da essere scoppiato da un gesto, da un solo gesto, possa essere fermato o dirottato dall'indifferenza o dall'odio. Solo il tempo può sgretolarlo fino a ridurlo in polvere...
Ed è proprio quello che sta succedendo.
A distanza di quattro anni tondi tondi, la Piccola Imbecille vorrebbe tornare con C. nel piccolo cortile con l'asfalto cotto dal sole e dai muri scrostati dal tempo e questa volta parlare davvero. Perché di tutte le conversazioni che in quel tempo hanno avuto lì non ce n'è stata una in cui lei non abbia pianto o lui non abbia assunto toni di sufficienza. Non ce n'è stata una in cui si abbia riso o sorriso. Una in cui ci si fosse detti qual era il proprio colore preferito o cazzate di questo genere.
La Piccola Imbecille ha paura a lasciare andare C., e d'altronde, il tempo porta via ogni cosa. Soffia, soffia, sgretola e consuma, logora lentamente. La Piccola Imbecille farà meglio ad accettare che presto non esisterà più nemmeno nei pensieri - già quasi non esiste più nei ricordi.
Pensa a C. con paura, ma che dico paura, terrore allo stato puro. Quel terrore la porta a desiderarlo ancor di più, ad essere cosciente dell'inarrivabilità del suo oggetto d'amore, dunque a soffrire.
Per la Piccola Imbecille, "C." è "Dio".
La sua vita è cominciata a Settembre 2012 e si è fermata a Luglio 2013. Il resto è tutto un contorno insignificante, un avanzo senza importanza, chi se ne frega.

Non credo sia debolezza, la mia. Amare profondamente non è mai debolezza. Soprattutto quando lo fai con trentasei pistole puntate al cuore.

sabato 27 maggio 2017

Siediti sulla sponda del fiume e attendi il cadavere del tuo nemico.

La vita di una perennemente dormiente è una morte senza tempo. Gli anni passano, l'uno dopo l'altro, senza che tu nemmeno te ne accorga. Il concetto di morte nemmeno ti sfiora. 
Un giorno ti ritrovi con dieci anni sulla schiena: sei diventata vecchia e la morte è una fastidiosa mosca che di punto in bianco ti trovi a dover scacciare dalla punta del tuo naso.
Ieri sera mi sono trovata addosso quei dieci anni - quasi undici - di blocco. Il corso si è fermato da qualche parte. Mia madre non ci sarà per sempre, per tappare i miei buchi, per salvarmi dalle malattie che mi procuro per attirare l'attenzione di un mondo dal quale non sono amata. Non so cosa voglia dire curarsi da soli, o prevenire i malori perché bisogna arrangiarsi, ma è qualcosa a cui già da ieri ho deciso di abituarmi.
Se dalla sofferenza non hai imparato a essere più gentile, dalla sofferenza non hai imparato proprio un cazzo, e sei ancora un bambino immaturo. Sto ancora combattendo contro la mia impulsività - data dalla mia repulsione per le regole e per l'autorità - e per il mio vezzo a lasciarmi dominare dall'emotività. Ho imparato a camuffare il risentimento con un tono pacato, ma non sono assertiva. E l'assertività è il mio obbiettivo, l'assenza di emozioni manifeste è il mio obbiettivo; le emozioni ti rendono nudo, vulnerabile agli attacchi.
Senza contare che tradiscono la tua insicurezza.
La violenza, comunque sia mossa, se sotto forma di insulto pieno di rancore o di provocazione piena di disprezzo, è sintomo dell'essere insicuri di sé, dell'aver paura. Il bullismo è essere falliti. Il bullismo è essere deboli e impauriti. Questo, quando avevo diciassette anni, non lo sapevo. Soffrivo e basta.


