lunedì 27 marzo 2017

Aggiornamento.

Vomito acido di bile per una solitudine insostenibile. Mangio solo per vomitare. Vomito per espiare. Per espellere tutto quanto, e non soltanto il cibo.
Esco in veranda, e le sbarre della ringhiera all'angolo - quella che dà sugli alberi di limone del giardino - si allungano fino a toccare il cielo e mi chiudono in una gabbia che si confonde fra le nuvole nebulose e grigie della sera. Dove voglio andare? Dove voglio scappare?
Mi preoccupano le mie gambe. Ho delle fitte mentre cammino e faccio fatica a muoverle con disinvoltura - ma potrebbe anche essere una conseguenza dell'enorme sovrappeso. Il braccio destro, lo allungo e lo piego, e mi fa male. Dovrei smettere di fumare. Ci sono riuscita circa per metà pomeriggio.
E d'altronde, cosa si può pretendere da parte di una che passa la sua vita sepolta in casa senza far nulla dalla mattina alla sera?

Da lunedì ho cominciato una dieta ipocalorica da circa 1000 calorie [circa significa da un minimo di 1000 a un massimo di 1200, compresa di piccole abbuffate serali da massimo 300 calorie seguite sempre da vomito] e ho perso 3,8 kg. Sono talmente ansiosa di vederne i risultati che tutte quelle [rare] volte che esco indosso sempre lo stesso paio di jeans, per vedere se mi sta leggermente più ampio, anche se la differenza sta solo in 5 o 6 etti. Al momento sono solo liquidi; sono talmente orientata al pessimismo che penso che rimarranno "solo liquidi" anche dopo 20 kg.
Qualche volta ho voglia di trasgredire, ma probabilmente perché sono ai primissimi giorni mi riesce facile controllarmi.
Il desiderio di dimagrire - di uscire dalla condizione di obesità morbosa che mi affligge - mi sta aiutando anche ad allontanarmi dall'alcol. Anche se due giorni fa ho ceduto ad una Ceres da 33.
Oggi sono ferma a 849 kcal, e vado a letto così. Ho rimesso a posto il ritmo sonno-veglia grazie alla determinazione unita a 10 gocce di ipnoinduttore a sera.

Qui da me il cambio di stagione ha portato pioggia, vento e freddo, e come molte altre persone [pare], mi sono presa l'influenza.
Di conseguenza ho passato il pomeriggio a dormire, infagottata nel piumone, ignorando i Whatsapp di D. - avrei chiarito con lui per telefono più tardi.
Ho fatto dei sogni confusi che coinvolgevano V. che trovava lavoro in un'arancineria - lei che è così attiva dal punto di vista lavorativo. Lei mi conduceva lungo uno stretto corridoio verso la sala da pranzo del locale dove lavorava. Rimanevo bloccata al centro del corridoio faccia a faccia con un tipo biondo-rasta estroso e beffardo, mentre lei era già lontana. Improvvisamente, chiudevo gli occhi. Non riuscivo, cazzo, a riaprire gli occhi. Lui rideva. Vuoi baciarmi?. No, non voglio baciarti. E' solo che ho sonno. Ed era la verità. Avevo sonno e non riuscivo a sollevare le palpebre. Ma come farglielo credere? Il resto, il resto del sogno era molto, molto più angosciante. Solo che non ne ho che un ricordo confuso. Quella situazione frustrante, nella quale non riuscivo a far valere il mio pensiero, non era che una misera leccatina della torta di panna [di merda] che era quell'aborto onirico del mio cervello schizzato dalla febbre.

Ho compilato il test [in inglese] della scala Kinsey del sito Mysexualorientation. Il risultato è stato 6,5, perfettamente al centro fra eterosessualità e omosessualità. Ho cominciato ad osservare il mio comportamento e mi sono beccata a provare eccitazione sia per gli uomini che per le donne.
Dopo una vita di paura, posso dire di non provarne più vergogna.


Elogio alla mediocrità.

Come se avessi
qualcosa da dire.

L'arte è piena di idee, e le idee sono pericolose perché possono contraddire le nostre persuasioni. Possono anche fare soffrire, ma aiutano ad avere un quadro più veritiero della realtà - per quanto la realtà possa essere deludente - a tratti anche dolorosa - per una persona mediocre.

C'è un fatto: che nonostante la presa di coscienza della mia mediocrità "estrosa", mi sento sottostimata.
Potrei dire che lui mi abbia coperta di gloria e poi di merda, ma non sarebbe a una più attenta analisi un'affermazione esatta.
Perché me lo aveva fatto intendere, che dovevo avere più autostima; ma che al contempo dovevo mantenere i piedi ben saldi per terra. Quello che io non ho fatto perché per me non esiste equilibrio fra nero e bianco. Depressa e lamentosa o pompata, sicura e convinta. O un mix improbabile fra i due atteggiamenti.
Sta di fatto che ho di nuovo perso il senso della realtà. E con la sua solita aggressività latente, N. me l'ha fatto notare per vie traverse. Coi sottintesi. Dimostrandomi che capivo e sottintendendo che non capivo un cazzo. Il punto è che proprio perché in realtà capisco, sto male. Se ne potrebbe trarre la conclusione che nemmeno gli altri vantino un grande equilibrio. Non è detto che un messaggio negativo debba per forza far star male. Basta avere un giusto modo nel comunicarlo.

Pendo dalle sue labbra, perché questa è l'ultima possibilità che ho. Tendo ad idealizzarlo. A prendere tutto ciò che mi dice per oro colato. Questo mi porta prima ad aggredirlo e poi - in un secondo tempo - ad abbassare pericolosamente la guardia (mi fido), in modo da rendermi di nuovo vulnerabile agli attacchi.
Una come me non deve conoscere il significato della parola riposo. Occhi sbarrati e cuore palpitante. All'erta come un cane da guardia. Ventiquattr'ore su ventiquattro. C'è da diventare folli, ma questo ormai è il mio modo di vivere. Sono aggressiva? Devo essere aggressiva. La quantità di aggressività che impiego anche solo per tirare avanti a campare consuma tutte le mie riserve. E' quello a cui mi hanno educata.
Ed è tutto ciò che mi mantiene in vita.

Sto ignorando una constatazione importante - che non tutto può essere semplicemente messo da parte e accantonato.
Non tutti gli errori vengono risolti crescendo, e non tutti i peccati vengono condonati cambiando.
Non puoi sempre dire che la soluzione al passato è il presente, perché per quanto mi riguarda, per come la penso, e lo penso per via della mia personale esperienza, non è così.
Non è assolutamente così.
Cadi una volta. Ti rialzi. Finisce lì. Cadi anche una seconda volta. Ti rialzi ancora. Anche in quel caso, va bene.
Ma alla terza, e alla quarta, e alla quinta, e così via, quel che sembra la debolezza di un momento diventa una costante che va a sconvolgere permanentemente - permanentemente vuol dire in maniera irrevocabile - il modo in cui vieni considerata e giudicata dagli altri.
Significa che non importa che accidenti ti inventi per urlare al mondo che le cose non stanno più così, perché non gliene frega più un cazzo a nessuno. Neanche se veramente tu fossi cambiata o cresciuta o completamente trasformata in un'altra persona.

Ed è così che mi sento. Ed è per questo che mentre scrivo, mi rendo asettica per non sentire vergogna. O rimorso. O umiliazione. O schifo per me stessa. O imbarazzo cocente e paralizzante.
Ma tutta questa roba melmosa, tutti questi sentimenti conturbanti, stagnano in background e per quando io possa far finta di ignorarli a livello cosciente, sotto sotto mi deformano ogni momento. Per tutta la vita.


domenica 26 marzo 2017

Vivi e lascia morire.

