sabato 29 aprile 2017

The last human on Earth.

La mia esistenza si allunga, assottigliandosi, giornata dopo giornata, parata dopo parata, mentre i coriandoli della macabra festa che accompagna ogni mia sfilata quotidiana, dietro un computer, dietro uno smartphone, prendono il volo, danzano nell'aria e svolazzando, quasi giocando, raggiungono il fondo, schiacciati dalla pressione della forza della gravità.

Così raggiungo il fondo anch'io, a pezzi.

Metto un passo avanti e non è importante che io sia aggraziata. Il mio goffo vestito da pagliaccio mi cade addosso come una tenda, pieghe su pieghe.
Delle risate in lontananza.
Il bruciore attutito di qualcosa di duro che sbatte contro le mie ossa.
Non sento niente.

L'animale auto-distruttivo.
Il piccolo pesce rosso che nuota nella sua boccia, convinto di trovarsi nella vastità dell'oceano.
Non ho neppure lo spazio per muovermi.

Chiusa in una scatola di un metro cubico, le ombre chine su di me mi rivolgono i loro sguardi curiosi e interessati.
Occhi sgranati, grandi come palline da tennis, mi percorrono pezzo a pezzo. 
Manco si trovassero davanti a chissà che visione.
La realtà, quando sviscerata fino al midollo, supera di gran lunga la fantasia.

Prendete un qualunque stronzo o una qualunque stronza, anche insignificante, e sezionatela anno dopo anno, fino a ridurla una poltiglia di essere umano. Tagliate qua, tagliate là, scavate sempre più in profondità, finché di quel/la povero/a stronza non rimarrà altro che un corpo, un muscolo cardiaco e un cervello in grado di svolgere le sue regolari funzioni, senza anima.

Lo spettacolo umano più bello del secolo.
L'ultima attrazione del circo.
L'ultima umana sulla terra. E quello che ad oggi ne rimane.



Solitamente sopporto.
Solitamente non do soddisfazione.
Solitamente gli insulti crudeli e gratuiti di mia madre in riferimento ai 35 kg che ho preso - lei mi dà della cicciona di punto in bianco come se mi facesse un appunto in merito al fatto che ho i capelli un po' spettinati - cerco di lasciarmeli scivolare addosso.

Ieri sera non ce l'ho fatta.

Ieri sera ho pianto, l'ho mandata al diavolo e quando lei, zitta, ma con stizza, si è ritirata al piano di sopra, sono andata in bagno e ho vomitato il tonno della cena.

Devo trovare un modo per uscirne. Per tappare la bocca a tutti.
Una volta per tutte, anche facendomi male.
Riuscirci.
Per una volta nella mia vita.

giovedì 27 aprile 2017

Yogurt cup.

I legami di sangue possono essere sciolti come qualunque altro legame.
Scorticati fino al punto da essere spezzati di netto.

Tutto ciò che rimane sono le parole.
Le parole dicono "come stai?". "Hai mangiato?". "Chiamami quando arrivi".
Il cuore rimane freddo, e muto, e privo di sangue da pompare in circolo.

Il cucchiaino gratta con delicatezza la superficie melmosa dello yogurt.
Le emozioni devono essere controllate, per paura delle ritorsioni.
Aumenta il ritmo.
Sto andando fuori controllo.
Si fa avanti famelico, cucchiaiata dopo cucchiaiata. Raccoglie un'abbondante porzione di composto.
Sempre più giù, a scavezzacollo.
Ti dirò in faccia tutto, tutto, tutto.
Scava più in profondità, sempre più yogurt nella superficie curva. Fino a rendere il vasetto cavo.
Della tua vita a me non importa più nulla.
Gratta negli angoli, finché non ne rimane neanche un accenno.

E ingozzandoti di quel sentimento, hai realizzato che non ne hai più bisogno. E non avendone più bisogno, avendolo consumato fino all'ultima goccia, tutto quello che ti resta è un vasetto di yogurt vuoto da buttare nella spazzatura. Assieme alle altre cose di cui non hai più bisogno: compresi i tuoi sentimenti per quelle persone che non li hanno mai ricambiati.

sabato 22 aprile 2017

Blood Circulator

Tenendo attentamente traccia dei luoghi di quelle voci,
il minimo che potessi fare era ingoiare i tuoi stessi sospiri.