***


Il caso Insinna mi ha riempito di stupore. Qualcosa mi ha detto che forse, qualche volta, a questo mondo c'è giustizia. Forse, a questo mondo, davvero qualche volta devi stare attento a fare troppo lo stronzo, perché chissà che in un futuro non ti ritrovi nella medesima situazione della tua vittima anche tu.
Chiaramente il privato e il pubblico devono rimanere separati. In privato, tutti devono sentirsi liberi di essere quello che sono senza essere trasformati in mostri e demonizzati per questo. Chiaramente, non credo che se filmassimo di nascosto per 24 ore tutti quelli che hanno insultato Insinna su Facebook ne ricaveremmo materiale di bella visione. Si fa presto a puntare il dito contro, come se fossimo tutti santi appesi al muro.
... Ma del resto, qua non si tratta di una persona che subisce cyberstalking o la cui privacy, all'interno del proprio appartamento, viene violata. Qua si parla di un conduttore tv che se la prende con una povera concorrente rea solo di essere bassina e timida apostrofandola come stronza e come nana di merda. Si parla di un essere veramente disgustoso che pubblica libri nei quali immagina di pestare a sangue donne colpevoli di essere "basse, con gli occhiali e bruttine", secondo lui acide in quanto basse, con gli occhiali e bruttine.
Il suo non è il classico sfogo alla porcodio. Se io sentissi una qualunque persona esprimersi in questi termini nei riguardi di qualcun altro, questa "persona" mi farebbe schifo.
Il suo comportamento, come conduttore, come uomo di spettacolo, come uomo e basta, è inaccettabile. E sono lieta che la Rai lo voglia fuori, che la Codacons voglia denunciarlo e la signora valdostana pure, che la sua reputazione sia rovinata e la sua carriera irrimediabilmente compromessa.
E' quel che si merita.

lunedì 22 maggio 2017

Weltschmerz

Sto camminando lungo il selciato tracciato da me stessa, tanto per cambiare, perché sono qui per confermare che niente cambierà più, e non importa quanto tempo passi, e quella che un tempo era la lamentela di una bambina che cercava attenzione assume i colori smorti della realtà. Guardo questo muro immerso nella nebbia nella quale mi sono trincerata. Sento già il sapore della morte sulla lingua - ed ha il sapore acido dell'alcol che brucia la gola facendo a pugni con gli psicofarmaci. Sento già il mio corpo duro come il marmo ascoltare i suoni ovattati delle voci dei miei "cari" - io non ho cari -, che parlano di me e di tutt'altre cose. La verità è che nessuno piangerà quando me ne andrò, ma di questo me ne frega relativamente poco.
Mi ritrovo spesso a guardare giù da un piano alto le scalinate che come i petali di una rosa circondano ogni pianerottolo scendere a spirale fino al piano terra, o l'asfalto dalla ringhiera di un balcone, o il pavimento dal mio terrazzo. La forza per darsi una spinta. Forse non voglio davvero morire - ma condannarsi ad andare avanti in questa vita è molto peggio. Mi ritrovo a fare la corte alla morte bloccata in vita dalla paura. Tutto quello che posso sperare è che un giorno, come un caso, un proiettile mi colpisca, o una macchina mi investa, o qualcosa di simile accada. La vita è uno spreco per una come me, quindi Dio dovrebbe riprendersela.
Non ho la forza per tirarmi su da sola - ho bisogno che qualcuno mi salvi. Scrivo queste parole andando contro tutti gli avvertimenti, quelli che lampeggiano pericolo in ogni dove. Non importa, io non sono materia plasmabile, non può più succedermi niente di brutto. Devo fare qualcosa per smettere di pensarci, perché questa sofferenza non sono in grado di esprimerla a parole, e la rabbia e l'odio che provo e il dolore dell'ingiustizia e della solitudine sono dei mostri troppo grossi contro i quali non so come combattere.
Vorrei solo essere lasciata in pace, lasciata sola. 
Io non voglio essere felice.

Stati d'animo e aggiornamenti.