Seguirò
questa corrente di ali.

Rosicchiata giù per centimetri e centimetri di grasso schifoso. Consumata.
Mi sforzo di pensare che non ci sia malizia, ma la mente stupida si applica e il risultato è gelosia.
Perché non devi pormi domande su mia sorella. Non mi importa perché lo fai. Semplicemente non devi. Sapendo quanto sono malata. e stupida. e imparanoiata. e piena di insicurezze.
e infatuata.
[ma davvero è paranoia?!]
E quante volte l'ho vista passarmi davanti, tirandosi dietro le persone che avrei voluto conquistare io.
Mentre io rimanevo la matta. La sorella scema da aggirare con disinvoltura.

Questo non è giusto.

Sbatto contro l'aria calda di fuori. I fottuti uccellini intonano la loro nenia funebre che accoglie la mia nuova stagione.
Guardo quel cielo azzurro pulsare nelle mie iridi nere, e cieche, e piene di sangue secco.
Tre urrà per la merdosissima primavera che è scoppiata in gran carriera. Qualcuno mi dice che cazzo me ne faccio della festosa pomposità di questa natura felice di sbocciare in tutta la sua irritante purezza?

L'aria fredda della sera. Sono uscita solo per comprare delle penne a china. Sono - è sabato sera - sono uscita solo per questo. Tutto l'ossigeno risucchiato in una tromba di paura. A qualche metro di distanza, i ragazzini stronzi si sbarellano con l'alcol e le droghe. A qualche metro di distanza c'è musica, una versione rapida e violenta di vita - che sempre rimane vita più della mia.

Che vi venga un accidente. Che vi venga un infarto. In questo momento.
A tutti. Tutti. Quanti. Voi.

Preferirò sempre l'alcol alle persone.
Non voglio davvero affrontare questa vita. Non voglio davvero...
... non devo davvero.

Ascoltando 5 minutes alone dei Pantera. Lasciatemi sola cinque minuti con questa stronza.
La distruggo, giuro che la distruggo.
I miei sassi colpiscono le sue ossa e le rompono come grissini.
La sua carne, la sua carne grassa e burrosa, la divoro pezzo a pezzo, la mordo, la strappo, la mastico, la sputo.
I suoi occhi, i suoi occhi di cui si vanta tanto, il cui tracciato ama sottolineare con l'inchiostro del trucco, glieli cavo, giuro che glieli strappo e li do ai cani.
Il suo sangue, ne riempio un calice e brindo alla mia nuova vita.
La sua testa, quel contenitore vuoto, inutile, lo prendo, lo sbatto contro le rocce, lo spacco, lo rompo, lo frantumo in tante piccole scaglie di ossa e frammenti di cervello. i vermi se ne nutriranno.

E cerca un modo per porre fine a questo fiato ininterrotto.
Davvero, non c'è niente di più triste del desiderare la morte; solo che lei, immersa com'è nel suo nero, non se ne accorge.

Così srotola tutte le sue possibilità: pensa che il suo sogno sarebbe quello di spararsi alla tempia. Perché no.
Ma rimane un'opzione non fattibile.
In momenti come questo pensa che si butterebbe giù da un balcone. Prenderebbe il volo. Un tuffo nel vuoto. Bacerebbe la morte piovendole addosso.
Disprezza chi non presta attenzione al modo in cui si toglie la vita. Pensa che la morte merita rispetto ed onore quanto la nascita e la vita. Le sembra banale ficcarsi in gola uno stick di ipnoinduttori e bere un paio di birre ed attendere pazientemente che il veleno faccia effetto, rigurgitando lacrime dagli occhi.
Ma questa è l'unica possibilità che ha.

E questo posto è l'unico che la separa dalla morte.
E questo filo che la regge si spella filamento dopo filamento ogni momento in più che si lascia penzolare nello spazio vuoto del terrore della specie di cui fa - suo malgrado - parte.
C'è qualcosa di mostruoso in lei, e lei non vuole dirlo.

E pensa che è veramente una fortuna che gli esseri viventi - tutti quanti - siano stati creati per finire in qualche modo.


sabato 25 marzo 2017

Winner and losers.

muovi avanti la pedina.
anche questa volta, hai vinto tu.

C'è dell'egoismo veramente lurido e miserevole nel fare sempre e solo il bene.
Oltre che molta vigliaccheria.
Oltre che molto vittimismo.
Finisce che biasimo me stessa anche per il fatto che non mi biasimo.

Ho lasciato fare tutto agli altri. Vai avanti a comportarti da stronzo. Io me ne starò qui, seduta sul mio trono di perfezione, a guardarti peccare. Gesù Cristo in croce. La madonna addolorata che piange lacrime di sangue assieme a San Gennaro.
Rosse.
Vivide.
Le vanta, le sfoggia, le espone alla pubblica pietà.
Sono nata senza peccato e senza peccato morirò.

Non ti grazierò di considerazione. Lascerò a te la responsabilità di rendere conto a te stesso del male che mi stai facendo. Che stai facendo a un altro essere umano.

Io non faccio del male a nessuno, mai. E' il mondo che è cattivo con me, ma io, io non lo merito.
Vedi? Lo vedi come mi trattano male? Lo vedi come mi feriscono? E lo vedi, lo vedi come io assolutamente non rispondo alla loro biasimevole crudeltà? Lo vedi come mi offendono, e io non apro bocca nemmeno per proferire un "non è giusto"?

...hanno ragione loro.

Io sono meritevole del loro infierire.
Un infierire forse non mosso dall'odio nel vero senso del termine... forse mosso solo, banalmente, dalla noia.
Se fosse mosso solo dalla noia, sarebbe una situazione ancor più ghiotta da sfruttare per ribaltare i ruoli in scena.
Potremmo riempirci quaranta post come questo in questo cesso di blog blaterando - da ignoranti - di quanto la natura umana sia meschina, tirando in mezzo psicologia delle masse, sociologia, esperimenti sociali, lotte intestine fratricide, Dio e perdono, Gesù Cristo e sacrificio, assassinii brutali in nome della vittoria del forte sul debole, del cattivo sul buono, del lupo sull'agnello che strilla, nazismo e Shoà, egoismo che svetta a livelli che è un vero schifo.
La lunga parabola della razza umana che in fin dei conti non è di molto superiore a quella animale - ci si potrebbe documentare, il web è pieno di  perle del genere.

Tu che calpesti questo delicatissimo fiore dovresti sentirti proprio una merda.

Tutto ciò solo per dire che io non sono buona e non voglio più ostentare quello che non ho e che umanamente è normale che non abbia nessuno: un cuore davvero puro,
Sono capace di bontà e anche di falsità.
E spesso - troppo spesso - gioco sporco per guadagnarci qualcosa.

Però mi sento anche da comprendermi un minimo - non me ne frega un cazzo se non lo faranno gli altri.

Io ho bisogno di queste elucubrazioni.
Ho bisogno di tenere la mente focalizzata in queste quisquilie, in queste lotte con me stessa esclusivamente sul piano cerebrale, (ma combattute come su un campo da battaglia reale), spesso cantandomela e suonandomela da sola.
I miei pensieri hanno bisogno di essere scandagliati in qualche modo.
Io - ho - bisogno - di - pensare - a - qualcosa.
Lo faccio per una cosa che si chiama istinto di auto-preservazione.