Asian Kung-fu Generation - Blood Circulator

Giorno dopo giorno, i polpastrelli delle mie dita sfioravano il vetro della porta scorrevole, aperta al balcone che dava sul giardino.
Da lassù, vedevo un quadro generale dell'intero paese. La città era una pallina di pongo le cui strade e i cui edifici bassi erano disegnati con la punta di uno stuzzicadenti. Il cielo si spalancava in alto, coprendo a cupola l'insieme, e, che facesse freddo o caldo, lo ricordo quasi sempre azzurro, con qualche nuvola passeggera che si spostava lentamente spinta dal vento. 
Passavo la vita lì, in quel salotto, a ripetermi che avevo quattordici anni e la mia vita sarebbe cambiata.
A ripetermi che avevo quattordici anni e anche se "non ero più una bambina" c'era ancora tempo.

Nove anni dopo, sono ancora qui.
Ancora premo i polpastrelli contro quel vetro.
Ancora cammino per la casa vuota quasi scivolando.
In coma profondo, resa incosciente dalla stessa anestesia totale che mi porta a credere cocciutamente che avrò ancora molto da vivere e molto tempo per cambiare.
Chissà se c'è luce oltre queste palpebre chiuse. Chissà se mi ritroverò ancora qui, fra altri nove o dieci anni.
Chissà se fra nove o dieci anni mia madre sarà già morta da un po'.

Tutto quello che ho imparato dalla vita me lo ha insegnato la compagna del mio padrino pochi anni fa, prima di morire: [non sentirti mai in colpa perché] le cattive azioni te le fanno anche gli altri [senza che tu lo sappia].
Aveva ragione.

Sono talmente arrogante e sicura di me stessa che mi faccio paura.
Sono pericolosa.
Chiunque, nelle mie condizioni, [nelle condizioni che io stessa ho creato per via del fatto che sono scema e senza dubbio disturbata], si butterebbe di peso sul pavimento e non si smuoverebbe per i prossimi cinque anni.
Io, invece, con un'arroganza e uno sprezzo del comune senso del pudore davvero notevoli, vado avanti stoicamente.
Come un maledetto cyborg, guardo avanti con freddezza.
Sono sensibile, basta poco a farmi vacillare; ma basta anche meno per farmi rialzare la cresta.
Col tempo, forse per proteggermi, ho sviluppato un cinismo e un'insofferenza alle critiche che presumo portino la gente a supporre una mia non-umanità, un'assenza di sentimenti in questo mio muscolo cardiaco - non saprei definirlo cuore.

... di sentimenti non è che io, in effetti, ne abbia.

A me sono rimaste delle emozioni che slittano verso il basso o verso l'alto in base alla malattia o alle circostanze, estremamente volubili, ma sono incapace di provare amore, come pure odio.
Amore? Per me sei importante solo finché mi servi a qualcosa. Per il resto, per te non alzo un dito; per te non provo apprensione, interesse, premura, che sia disinteressata e non mossa dalla speranza di averne un tornaconto.

Sono meschina?
Lo sono; perché sono anche malata.

Oh Mamma, Mammina, quanto mi mancheranno le tue premure.
Quanto mi mancheranno i tuoi occhi stanchi, e il tuo modo di lamentarti sempre delle stesse cose ad alta voce, i dolori, e i clienti maleducati, e la stanchezza, e la sveglia che suona troppo presto la mattina, e tutte quelle volte che mi rinfacci i soldi che spendi per me.

Quanto mi mancherai tu, Mammina, quando a breve metterai anche l'altro piede nella fossa.

Ecco perché non posso proprio permettermi di provare affetto nei tuoi riguardi: ecco perché ogni giorno mi costringo ad allontanarmi da te sempre di più, snocciolando nel mio cervello marcio motivazioni su motivazioni per cui dovrei detestarti a morte; e tu, che continui a trovare scuse per attaccar briga, be', tu me le metti proprio su un piatto d'argento, non c'è che dire.



sabato 15 aprile 2017

Cretina.

A stare male perché ti fanno stare male.
A stare male perché forse non ti volevano fare stare male.
A stare male anche perché ti fanno stare bene.

A stare male perché non sto facendo abbastanza.
A stare male perché anche tu non stai facendo abbastanza.

A stare male perché è già mezzanotte e 40 di un nuovo giorno, sabato 15 aprile 2017, e non so più quanti anni siano passati e quanti ancora ne passeranno.

Cretina.

giovedì 13 aprile 2017

Please.

Ciao oscurità, mia vecchia amica. Sono qui per parlarti ancora; perché una visione sta arrivando dolcemente; ha lasciato in me i suoi semi mentre dormivo;  e la visione che è stata piantata nel mio cervello ancora persiste, nel suono del silenzio.

In sogni senza riposo io camminai da solo, in strade strette e acciottolate; nell'alone della luce dei lampioni sentii il mio colletto freddo e umido; quando i miei occhi furono colpiti dal flash di una luce al neon,  che attraversò la notte e intaccò il suono del silenzio.

E nella luce nuda io vidi diecimila persone, forse più.