Sto cercando di forzarmi a non mangiare più dello stretto necessario. Sono finiti, però, i tempi del sacrificio. Ho un fascicolo a dirmi cosa devo mangiare e in che quantità. Reggendo il contraccolpo dell'abbuffata bulimica-alcolica di ieri [ingozzamenti compresi di vomito autoindotto] oggi sto incontrando qualche difficoltà, ma tutto sommato sto andando bene. Ho dentro: una tazza di latte - una banana - una mela - un piatto di seppia - una ciotolina di verdure lesse. La bilancia segna un peso improponibile, ma non mi sorprendo più di niente. A breve qualcosa dovrebbe cambiare - fra quella patente che non ho più paura a prendere, l'università, la partenza per una zona del nord.
Sembra che io proprio non mi accorga di quanto sia fuori tempo. Ma le persone attorno a me lo fanno. E tutti mi guardano con gli occhi di chi guarda un caso perso, e mi chiedono: che vogliamo fare? Non ho bisogno che queste persone mi dicano di reagire, perché reagire non è la soluzione. Senza contare il fatto che non credo che sia meno semplice blaterare e inveire verso chi non ce la fa, piuttosto che, per quello che non ce la fa, reagire. Un luminare nel campo della psichiatria internazionale ha ridimensionato il problema. Dicendomi che non ho problemi di malattie al cervello. Seriously? Ho sentito una ventata di pace investirmi - e ho realizzato di non conoscere pace. Prima d'ora, mi sono sempre chiesta se il mio fosse un problema di stupidità o di malattia. O stupida o pazza. In ogni caso, avevo la sensazione di essere inadeguata. Sbagliata. In errore perenne. Non ho problemi in nessuno dei due campi. Semplicemente ho vissuto una gran quantità di traumi profondi che hanno destrutturato la mia psiche. Si sta bene pensando di essere a posto. Quantomeno "nella media". Visto che il mio è solo un problema relazionale, posso pensare che ci sia un'uscita. Ma è qui che viene la parte più dura, perché se non c'è un problema a livello di salute mentale, c'è comunque un problema a livello di volontà. La mia volontà è orientata al mantenere il degrado.
O mi butto dalla finestra e pongo fine a questo destino, o mi rimbocco le maniche e mi metto in gioco. Penso a quelle persone interrotte che si sono bloccate a un certo punto della loro vita e non sono andate più avanti. Guardo davanti a me questa gente e mi dico che non sarò mai parte di loro, non perché so che mi salverò ma perché so che loro avranno sempre la scusa di essere umani, cosa che io non mi sento di essere.
Però ho una rinnovata serenità in me - che non sa di pace ma più propriamente di morte. Guardo le cose da lontano. Mi sento immune dalla sofferenza. Se riuscissi a rivalutare me stessa e gli altri, smetterei di soffrire di tutto punto. So bene che tutto ha una motivazione e una conseguenza. Quella conseguenza avversa non mi pesa più. Non miglioro e non peggioro, ho ancora il malessere che mi punzecchia in sottofondo come una febbricola perenne. Cerco di evadere dalla monotonia inventandomi una realtà parallela in cui le cose vanno bene - in cui non potrebbero andare meglio di così. Mi guardo bene dal guardare la verità in faccia, per non impazzire completamente. In fondo, mi rendo conto di essere rovinata e rovina io stessa della mia vita. Seppellisco la depressione con una battuta. Cerco di creare un clima di ilarità attorno a me per dimenticare la merda che mi intasa la vita. E' davvero così inconcepibile, per un essere umano?
La gente sembra abituata a un lusso che io non posso concedermi. Il lusso di essere trattata con rispetto - che si esprime nel semplice non essere attaccati da tutti i lati, presi per il culo sfacciatamente, ridicolizzati ad ogni mossa, costantemente umiliati e trattati come una carta straccia. Il lusso di sentirsi amati, o stimati, o apprezzati. Il lusso di ricevere un complimento. Il lusso di sentire gentilezza nel prossimo. Il lusso di non sentirsi doverosi di provare vergogna cocente solo per il fatto che si esiste. Il lusso di non doversi nascondere. Il lusso che si chiama "diritto umano", qualcosa a cui non mi hanno mai abituata e che continuerò a sognarmi, qui. C'è la necessità che io capisca che sono nata in condizioni sfortunate, e va bene che io sia piena di rabbia per questa ingiustizia, ma arrabbiandomi in questo modo implosivo non muoverò un passo. C'è la necessità che io capisca che la vita richiede da parte mia sforzi superiori a quelli richiesti alla media degli individui, perché mi tocca fare tutto da capo, lottare per ottenere qualcosa che la maggior parte delle persone hanno sin dal principio, gratuitamente. Ma la cosa non mi spaventa.
Vorrei solo trovare la forza per separarmi dall'alcol. Invece, quando sono sobria il pensiero va sempre lì. Anche adesso.

domenica 14 maggio 2017

I won't go.

Cosa posso mangiare oggi per ingrassare? Fuori da questa porta-finestra, il sole si è mosso in alto lentamente minuto dopo minuto, e il cielo ha preso le sfumature di milioni di colori. Tutto ciò che io ho visto questo sabato è uno schermo luminoso, una finestra su un mondo elettronico dove le facce e le espressioni e le voci sono semplici caratteri alfabetici, in una stanza con le persiane chiuse, illuminata artificialmente dalla luce bianca di una lampadina a basso consumo. E' comodo, ma consuma il cervello e disidrata il cuore. Arrivi a fine giornata che hai il corpo completamente rilassato e la mente a pezzi. I piccoli bambini hanno lo stesso entusiasmo dei miei quindici anni al pensiero di barattare la vita reale con quella virtuale, dove tutto è più facile e sembra anche più vero. Scappate, bambini. Non c'è niente di buono per voi, qui. Salvatevi voi che potete.



giovedì 11 maggio 2017

Scuse su scuse.