Stesa su un letto d'erba, guardo i miei pensieri che si librano nell'aria contorcendosi, come i filamenti fumogeni che spirano dall'estremità di una sigaretta accesa.
Rimango a guardarli, schiacciata, sconfitta, gli occhi persi nel vuoto astratto della mia mente in progressiva autodistruzione - per quanto mi impegni per preservarne l'integrità, per mantenerla in attività - e mi sembra quasi di trovare una mia dimensione confortevole, io, da sola.

Dilemmi inutili.

Parlarmi, abbracciarmi, baciarmi, consolarmi, raccogliermi con cautela, non mi aiuterà in alcun modo.

Srotolerò questa vita-non-vita, consumerò ogni risorsa cerebrale, parola dopo parola.
Come lo spellarsi dei miei sentimenti con il progressivo avanzamento della costruzione del mio universo di isolamento, se continuo così rimarrò completamente a secco.

Ma devo provare prima di arrendermi.
provare.
fallire.
provare ancora.
fallire di nuovo.
provare ancora una volta.

Devo.solo.rialzarmi.tutte.le.fottute.volte.



venerdì 24 marzo 2017

Spring has come.

Che il bianco sia bianco e il nero sia nero
che uno e uno facciano due perché i numeri sono esatti
dipende.

Che qui siamo di passaggio,
che oggi il cielo è nuvoloso,
che uno nasce e dopo muore,
e questo racconto è terminato
dipende.

Dipende, da che dipende,
tutto dipende a seconda di come lo guardi.

Che con il passare del tempo il vino si faccia buono,
che tutto quello che si alza si abbassa, da giù a su e da su a giù
dipende.

Che tu non abbia conosciuto nessuno che ti baci come me,
che non c'è nessun altro uomo al mondo che si beneficia di te
dipende.

Che voglia dirti di sì ogni volta che apri bocca,
che ti faccia molto felice che oggi sia il giorno del tuo matrimonio
dipende.


C'è una trama da sviluppare.
Come nei temini che si assegnano alla scuola elementare.
"Cosa vuoi fare di te nei prossimi dieci anni?".
Rispondo "una famiglia", "un lavoro", "una vita normale, con tutti gli alti e bassi di una vita normale".

Sento di ragazze che si sposano e fanno figli a diciotto anni.
Io a diciott'anni avevo appena finito di giocare con le bambole.

Mi sento dire "devi crescere".
Fino a qualche anno fa non pensavo ad altro che a questo.
Appassivo ogni giorno nella malinconia del sentirsi sempre più inadeguati rispetto alla propria età.
A sedici anni, festeggiando il compleanno in compagnia di una tazza di tè in una casa vuota, piangevo perché avevo paura dell'età adulta che si avvicinava. Avevo perso la freschezza dell'adolescenza, bloccata al centro, adulta per certi versi e bambina per altri. Ma era un equilibrio precario. Pendevo ora da un verso, ora da un altro. Ieri come oggi. Visibilmente inadeguata nel mio ruolo e spaventata dalle responsabilità che sarebbero insorte man mano che andavo avanti.
Col tempo ho smesso di farmene un problema, trasportata da passioni e questioni sempre più infantili, collimanti con la perdita progressiva di lucidità e di contatto col presente.

Prendo le misure, traccio linee con la riga, mi sforzo di rendere i volti assolutamente espressivi e piacevoli visivamente. Cancello. Ridisegno. Uso una matita classica e non la tempero fino alla pagina successiva.
Mi tormenta la sensazione deprimente che è tutta una perdita di tempo.
Non so se sia più produttivo fare questo piuttosto che vegetare qui.

Ogni attività che svolgo mi è diventata insopportabile.
Disegnare. Leggere. Guardare un film. Ascoltare musica. Scrivere. Tutto pesa come un macigno sulla mia coscienza che allunga gli artigli e mi scortica nel tentativo di tirarmi indietro, nel buio che conosco ormai come le mie tasche.
Come se non potessi permettermelo.
Come se dovessi sentirmi in colpa.
Come se avessi di meglio da fare.

...Ah, Valentina C.? Sì, la conoscevo. S'è tolta di mezzo finalmente, quindi?... 
...Perché mi hai fatto questo?...
...Alla fine, ci siamo liberati da un peso...
...Banalmente ti dico che, ragionevolmente, si sapeva che sarebbe finita così...

Voglio lasciarmi andare.
Il problema è che affogo.
E se tutti quanti sono così imprevedibili, se la vita stessa è un'amica così volubile, mi dici come faccio a fidarmi di te?




Ho scoperto di volerti veramente.

Sono la povera stronza che rimane la notte sveglia a disegnare storie che terrà nascoste nel cassetto, con la televisione accesa su un canale che trasmette musica commerciale, mentre la gente esce e si diverte oppure dorme, che domani si lavora.

Sono la troia che nei primi anni di vita ha spinto sull'acceleratore il processo di crescita, e poi ha frenato di botto e ha proceduto a scossoni fino alla veneranda età di ventitré anni, in ritardo di almeno - ci ho pensato a lungo - quattro o cinque anni.

Sono la miserabile feccia che talmente vorrebbe essere morta che nottetempo, mentre i presentatori della radio in TV, essendo dell'alta aristocrazia musicale, fanno le pernacchie in sottofondo a Giusy Ferreri che canta, ubriachi marci, pensa solo alla bolletta della luce. Eppure, di quelle canzonette commerciali, lei ne ha bisogno. La ispirano, le tengono compagnia, forse la travolgono anche un pochetto, qualora non siano veramente scadenti - levati dalle palle Giorgia, ti odio.

Sono il derelitto che rimarrà sveglio quanto più a lungo possibile, perché lui questo patimento e questa sofferenza fisica se la merita con tutto il cuore, dal primo momento che l'hanno cavata fuori a forza dalla pancia di Mamma fino a questo istante.

[Lettera a V.]

V., ti scrivo sotto metri cubi d'acqua.

La superficie del mare è come il confine fra due dimensioni. Da quaggiù i rumori arrivano ovattati, le luci soffuse, filtrate attraverso la superficie morbida dorata dal sole. La pressione dell'acqua mi schiaccia, ma è bello arrendersi, sul fondo di questa pace assoluta, che sulla terraferma non trovo da nessuna parte.

Ho messo da parte quelle poche persone che hanno significato qualcosa per me e sei rimasta solo tu, come un'idea lontana che è rimasta intatta nonostante lo spazio e non alterata nonostante il tempo.

Solo la tua faccia e il ricordo della tua voce bassa e monocorde.

Se non fosse stato per te, non avrei capito una cosa importante di me stessa, e adesso che ne sono sicura, nemmeno più me ne vergogno. Anche se chiaramente non me la sento ancora di parlarne con nessuno. 

Mi sembra di tenere vivo l'interesse solo nella misura in cui i miei pipponi mentali irrealistici trovano uno straccio di incoraggiamento nella realtà. E' falsità la mia?
Come il fluire di un fiume, me ne sono andata da più di un anno, e adesso per te c'è dell'acqua nuova. Nuove amicizie, il susseguirsi di occasioni amorose, dovute al tuo essere graziosa, intelligente, umile e talentuosa.

Ho sempre avuto come l'impressione di non essere mai stata realmente importante per te: forse quello che ti portava a dire che ti mancavo era la nostalgia. La nostalgia non è un sentimento. La nostalgia è il ricordo di sentimenti che ormai non si provano più. La provo anch'io, sai? E in fin dei conti, è tutto quello che è rimasto di noi. Se mai un "noi" c'è stato. Io, ogni volta che sento quella canzone, ti penso. Penso a quello che nel bene e nel male hai rappresentato per me.