Persone che parlavano senza dire nulla.
Persone che sentivano senza ascoltare.
Persone che scrivevano canzoni che le voci non avrebbero mai cantato insieme, e nessuno osava disturbare il suono del silenzio.

"Folli" io dissi, "voi non sapete che il silenzio cresce come un cancro",
"ascoltate le mie parole che io posso insegnarvi; prendete le mie braccia cosicché io possa raggiungervi".
Ma le mie parole cadevano come gocce di pioggia silenziose, e ne usciva l'eco dai pozzi del silenzio.

E la gente si inchinava e pregava al Dio neon che avevano creato.
E l'insegna proiettò il suo avvertimento, tra le parole che stava delineando. e l'insegna diceva: "le parole dei profeti sono scritte sui muri delle metropolitane, e negli androni dei palazzi. E diventarono sussurro nel suono del silenzio".

domenica 9 aprile 2017

Pensieri sui "due mondi".

La necessità di scrivere - ce n'è veramente necessità?

Più di una volta, guardando la gente camminare per strada, fuori dai finestrini dell'auto di mia madre - , non ho la patente, e quando devo proprio andare da qualche parte, come per N., mi faccio ancora portare in giro dalla Mamma [per via della mia abitudine a dare sempre spiegazioni anche quando non è necessario, spiego: ho il terrore della mia testa fra le nuvole; non ho fiducia nelle mie capacità di guida; ho subito un trauma l'ultima volta che ho guidato - che chiaramente ho intenzione di superare, perché la patente in futuro la vorrei, ma piano piano] -, dicevo, guardando la gente per strada mi sono chiesta: quante di queste persone tiene nota della sua vita? E quante, soprattutto, tiene addirittura un blog pubblico in rete?

Specialmente in quest'ultima accezione, scommetto ben poche. Eppure, ciò non toglie che tutte queste persone che mi passano sotto gli occhi, comunque, continuino a svolgere tranquillamente la loro vita. Escono di casa, lavorano, studiano, hanno - possibilmente - un/a fidanzato/a, o degli amici, occasioni per divertirsi, momenti di svago, dei pensieri, delle riflessioni, dei problemi, delle problematiche, degli hobby, delle passioni, degli interessi... si potrebbe andare avanti ancora per molto.
Ma non necessariamente sentono il bisogno di mettere tutto ciò per iscritto. E soprattutto, di metterlo pubblico in modo tale che chiunque possa leggerlo.

Quindi - con una giravolta - mi chiedo: è vanità la mia?

Non conduco una vita interessante. Figuriamoci. Ma al limite, si può by-passare. Non parlo molto di ciò che avviene nella mia vita, qui, almeno non sempre e non direttamente. Non sono uno spettacolo piacevole [magari rimango comunque una sorta di spettacolo], però, nemmeno io in quanto persona. Quello che penso. Quello che scrivo. Quello che provo.

Vivo in uno stato di degrado assoluto - assicuro che non sarebbe bello avermi accanto durante la giornata, o seguire il modo in cui la "svolgo". Vivo una vita patetica e povera. Dormendo quando mi pare, seguendo un'alimentazione sregolata - forse equilibrata solo, un po', per quando riguarda gli orari -, costantemente in vestaglia&pantofole, con le cuffiette alle orecchie un buon 80% del tempo di veglia, occupando le ore del giorno e della notte coi miei passatempi nei quali non ho né abbastanza talento, né abbastanza impegno, né abbastanza passione. Non leggo. Non studio. Non guardo film, né serie tv, né televisione. Mi interessa solo la musica. Non sempre musica d'elite. Molte volte, musica generalmente definita "scadente", commerciale, se volete, dai più schifiltosi, di merda. Genere pop-poprock.

E credo, a questo punto, di dover dare la priorità ad altre cose, nella mia vita, all'età di ventitrè anni.
Tipo sistemarmi, con una famiglia ed un lavoro.

A questo punto - bam! - logica conclusione per associazione per i cervelli senzienti: a come parla, se ne dovrebbe dedurre che si staccherà da questa realtà che l'ha resa praticamente un vegetale e si getterà fra le braccia dell'altra realtà. Magari tornando al peso di prima e facendosi una vita che sia degna di essere definita tale.

No.
Non è ancora il momento.
Credo di avere ancora bisogno del sostegno di questa realtà.

Ma una cosa è certa.
La musica è cambiata.

Ieri notte [mattina] ho fatto un sogno che sono riuscita grossomodo ad interpretare come il simbolismo assoluto del fatto che in me qualcosa si sta evolvendo. Il mondo virtuale e quello reale si stanno in un certo senso fondendo, e questo la mia psiche lo ha già percepito.
Poco a poco, la realtà "reale" deve sostituire quella virtuale.
Potrebbe essere un processo lungo e anche difficile, ma la mia volontà c'è.
E le capacità e il talento come terapeuta di N., pure.