Sono riuscita a mettere questa stupida casacca di seta e quei jeans troppo larghi e sono uscita fuori, dove c'era ossigeno. N. mi ha accompagnato in un triste viaggio in macchina verso una destinazione di dovere - io continuavo a sentirmi chiusa nel mio involucro di ciccia, seduta su quel sedile, estraniata da quello che mi circondava. Se ci penso, ho ancora il biancore del cielo agli occhi e il caldo dello scirocco che sbatteva contro di me dal finestrino aperto, le piccole gocce di pioggia che bagnavano il parabrezza. "E' sempre la stessa storia, come in un circolo senza fine, di cose che ho già visto, di esperienze che ho già vissuto", gli ho detto. "Sono stanca". Mi ha chiesto se avessi deciso. Non lo so, è che vorrei, vorrei davvero metterci un punto, solo che non ci riesco. Il destino si oppone, le ho provate tutte-tutte quelle che potevo provare, dal detersivo per pavimenti all'overdose di farmaci e superalcolici. Non funziona, semplicemente non funziona. E io resto. E il mondo va avanti. E passano gli anni e io divento vecchia. Quando mi scatto delle foto le guardo a lungo perché voglio vedere in faccia questa stronza e ricordarmi che è lei che si è rovinata la vita da sola. Le lacrime bagnano i jeans, cadono a goccioloni, e io glielo dico, che è la cosa migliore che mi sia capitata negli ultimi dieci anni. Ripete la domanda: "voglio sapere se hai deciso". Non dovrei vedere più uno psichiatra, è così umiliante. Quelle medicine che prendo per nutrire il mio cervello, prima nemmeno ci pensavo, adesso le vedo come una stampella di legno per una gamba mozza. Perché devo dipendere dai farmaci? Sono malata? Ho qualcosa che non va? Mi manca qualcosa - non so. Ogni giorno. Sminuzzare. Mettere in bocca. Deglutire. "Faremo grandi cose io e te". Oh, no. No. Io non ho le forze nemmeno per pensarci su. Affacciata alla finestra della sala d'attesa del suo studio, le luci della città immersa nel silenzio dell'estate che si avvicina, gli ultimi cinguettii degli uccelli, le colline, gli alti palazzi, il rosso del cielo, la vita è perfetta, la vita va bene, sono io che non vado bene alla vita. Mi ritiro in un angolo e gemo, mi lamento, piagnucolo e mi dispero, perché ho fallito, e mi lascio a peso morto e chi vuole mi prenderà per le braccia e chi non vuole mi passerà sopra e mi schiaccerà.

Put me down, put me down, I'd rather die, put me down.

Lo sai, lo sai che tu sei il mio piccolo, insignificante, miracolo giornaliero. Ma ho il cuore di marmo e non passa più dolore, ma nemmeno amore. Non passa niente, non passano sentimenti, né quelli cattivi né quelli buoni. Niente più può farmi del male - ma neanche niente più può farmi del bene. Io non sono più un essere umano, perché non è proprio degli esseri umani provare sentimenti, avere odio, avere amore, io non sento niente, niente, niente, non sento vergogna, non sento umiliazione, non sento amore e non sento rancore. Guardo con gli occhi cavi il mare grigio e la sabbia spazzata dal vento caldo. Trenta chili fa eri bellissima. Sai, volevo pormi come obbiettivo quello di diventare bella. Adesso mi rendo conto di quanto la mia testa sia persa fra le nuvole. Mi piego all'altezza dello stomaco e mi attorciglio nella morsa di una morte prematura. Lasciatemi qui.


sabato 6 maggio 2017

Bosco

I miei sogni più belli sono quelli in cui la realtà assume le forme di un improbabile futuro in cui c'è amore. Non senza un tocco di rivincita, qualche volta. Senza desiderio di umiliare o ferire. Semplicemente per dire a chi ha sorriso dei miei pianti che alla fine ce l'ho fatta anch'io. Come tanti altri prima di me.