Questo brutto schizzo è l'unica emozione riservata all'amore che ormai mi riservo, avendo perso ogni capacità di amare. Di cos'altro posso godere, arrugginita come una tristissima vecchia come sono, alla mia età?



mercoledì 22 marzo 2017

Lost for words - Pink Floyd.

Passavo il mio tempo nella malinconia. Ero catturato in un calderone di odio. Mi sentivo perseguitato e paralizzato. Pensavo che tutto il resto potesse aspettare.

Mentre passi il tuo tempo con i tuoi nemici, ingolfato in una febbre di cattiverie, oltre la tua televisione la realtà scema, come le tenebre nella notte.

Martirizzarti per cautela non ti aiuterà affatto.
Perché non ci sarà salvezza nei numeri, quando quello giusto esce dalla porta.

Riesci a vedere i tuoi giorni degradati dall'oscurità?
E' vero che batti i pugni sul pavimento?
Bloccato in un mondo di isolamento, mentre l'edera cresce oltre la tua porta.

Così apro la porta ai miei nemici, e chiedo loro se possiamo cancellare la lavagna;
ma loro mi rispondono di fottermi, per piacere.
Sai che non potrai mai vincere.



Self-harm.

Tiravo la pelle del braccio fino a strapparmela, con il sangue e il pus che sgorgavano dall'ustione; la pelle non era ancora perfettamente cicatrizzata, quindi mi faceva male, ed era un po' come tagliarla e staccarsela con un coltellino, ma quel dolore mi aiutava ad evadere da un altro tipo di dolore - più profondo, mentale, e come tale, più difficile da affrontare.

Incameravo un odio e un rimorso talmente conturbanti e scottanti per me stessa che la superficie ardente della sigaretta accesa contro la mia carne era a paragone un tollerabile tepore.
La premevo con forza contro la pelle, finché piegandosi a fisarmonica contro il mio braccio non smetteva di fumare.

Quel dolore era il mio modo per assolvermi dai miei - senza dubbio spaventosi - peccati.
Non avere la parola giusta al momento giusto.
Dire qualcosa di stupido in preda all'emozione.
Sorridere troppo, solo per stemperare l'imbarazzo - dando un'impressione superficialmente ebete.
Non essere perfetta. Non dare una buona opinione.

A tutto c'è un prezzo. Il mio prezzo è la pelle che scotta anche dopo diverse ore. 
Cerchietti di carne senza melatonina, bruciati talmente in profondità che il loro biancore totale spicca contro la pelle più scura che li circonda.
Li porto come medaglie di guerra.

I primi tempi raccontavo a tutti delle bugie; che avevo avuto il morbillo, che avevo una malattia dermatologica a caso. Anche ai medici, che mi guardavano con lo scetticismo e il leggero snobismo di chi capisce perfettamente ma tace per non sollevare questioni inutili.

Il mio unico problema è quella grassa foca che mi guarda dall'altro lato dello specchio.
Credo di covare qualcosa di talmente mostruoso che non posso assolutamente mostrarlo né agli altri né a me stessa. Se qualcuno mi chiedesse "chi c'è al di là dello specchio?", la risposta sarebbe semplice.
Il punto è che non sarebbe esatta.
Perché non posso dire di essere "io", non posso sostenere di essere quella persona che mi ricambia lo sguardo attraverso il vetro dello specchio.
Quella persona è un'estranea che mi guardo bene dall'incontrare. O per meglio dire, dal considerare. Ancora meglio: un'estranea con cui evito accuratamente di entrare in relazione.
Non la conosce nessuno.
E ancora non voglio che la conosca nessuno.
Ma se riesco ad ucciderla...
... no, non devo ucciderla.
Devo accoglierla e comprenderla. Mi viene relativamente facile comprendere gli altri. Sono una buona ascoltatrice. Mi piace ascoltare le persone. Ma non ascolto mai me stessa, non considero mai me stessa. By-passo. 

Pirandello parlava di quanto fosse truce guardarsi dall'esterno.
Io mi vedo ogni istante della mia vita. Sono là. Assieme ai miei nemici. Con il filtro dell'odio incollato alle iridi. Guardo con un cinismo che non mi appartiene quando mi metto la maschera di tutti i giorni questa grassa ragazza appollaiata sul divano battere rapidamente sulla tastiera queste parole.

Ho sospeso il giudizio.



lunedì 20 marzo 2017

See my dark side.




La guerra di Piero - Fabrizio de Andrè.

Fermati, Piero, fermati adesso, lascia che il vento ti passi un po' addosso.
Dei morti in battaglia ne porti la voce: chi diede la vita ebbe in cambio una croce.
Ma tu non lo udisti, e il tempo passava, con le stagioni a passo di java, ed arrivasti a varcar la frontiera, in un bel giorno di primavera.

E mentre marciavi con l'anima in spalle, vedesti un uomo in fondo alla valle, che aveva il tuo stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore.

Sparagli, Piero! Sparagli ora! E dopo un colpo, sparagli ancora, fino a che tu non lo vedrai esangue cadere a terra a coprire il suo sangue.

"E se gli sparo in fronte o nel cuore, soltanto il tempo avrà per morire; ma il tempo a me resterà per vedere, vedere gli occhi di un uomo che muore".

E mentre gli usi questa premura, quello si volta, ti vede, ha paura.
Ed imbracciata l'artiglieria, non ti ricambia la cortesia.

Cadesti a terra, senza un lamento, e ti accorgesti in un solo momento che il tempo non ti sarebbe bastato a chieder perdono per ogni peccato.

Cadesti a terra, senza un lamento, e ti accorgesti in un solo momento che la tua vita finiva quel giorno, e non ci sarebbe stato ritorno.



Forse torna la speranza.

Colori tenui, come un acquerello.
Ma sempre di colori si tratta.


sabato 18 marzo 2017

Freedom.

Catapultata

Alla fine, non c'è una definizione universale di cosa faccia bene e cosa faccia male. Tutto è confortevole finché diventa abitudine. Tutto risulta amabile finché non provoca paura, finché rimane vezzo prevedibile e dunque controllabile.

Ho sempre trovato le più spudorate comodità in tutte quelle cose - anche dolorose - che potevo definire come costante assoluta e prevedibile.

Quindi anche l'essere dei fenomeni da baraccone.
O degli animali da circo.

L'inizio dell'incubo spaventa come la fine, ma se si entra in una comfort zone, di ripetitività e monotonia, non c'è niente di più rassicurante del prolungarsi di quella situazione aberrante.
Tanto che la cerchi, e cerchi di nutrirla, di mantenerla, e quando ci riesci, stupidamente, te ne penti.

Facendo un passo avanti e due indietro, in qualche modo si avanza.
Questo è il progresso a cui sono votata.

Avrei bisogno di pensare con meno chiusura mentale.
Avrei bisogno di leggere, conoscere nuovi mondi, nuove storie, altri pensieri da quelli - sempre gli stessi in diverse presentazioni - che mi otturano il cervello ogni giorno.

Sto.arrugginendo.

venerdì 17 marzo 2017

I'm still alone.

Là, fuori dalla porta-finestra, l'albero battuto dal sole calante, il cielo limpido senza stralci di nuvole, di un bell'azzurrino tinto del rosso del pomeriggio inoltrato che si dissolve in sera.
Le piante immobili, l'assenza di vento. Il sole, il cielo, il mare.

Si avvicina la primavera.

E senza l'ausilio di alcol o di canzonette strappalacrime, mi piego, e mi accartoccio, e piango.