Quindi, staremo a vedere.


giovedì 6 aprile 2017

Life's worth living for.

Visto che sono di nuovo nella mia fase canzoni poppettare-poco impegnative-leggere-eppure dalle quali, a tratti, puoi trarre una lezione importanti, cito Avril Lavigne che in Complicated [album Let go, all'epoca la Avril aveva un po' di personalità e rientrava comunque vagamente nei canoni del pop-rock - penso, per quel poco che me ne intendo -, lontana anni luce da aborti contemporanei come Hello kitty o Wish you were here (che non è la cover del celebre pezzo dei Pink Floyd) (grazie al cielo)]: cito da Complicated, dunque:
And life's like this you,
You fall and you crawl and you break
and you take what you get and you
turn it into honesty
Che tradotto sarebbe:
E senti, la vita è così,  
cadi, avanzi strisciando, ti fai a pezzi,
prendi quello che viene [come viene],
e lo trasformi in onestà.
Quel "prendi quello che viene" riassume tutto. Non è un atteggiamento "alla buona", semplicistico, alla "vivo alla giornata". E' il segreto per non farsi schiacciare dal peso dei troppi problemi, quelli di tutti i giorni, della vita quotidiana, e quelli, più duri, personali. Io parlo dei miei, parlo della paura che ho al pensiero di vedere N. e V. Parlo di quanto mi senta fragile fuori da questa casa.
Ma c'è la necessità di affrontare questa cosa.

Perché?
Ce lo dice Complicato.

Perché la vita è questa.

martedì 4 aprile 2017

Melancholy.

Cos'ho che non va?

Sono stata un'altra notte in bianco.
Con gli occhi sempre più chiusi, la testa sempre più pesante e le tempie stritolate dal fil di ferro.
In questo blog non parlo di apericene, uscite, divertimenti, uomini, incontri, passioni travolgenti.
Non lo faccio perché non voglio, non voglio perché non posso e non posso perché non ne ho la possibilità.
Tutto ciò di cui dispongo sono le emozioni. E delle emozioni, racconto. Lo faccio con filtri di colore diversi. Sembra un diverso racconto. E' solo un diverso montaggio.
Le parole. Le parole sono un suono alto che si alza al cielo e canta ci sono anch'io. Nel silenzio. Nel rumore.

Prendiamo quelle domeniche d'Aprile che contraddicendo tutti i pronostici positivi dei metereologi di tutto il mondo saranno sempre, e in ogni dove, nuvolose, prendiamo quelle domeniche fiacche, asettiche e malaticce, quelle in cui ti svegli la mattina alle nove e il tempo sembra fermo, e le ore fino a mezzogiorno sembrano scorrere come l'acqua attraverso il tessuto di una spugna per i piatti.
In quelle domeniche lì, nel Valentin-universo: ci si alza, si pantofola un po' per casa, ciao Mamma, caffè, musica, computer, cosa stai cucinando Mamma?, *pietanza x*. Mamma sembra stanca, e vecchia, e curva, sotto il peso dell'età, e della stanchezza, e della malattia, ma mentre chiacchiera al telefono, la sua voce è pimpante e giovane. Chissà perché.
Ospite, pranzo, computer - Mamma in sottofondo che guarda telenovelas spagnole di dubbio gusto -, guardicchiare un film, sveglia fino a tardi, dormire.

Rimpiangerò questo tempo così triste,
che in questo momento tanto mi sembra miserevole, mediocre e animale.
Rimpiangerò la luce soffusa della stanza in cui mi sveglio,
il calore del mio letto,
l'abbraccio di mia madre,
la televisione accesa,
il caffè del mattino,
i pranzi domenicali con quello zio scemo che piano piano sto perdonando.
Rimpiangerò anche N. e questo dolore che mi dà quando a discapito di ciò che dice mi fa capire che lo rimpiangerò sul serio.

ma io?
io gliela farò vedere.
a tutti.quanti.loro.


Potrebbe solo essere l'ennesima infatuazione.

... Comunque non mi va di litigare.
Comunque non mi va di provocare.
Comunque, io voglio la mia libertà.

Viaggerei oltre la Manica per vedere tutti i giorni i suoi occhi azzurri.
Oggi li ho osservati bene.
Vorrei essere in grado di fotografarli con la memoria, e poi tanto brava con la matita da disegnarli.
Ho notato che ha l'iride molto sottile. Ha molto nero negli occhi. Il colore è molto leggero.
Sull'acquamarina...