Pink Floyd - The trial

Nell'intento scrupoloso di tenere nota di tutte le vicissitudini della mia vita [ovverosia, siccome in questa vita non succede niente di niente, di tutte quelle fluttuazioni dell'umore che incidono nella mia giornata e che ho imparato a non attribuire più ad una malattia genetica ma alla condizione aberrante in cui vivo]:

Sembra che faccia di nuovo capolino il buio.
I momenti di fiducia e gratitudine che ho vissuto negli ultimi - pochi - giorni sembrano un ricordo passato da decine di anni, un fiore appassito, qualcosa che si è deteriorato assieme alla mia lucidità mentale una volta che ho scelto - senza alcuna giustificazione - di eccedere di nuovo col bere.

E' veramente balordo.
Da ieri, si intravvedevano le prime ombre di un presentimento malvagio, che mi aveva portata a pensare che tutto non era che uno dei miei filmoni/pipponi mentali da sognatrice ad occhi aperti; che la realtà rimanesse là, immobile, dura e cruda, mentre io mi illudevo di poterla addolcire con la speranza di due mani che si chiudessero con forza attorno alle mie e mi guidassero a poco a poco sempre più lontano dal mio passato auto-squalificante.
Non mani d'amore, ma mani di comprensione.

Quegli occhi pieni di gioia che avevo erano bugiardi.
Quel cuore allegro che - pum-pum - pulsava vita nelle vene, mi prendeva in giro.
Il mondo torna ad essere grigio, e freddo, come sempre. Me ne accorgo solo adesso, che so di guardare con più cinismo, e dunque con più verità, ciò che mi circonda.

Una lite prende le sfumature di un dramma apocalittico per il quale non troverò perdono negli altri e nemmeno in me stessa.
Forse solo, in me stessa. Ed è questo il punto focale.

Dopo tanto tempo, o forse per la prima volta, non so... dopo tanto tempo, mi manca davvero qualcuno.
Mi manca la sua presenza.
Mi manca anche la presenza di un amico.
Mi manca lui perché è come se fosse un amico. Il primo. Quello che capisce veramente.
[Non c'è nemmeno consolazione nel desiderio, una volta che ne ho vergogna.]

Sforzandomi sono andata a cercare il suo nome sul social network blu.
Una persona molto popolare. Una persona che è stata intervistata dalla televisione nazionale. Una persona che viaggia, ha uno studio lontano dalla Sicilia, e che di certo non difetta di occasioni.

Credevo davvero - non nell'onestà intellettuale e nella coerenza con me stessa, ma piuttosto nell'inconscio desiderio che ci fosse un legame di qualche tipo - che il fatto che mi abbia confidato i suoi stati d'animo esulasse dalla prassi del suo mestiere.

Sono una malata qualunque che ha entusiasmo nell'aiutare.

Dovrei essere contenta così, no?

giovedì 16 marzo 2017

The bigger you love, the harder you fall.

Il passato mi ha lasciata piena di rabbia, non solo.

Queste ferite non sanguinano più, ma continuano a rimanere aperte, col sangue secco in ogni dove, e mi viene da pensare che sono una stupida, che per me non ci sarà più speranza di rinascita che non sia illusione, evanescente come un sogno ad occhi aperti.

Davvero pensavo che questa sarebbe stata la volta buona, ma sono stata triste e sola per troppo tempo ed adesso, sentendomi vecchia e non avendo mai assaggiato la felicità, mi sento come se per me non ci sarà più risveglio svincolato dalla coscienza che tutto attorno a me è grigio e morto, e che queste immagini di morte, questa casa che si chiude attorno a me e mi schiaccia, non mi lasceranno mai. più.

Il sangue rappreso non andrà via.

Forse c'ho creduto di nuovo troppo - e sono caduta, mi sono ferita, ancora una volta, perché non smetto di sognare.


mercoledì 15 marzo 2017

Vorrei darci un taglio con questi sentimentalismi.

Non trovo il motivo di infilarci sempre la componente amorosa in ogni rapporto della propria vita.
Come se il mondo fosse pieno di gente che non sa aspettarsi altro che fra una relazione uomo-donna ci sia della malizia.

Io sto vivendo questa relazione con grande gioia e grande riconoscenza, ma a conti fatti non c'è amore e desiderio.
E va bene così; non solo perché di chance, in questo senso, non ce ne sono [e quindi mi eviterei una bella batosta]; ma perché mi sto svincolando dalle mie convinzioni patologiche, quelle che mi portano a pensare che dietro un gesto gentile da parte di un uomo nei miei riguardi, dato che le gentilezze disinteressate non le si conosce, ci sia un interesse di amore passionale, mentre tutto quello che a volte c'è è sensibilità, ed empatia, e voglia di essere utili per il prossimo.

L'amore è una componente della vita, ma non l'unica... e per fortuna.


martedì 14 marzo 2017

"Vorrei una voce che possa arrivare lontano da questo silenzio".



 La grassa falena si mette una sciarpa a girocollo. Jeans troppo stretti, scarpe basse, maglia larga che - strano a dirsi - forse la snellisce un po'; ma occultata dal largo cappottone in pail che la fa ingrassare di almeno dieci chili.
Giunta a destinazione, suona, sale al quinto piano, saluta seccamente ed entra nello studio.
Una seduta di un'ora e mezza che può trovare il suo apice di splendore in un "a te non ti ha mai capito nessuno".

Più tardi la grassa falena sorseggia una birra e ci ripensa.
Si chiede se quello che - nella brillitudine - chiama innamoramento non sia il tipico entusiasmo stupido e infantile che prova quando riceve delle carezze per la prima volta e si convince che come sia la prima, sarà anche l'ultima; e questo è il desiderio della grassa falena, che a discapito di tutte quelle parole in cui cerca di dar voce al tormento della sua anima stanca di sfarfallare di uomo in uomo nel tentativo di essere ascoltata da qualcuno, vuole innamorarsi ancora. Ma solo quando è debole e vulnerabile, come dopo l'alcol.

Quando le nubi dell'incoscienza si dividono, e filtra con prepotenza la lucidità, torna a guardare con sufficienza le persone che solo un paio di ore prima guardava con occhi spaventati ma innamorati e spaventati perché innamorati.

La grassa falena non è in grado di provare sentimenti.
La grassa falena si odia; e vende l'offesa di frasi sbrigative, per cinque minuti di sincero interesse da parte del terapeuta.

E crede che in quei cinque minuti si nasconda la soluzione del suo problema.

Pensa che, quando riesce ad essere sé stessa, le porte della vita per lei in qualche modo si schiudano un po'.

Alle undici di sera, mentre si allontana, si volta a guardare quel bizzarro essere umano camminare nella direzione opposta.
E chissà che inopportuni pensieri partorisce la sua mente stupida, mentre lo fa.

domenica 12 marzo 2017

Resoconto inutile numero 2.

Che c'è in questa ridente mattinata di domenica, con i passerotti che canticchiano festeggiando il sorgere del sole? Vediamo.

C'è il mezzobusto di un telecronista che non conosco sul TG di La7 che informa di tutto il casino avvenuto ieri a Napoli durante il corteo di Lega Nord.
Immaginavo le dirette su Facebook come un momento di dignità per la capitale partenopea, ma quando in mezzo alle giuste proteste c'è il marcio di mentacce delinquenti - perché di delinquenti si tratta - si finisce quasi per preferire Salvini con in sottofondo Senti che puzza scappano anche i cani.
Anche per una meridionale convinta meridionalista come me.

C'è mia madre che, divenuta spaventosamente ossuta per via della malattia che presumibilmente l'affligge [non ho voluto sapere i dettagli] [non ho voluto sapere i dettagli perché le sue sono mere supposizioni, potrebbe essere solo lo stress, qua, in questo momento, in questo momento isolato da previsioni funeste, se ci penso mi dico che non cambia niente per la scema serenità del mio cervello], chiacchiera al telefono e scopacchia un po' la stanza.
Si alza di buon mattino e similmente a come faceva Ilaria Dalle Palle a Studio Aperto anni or sono - svegliarsi la mattina, correre in piazza e andare a intervistare un passante a caso su un argomento a caso -, mia madre si sveglia la mattina, agguanta il telefono e si estranea dal mondo grigio e deprimente a cui la costringe questa figlia invalida.

C'è leggere qualche post di un blog purtroppo - sembrerebbe - abbandonato che pur non parlando "di me" [cioè di esperienze affini alle mie] sembra parlare con me. Scoperto ieri sera, googlando Modi per uccidersi senza morire. [volevo trovare qualche discorso sulla capacità insita negli esseri umani di causarsi morti ben peggiori nello spirito piuttosto che nel corpo] [Palahniuk docet].

C'è la stanchezza che mi rende poco lucida, una debolezza alterata chimicamente dai caffè che ho bevuto stanotte, a mezzavia fra le palpebre che si chiudono da sole e il nervosismo di chi saltella come - vediamo se trovo un paragone appropriato - come l'olio in pentola quando ci ficchi dentro gli arancini crudi.

C'è voglia di scoprire per la prima volta film Almodovariani.

C'è una sorta di quiete, come se la stanchezza avesse mandato a nanna la mia nuova vocazione a non perdonarmi un solo passo falso.

C'è - non c'è - quasi gente che mi legge, e quindi non mi importa di tutto quello che sto dicendo e - soprattutto - non avrò niente da rimproverarmi in seguito. Neanche se scrivessi roba ancor più stupida e imbarazzante di questa - ho appena finito di rileggere.
Se solo parlo mi risponde il frinire dei grilli e la brezza del deserto. 
E mi piace veramente tanto.


Resoconto inutile numero 1.

[Sto parlando al signor nessuno perché questo neonato blog è zoppo di visite, e la cosa non mi crea problemi]

Non c'è nessuna novità, tutto rimane plastificato, immobile, giorno dopo giorno, sole e luna, vento e afa, pioggia e cieli azzurri. Stamattina i vetri tremavano, forse un terremoto. E stanotte vengo perseguitata da rumori molesti che mi mettono in allarme finché non mi ricordo che non me ne frega niente di morire.

Forse una piccola novità c'è, nell'ottica di quella che nel mio imperterrito vezzo di respirare sempre può classificarsi come novità, ovverosia un pensiero che similmente a quanto farebbe un'illuminazione, o la sensazione di svegliarsi da un sogno che si era creduto troppo reale, sbam!, ecco che arriva e mi rende più presente, calamitando per un attimo l'attenzione di questa mia testa malata e marcia sempre persa fra le nuvole.

Il pensiero è che mi sono definitivamente, permanentemente, stancata.
Ascoltavo le mie solite musichette di merda che metto in play sulla playlist del mio bellissimissimo smartphone e all'ennesimo It's okay di Avril Lavigne in Everybody hurts - canzone che è veramente una merda e che per dinci! avevo anche selezionato come colonna sonora della mia morte per suicidio qualche tempo fa, perché in quel momento porca miseria, mi faceva veramente piangere a dirotto - ho bloccato tutto e ho detto basta.

Sono anaffettiva e credo anche di essere un po' priva di emozioni, se no non avrei buttato ventidue anni e mezzo della mia vita a provare la smania e il desiderio spasmodico di piangere.
Dico ventidue anni e mezzo - solo - perché ultimamente mi fanno schifo al cazzo pure le mie lacrime, e sento sempre questa rabbia morbosa simile a un attacco di panico che mi farebbe urlare come una bestia e che si placa un po' poi solo nel gesto di autolesionarmi con qualcosa.

E di che si illumina questo complesso cervello da vera non-sofferente-di-deficit-intellettivo, vediamo: consideravo che quest'esistenza fru-fru fatta di musichette, storielle, filmetti carini (sempre gli stessi poi: è un vero e proprio atto di masturbazione mentale sempre sulle stesse citazioni un tempo illuminanti e ora scadute e muffite), amichetti virtuali quando se ne trovano, e insulti e paranoie e chiamate da due minuti all'amico di Roma che non importa, io sono cattiva, però ad oggi lo detesto come la merda e lo voglio fuori dalla mia vita.

Prendo in considerazione soprattutto la parentesi virtuale, e anzi!, la parentesi di questo blog, dove balbetto stronzate a manovella spruzzate di toni da rivelazione dell'Arcangelo Gabriele, ma se una stronzata è una stronzata lo rimane anche quando ti dai toni di essere l'Emil Cioran del secolo. 
Ecco: magari poi arriva un commentino.
E allora, svergogniamo 'sta stronza che tanto ormai non c'è mai limite al peggio; andiamo a scoprire le ultime cose che con pudore nasconde di sé.
Parte il monologo che si sviluppa pressappoco così:

Oddio un commento! Allora qualcuno apprezza. Mamma che ansia. E se rispondendo do l'impressione di essere stupida? E se poi - come del resto già avvenuto in passato perché noi una gioia non ce l'avremmo neanche nel paese dei balocchi - quello o quella pensa che sono stupida, montata, ignorante, fuori come un balcone e smette di seguirmi? Allora non rispondo. No! Devo rispondere perché potrebbe rimanerci male. Allora veramente si sentirebbe offeso od offesa e non mi darebbe più attenzione. Vediamo se riesco a mettere insieme una risposta. Uhm, c'è: un po' di timidezza; due chili di modestia ostentata; una frase ad effetto; un bacio per salutare, così aggiungo anche un po' di affetto. Speriamo che non pensi che sono falsa. Speriamo che voglia continuare a leggermi. Speriamo che non perda interesse per questo blog e indirettamente per quella che ci scrive. Mi piace così tanto quando ricevo un commento! Mi fa sentire meno sola e meno incerta sul fatto che quello che scrivo potrebbe essere giudicato male da chi legge. E chi lo sa, magari mi faccio degli amici.

Tutto questo pippone intergalattico, per un solo, misero, commento, su un post di un blog.
Benvenuti nel mondo delle mie gioie sconfinate, della mia senz'altro emozionante e piena vita.

A questo punto mi ammazzo non per richiesta d'attenzione; non per gesto dignitoso; non per fargliela pakareatt!!11. Mi ammazzo perché sono una merda e vivo merda.

E quindi: passiamo questo ennesimo miserevole merdoso post concentrandosi sull'unica cosa su cui a questo punto vale la pena concentrarsi, e no incubi e odio per me stessa.
La conclusione, insomma, è: come devo fare per ammazzarmi?

Di modi ce ne sono molti.
Io vorrei solo non soffrire.
Forse overdose di alcol e psicofarmaci. Forse laceramento intestinale o avvelenamento. Mi sento di scartare impiccagione e salto nel vuoto perché io il coraggio di compiere un gesto così non ce l'ho, sarebbe - per me - come tentare di soffocarsi col cuscino.

Stay tuned.

sabato 11 marzo 2017

Il sonno rivela non detti.

Il sonno è uno stacco. La gente che si alza la mattina dà inizio a un nuovo ciclo: è sempre la stessa vita ma è come se ricominciasse da una pausa, in qualche modo.
Come una ruota, ci si alza, si lavora e si va a dormire. Il giorno dopo ci si alza di nuovo. Inizia un nuovo cerchio.
L'insonnia prescinde da tutto ciò.

Ho imparato a considerare il sonno una mezza-morte che vuol dire sonora sconfitta. O qualcosa a cui, comunque, non posso e non devo abbandonarmi.
Bevo caffè e sostanze eccitanti. Mi costringo agli stimoli visivi della televisione che manda le notizie del giorno - e i soliti talk show televisivi inutili coi politici che si azzuffano l'uno contro l'altro senza giungere a nessuna conclusione - e a quelli del computer, per ore e ore.
Ho avuto un giramento di testa. Mi guardo bene dal mettermi a letto anche solo per riposarmi. Il riposo rischia di farmi vacillare. Rischio di scivolare nel sonno.
I miei sogni sono una realtà a parte, una rielaborazione dei miei sentimenti più profondi e zittiti nella veglia.
Vorrei che fosse come prima - non ricordarne neanche uno -, ma sembra sia iniziata la stagione degli incubi che lasciano il segno e che mi aiutano a scoprire cose di me stessa che non volevo scoprire. Non sono sogni oggettivamente brutti, ma rievocano atmosfere che mi danno dello sconforto, sempre così cupe, così malinconiche.
Un letto al chiaro di luna.
Una clinica psichiatrica o un manicomio.
Un ospedale.
La scuola che frequentavo.

E le persone, poi.

Proprio quelle che nello stato di veglia non voglio assolutamente soffermarmi a pensare neanche per un istante, troppo è il risentimento, o la vergogna, o la colpevolezza. Zac, censuro. Sembra così facile che mi illudo che non abbiano veramente alcuna importanza per me.
Infine, arriva il sogno, e il sogno mi sbatte in faccia che non è così. Come se ci fosse un odioso ragazzino che mi canzonasse.
Lo vedi che in realtà ti importa?
E non esiste umiliazione più grande.

Elogio alla follia.

Ti hanno presa per pazza.
Hanno detto che sei fuori di testa.
Qualcuno sconfortato ha commentato: "Io non posso stare con una così". Che ha questi pensieri. Che ha questi pensieri che per lei sono assolutamente verosimili.

La sottile linea che separa il folle dall'insicuro e il malato dal sano.
Il folle non si adatta perché vive in un mondo tutto suo; l'insicuro ha paura del mondo reale, così come è fatto, e non si adatta lo stesso perché è limitato dalla sua stessa paura.
Il malato non riconosce di essere malato, e il sano può essere pazzo, ma fintantoché si rende conto di esserlo, è sano fino a prova contraria.

L'autoironia può essere una risposta intelligente a situazioni che non vadano a ledere l'umanità e il rispetto della propria persona, se no è un meccanismo ad incastro schizofrenico che non fa che allargare la voragine di solitudine e alienazione, di disprezzo e negazione dei diritti.

Un giorno un cretino s'inventò che l'autoironia è appannaggio di una mente superiore e intelligente che trova situazioni semplici e immediate per rielaborare l'odio che nutre lui verso sé stesso e che nutrono gli altri per lui.
Il cretino disse: ma sì, dai, fa bene ridere un po' di sé stessi.
E si sentì rispondere: e tu ridi cretino, e noi ridiamo con te, di te.
A quel punto, sentendosi messo al muro, scoprì la fragilità dell'autoironia e si trovò senza difese se non quella di un ti denuncio che fa ridere i polli.
A quel punto, non si sentì più tanto sicuro che fosse così semplice risolverla ridendo in faccia a un mondo che gli punta addosso i kalashnikov.
Scoprì così che la miglior replica in certi casi è il silenzio e lo sguardo basso.

(Non sono coerente con me stessa).

I Mea Culpa sono ancora peggio. Si sa che alla gente i vittimisti stanno poco simpatici, e oggi viene considerato vittimismo anche l'ammissione di colpa, in un mondo che assolutamente non si scusa e che ritiene improbabile che una persona possa realmente pentirsi di sé stesso, preferendo pensare che voglia solo sventolare bandiera bianca per ricevere carezze e dai cretino, ti perdoniamo perché te ne rendi conto.

lunedì 6 marzo 2017

Non mi sento in colpa per il fatto di non avercela più fatta.

"Essere falliti" od "essere riusciti" è una questione soggettiva e personale.
Che non si sottometta a una logica assolutistica questi concetti.

Un uccello chiuso in gabbia, che passa la sua vita a beccare il mangime nella ciotolina in uno spazio di mezzo metro per mezzo metro non si sente più infelice di un uccello che vola e vive la libertà.
L'uccello in gabbia non conosce la gioia di volare.
L'uccello in gabbia si sente soddisfatto di ciò che ha perché non conosce altra ricchezza.

Così io, che ho passato la mia vita qui, così, non mi sento sfortunata o svantaggiata perché non conosco altri modi di vivere.
Il modo in cui vivi tu va bene.
Il modo in cui vivo io va bene.
Soggettivamente, entrambi possiamo dichiararci riusciti nelle cose che possiamo avere, nei traguardi che possiamo raggiungere.
Non tutti nasciamo per lasciare un segno nel mondo. Pochi, pochissimi, ci riescono.
Quindi con che diritto mi fai sentire in colpa e mi offendi e mi svilisci perché non ho mai attinto alla tua stessa felicità?

E' l'arrampicata a chi trova dei metodi per provare meno spesso dolore...
la vita.

domenica 5 marzo 2017

Disinnescare i meccanismi perversi.

Martedì grasso ho incontrato N. per la prima volta. Mi ha detto molte cose che mi hanno fatta sentire, per la prima volta, capita. In particolare: mi ha fatto capire che liberandomi di tutte queste insicurezze potrò incontrare l'altro. L'altro non è che il depositario di tutte le auto-fustigazioni, per me. Se dico di essere convinta di essere stupida, sono responsabile del giudizio che muovo a me stessa. E del fatto che lo proietto nell'altro.
Penso di essere stupida.
Ho paura che anche lui pensi che sono stupida.
Preferisco non averci niente a che fare.

E' così che sono sempre stata sola.



sabato 4 marzo 2017

Entrando in una chat per NET.

Mi trovo a disagio anche in una semplice chat. Ho provato a contattare questi piccoli isolatra su Telegram, gente con problematiche affini alle mie. Un messaggio di incoraggiamento da parte di un tizio. Un avventato "ciao" da parte mia. Poi ho chiuso la chat. Trillavano le notifiche per via dell'arrivo di nuovi messaggi. Non avevo più il coraggio di aprire la chat. Ho disinstallato il programma. Per un po' sono rimasta a pensarci su. Per un po' ho provato il bisogno di provarci di nuovo. Sono arrivati altri pensieri e ho accantonato l'episodio come se non fosse mai avvenuto. Oscillo fra il desiderio di trovare dei compagni e la convinzione che posso anche passare la vita da sola a marcire in questa casa.
Il mio sabato l'ho diviso fra il letto e la tv. Non seguivo quel che diceva la gente lì dentro.
Nel pomeriggio è arrivata gente, ho aspettato che scendessero al piano terra, mi sono trincerata sotto le coperte aspettando che se ne andassero. Ho ascoltato da lontano mia madre chiacchierare con loro. Sono rimasta chiusa in camera per un'ora e mezza. 
Davvero essere visti può creare tanta paura?

Sentimenti essiccati.

Anaffettiva
E' quello che sono.
Credo di non essere capace di amare. Succede. Avevo letto un articolo che parlava del fatto che i bambini che non sono amati diventano adulti che non sanno amare. Per certi versi è un vantaggio. Non soffrirò mai per nessuno.

Un fiume in piena di parole.

Sorge il giorno, io avrò dormito in tutto quattro ore.
In una città produttiva che va a dormire a mezzanotte e si alza alle sei del mattino per lavorare o studiare, c'è un grasso animale che si crogiola nella nullafacenza e che veglia quando tutti dormono.
Nascosto in una stanza, con la luce spenta, parla alla rete attraverso un portatile - amabile ammasso di lamiere e microchip.
Credo sia impossibile riprendere il percorso di guarigione - ma voglio provarci.
Oggi pomeriggio devo vedere Nico. Ho aspettato questo momento con tale attesa, e una tale trepidazione, che quasi ne ho paura.
Magari rischio che le mie aspettative vengano deluse. Ma è un rischio che va corso. E penso che comunque per lo più dipenda da me. Devo mettercela tutta.

Faccio delle considerazioni banali e superficiali, solo per assicurarmi un flusso ininterrotto di pensieri. Mi aggrappo ad ogni aspetto di questa esistenza penosa e insignificante per pensare a qualcosa. Ho paura di tutto, e anche del silenzio. Finché parlo, l'attenzione si focalizza su ciò che dico. Una volta che mi fermo, do il via al giudizio. Ma mi sento confortabilmente insofferente, in fondo.
Non ho più niente di nuovo da aspettarmi - è tutto desolantemente ripetitivo.

venerdì 3 marzo 2017

Trovami un modo semplice per uscirne.

Uccidersi non si può. Devo continuare ad esistere ancora per qualche tempo.
Ho parlato per anni nella speranza che qualcuno capisse quello che sento.

La chiamano "sindrome di Peter Pan" perché...



Spettacolarizzandosi.

Mi sono consumata in un'interminabile esibizione di dolore, e per la prima volta ho realizzato di aver perso tutte le persone care, attorno a me. E il peggio è che probabilmente è proprio ciò che volevo.

giovedì 2 marzo 2017

Stereotipi, letture inutili, tempo perso, auto-coccole, bisogno di aiuto.

Hai passato la vita sui libri per capire qualcosa della tua condizione, e non hai capito niente.
Quei libri di psicologia ingialliti e scartabellati che ho letto nell'adolescenza ora sono lì, sulla libreria, e sembra che vogliano dirmi  "a che è servito?", che la lettura non cambia le cose, per cambiare le cose, più che capirle, bisogna superarle ad occhi chiusi.
Sfarfallo per la rete, e ogni segno che colgo lo vedo come un sottile riferimento ingiurioso. Sono allergica alla parola "cyberbullismo". Ne sono allergica perché suona quasi demenziale, mentre a me genera immagini di violenza e dolore.
Le vittime di (cyber)bullismo si vergognano di esserlo. Se si pensa a una vittima di bullismo viene fuori l'immagine del tipico sfigatello americano con gli occhiali spessi, i capelli scombinati e la camicia di flanella, instancabile topo da biblioteca, a volte anche un po' coglione, innamorato della bellona della scuola con cui non ha una chance, drogato di storia, materie scientifiche e film di seconda classe.
Vita o morte, sono le uniche opzioni, le due scelte a partire da cui si diramano tutte le altre.
Non c'è più dignità, per me, nel compiere il gesto di togliermi la vita. Me ne sto a guadare in una zona morta. So che ho costruito il muro pezzo a pezzo. Frugo nel buio alla ricerca di qualcos'altro che mi confermi quanto la malattia ha deciso per me, devo stare sola, devo vivere senza l'ausilio di nessuno. Sto scrivendo su una tastiera, ma sto parlando a me stessa, ripetendomi sempre le stesse cose solo per coccolarmi, per consolarmi, per darmi sostegno.
Voglio stare sola.

Spezzoni.

Le cose che mi rovinano sono segreti che non sono capace di custodire.
Cambiano le città, i Paesi, le zone, il panorama, ma il cielo è lo stesso ovunque.
Devo escogitare un sistema per non sentirmi in colpa del fatto che non voglio nessuno nella mia vita - neanche quelli che vogliono entrarci.
Chi lo ha detto che non si possa vivere completamente soli?
Non ho mai dato niente di buono al mondo.

mercoledì 1 marzo 2017

Le cose non sono mai semplici.

15 anni, un'altra delle mie notti bianche passate a cercare di restare sveglia fino al mattino, consumando ogni energia, nell'idea malata, e forse coraggiosa, che vegliare di notte e dormire di giorno mi assolvesse dai miei sensi di colpa e dai miei rimpianti.
Svolazzavo come una stupida falena qua e là per la rete; entrai in una chat, qualcuno mi consigliò un film chiamato lo Sfidante, prodotto qui in Italia, un documentario spirituale della durata di tre ore e mezza. Compariva a spezzoni su Youtube. In tutto erano qualcosa come trenta segmenti.
Cominciai a guardare il primo e via via che proseguivo con la visione la smania cresceva in me ed erano le quattro del mattino e avevo visto il docufilm per intero.
Mi misi a dormire convinta che avrei cambiato la mia vita a partire da quella notte, forte di quella conoscenza.
Alle sette aprii gli occhi e mi vestii per andare a scuola. Non avevo paura. Il film mi aveva insegnato che la paura vuole solo remarti contro.
Erano due settimane che non mi facevo vedere in classe.
Ingenuamente pensavo che avrei potuto capovolgere la situazione semplicemente avendo l'ardire di affacciarmi al mondo di punto in bianco.
I miei compagni di classe la pensavano diversamente.
Risero della mia sfacciataggine.
La stupida falena capì che non sarebbe stato così facile.
La stupida falena cadde nello sconforto e batté in ritirata ancora una volta.

Otto anni sono passati da allora, e sono ancora consumata dalla stessa rovina. Vorrei tanto che la mia vita procedesse in qualche modo, anche se dovesse bloccarsi in qualche punto.
Non sto crescendo, sto solo invecchiando.

Ricominciamo daccapo, da un'altra parte, dallo stesso punto.

Ho guardato da una prospettiva diversa la mia malattia, esente da romanticità che ipotizzano una qualche funzionalità del dolore, l'aspetto morto dell'essere reclusi in una stanza, in una casa, e temo che col tempo che spreco la mia malattia si amplierà fino a coinvolgere ogni aspetto della mia vita; presto, per essere più precisi, l'unico aspetto della mia vita sarà la vita quotidiana in questa casa arroccata su una collina.
Sono scappata dal blog precedente - avevo lasciato veder troppo di me, ed ero arrivata ad averne vergogna. Inizialmente volevo restare perché ho sempre questo bisogno così forte di mettere le radici, perché in un certo senso cerco nella vita virtuale la stabilità che non ho nella vita reale. Adesso che sono stata abbandonata, lasciata in balia della mia mente in progressiva distruzione, da anni ed anni, posso smettere di aver paura e provare la serenità placida, come la superficie immobile di un lago, dello scomparire nell'anonimato.
Perché il non-anonimato era un bisogno che insorgeva per ovviare, e per ingrossare, la solitudine.
Adesso ho qualcuno in cui credere. Attraverso lui, credo anche in me stessa.
E domani mattina aprirò gli occhi e mi sentirò di nuovo felice di avere il dono della vista, di poter guardare uno spazietto di mondo dalla finestra, il mare - in lontananza -, le colline, il cielo azzurro, le cime degli alberi scosse dal vento.
Non mi sentirò perseguitata per sempre.
Non avrò paura per sempre.
E' una promessa che faccio a me stessa.