mercoledì 31 maggio 2017

This must be the place.


Sogno una vita senza rimorsi. Senza tutto il pateticume e il vittimismo che colgo nei miei post dopo che, a distanza di tempo, li rileggo. Si dice che abbiamo una visione più chiara delle cose quando le guardiamo da lontano. Io guardo nel tempo questa grassona vittimista e complessata e desidero che dal nulla che alberga nel suo cervello si evolva qualcosa. Uscire dal guscio e diventare farfalla.
E improvvisamente, sono grata alla gente che mi ha sbattuto in faccia il suo disprezzo, perché io, che mi guardo da lontano, vedo quanta giustizia ci sia in tanto odio. Vedo la legittimità nella brutalità. Vedo quanto a lungo io abbia desiderato, fino alla disperazione, un contatto umano, quello che cerco in questa scatola che si espande al mondo esterno. L'unico contatto.
Domani sarò a Milano, domani mi immergerò nel caotico fluire di questo fiume di gente perfetta che per me altro non può provare che pena. Domani mi scontrerò con il caotico dell'umana specie che si agghinda con abiti all'ultima moda, abiti all'ultima moda per gente che bada a sé stessa e produttivamente agisce per il proprio benessere.
Domani mi sentirò rifiutata e giudicata per la mia pigrizia, la mia bruttezza, la mia debolezza.
Sento rodermi dentro il bisogno di un'amicizia, un amore, un futuro nel mondo reale. Sta andando tutto in pezzi. Meticolosamente seziono come un chirurgo me stessa, e prego affinché da questo involucro stupido di vittimismo che sono io possa uscirne una persona umana, motivata dalla bellezza di quella vita che, a dispetto di tutto ciò che ho sempre detto, io detesto. Avere un amico. Un futuro in questo mondo. Staccarmi da questa realtà brutta e venire accolta a braccia aperte da una realtà vera e piena di amore. Sogno di avere la chiave di accesso per quel mondo intelligente e produttivo, così diverso da me. Io non sono sola. Io posso contare sulle persone e sul loro potenziale positivo di bontà. Io posso cambiare la mia vita semplicemente non diffidando degli altri come ho sempre fatto. Io posso amare questa vita dalla quale non ho mai avuto niente. Basta un volto amico. Basta una parola gentile. Basta un accenno di fiducia. Basta un po' di affetto. E io lo cerco, spasmodicamente lo cerco. Il senso della vita. Che non può essere quantificato nelle cifre. Nelle calorie che inghiotto.
Sono queste le parole che scrivevo il primo febbraio 2017.
Da allora niente è cambiato. Risulto quanto mai attuale e aderente alla situazione odierna. L'unica differenza è che sono aumentata di peso - circa 5 kg.
Da un paio di giorni sto seguendo una dieta.
Ho perso un kg e mezzo - sì, so che sono solo liquidi. E mancano 42 kg al traguardo. Presumibilmente mi ritroverò flaccida - vista quanta ciccia in eccesso ho. Risolverò eliminando completamente ogni accenno di ciccia. 
... fra tre settimane dovrebbero chiamarmi da Torino. Niente di ordinario: sempre roba straordinaria. In questo caso si chiama associazione onlus per la cura delle dipendenze e dei disturbi del comportamento alimentare. Vedi anche: alcolismo. Vedi anche: anoressia-bulimia. Vedi anche: binge.
Se potessi, mi farei di droghe più pesanti (altro che alcol o marijuana), ben lungi dal voler guarire dai miei malanni, ma determinata a mantenerli nascosti. Avevo intenzione di entrare nel deep-web, visto che qua per procurarmene non so cosa fare, ma ne ho troppa paura, e poi chissà che non mi tirino dei pacchi clamorosi.
Se potessi, resterei a casa, chiusa a palla nel mio mondo fatto di calorie, verdure e acqua, e etti in meno e maledetti etti in più. Perché andando lì mi sottoporranno a un regime alimentare normale, e io questo non lo voglio, perché del cibo ho paura. E' strano: non è che io sia anoressica, figuriamoci. E' che un minuto prima mangio e bevo alcolici e sembra che non riesca a fermarmi. Le calorie non le controllo perché ho il terrore di leggere un '3000' o un '4000'. Un momento dopo, riprendo il controllo. Dal momento in cui lo faccio, il cibo diventa la mia paura più grande. Oggi mi sono ingozzata di verdure (poco più di 500 g di spinaci) a pranzo, con un cucchiaino di olio e basta, e sto lottando contro la fame cercando di distrarmi in qualunque modo.
Sono quattro - quasi cinque anni che ho a che fare con i dca.
Perché non mi sono mai ripresa? Perché non ho mai toccato il fondo.

Che me ne frega di andare a Torino.
Che me ne frega di ritrovarmi in una specie di contenitore per deficienti dove devi seguire attività cretine al massimo, perché si suppone che siano ricreative e riabilitative. Cose come dipingere, fare giardinaggio, lavorare con l'argilla. Ficcatevi il pennello nell'orfizio anale, coi fiori e l'argilla compresa. Io ho bisogno di vivere fuori.
E adesso comprendo pienamente il dolore di L,, che scappava di casa il giorno della Liberazione per andare a divertirsi nelle discoteche fino a notte fonda. La vita è una. E noi non la stiamo vivendo per come dovremmo viverla, quindi non è sufficiente. Cosa possiamo fare? Sembra che ci abbiano incastrate in una trappola, in un'etichetta, dalla quale non possiamo evadere né liberarci. Saremo "le malate" a vita, non importa quanto rispettabile riusciamo a rendere la nostra vita.
E da parte nostra, non sarà tollerata alcuna negligenza. Alcuna anomalia. Ogni anomalia mette gli altri in allarme. Ogni anomalia conferma quanto già stabilito - che noi siamo pazze, come ha deciso la mentalità bigotta comune, e lo saremo in eterno, qualunque cosa possa avvenire.
Io volevo studiare. Volevo andare a Palermo, iscrivermi all'Università, imparare almeno quattro lingue, trasferirmi in un altro Paese. Volevo avere un'amica con cui dividere il tempo - qualcuno con cui parlare e confidarmi, delle nottate fuori a ballare non me ne frega niente.
Invece soffro di una malattia che si chiama morte. 
Io non sono pazza. Sono ciclotimica, è vero, mi hanno diagnosticato questo disturbo. Ma non c'è nessuno al giorno d'oggi che non abbia disturbi della personalità. Non mi sento meno equilibrata della media delle persone del pianeta.


Baudelaire.


O madre dei ricordi, amante delle amanti, o tu che assommi tutti i miei piaceri, tutti i miei doveri. 
Ricorderai la bellezza delle carezze, la dolcezza del focolare, l'incanto delle sere, madre dei ricordi, amante delle amanti?
Le sere illuminate dall'ardore dei tizzoni e le sere al balcone, velate da vapori rosa.
Come il tuo seno m'era dolce il tuo cuore fraterno!
Noi abbiamo pronunciato spesso imperiture parole, le sere illuminate dall'ardore dei tizzoni.
Come sono belli i soli nelle calde sere, come lo spazio è profondo, il cuore possente!
Curvandomi su di te, regina fra tutte le adorate, credevo respirare il profumo del tuo sangue.
Come sono belli i soli nelle calde sere! 
La notte s'ispessiva come un muro, i miei occhi indovinavano al buio le tue pupille e io bevevo il tuo respiro, o dolcezza mia, mio veleno, mentre i tuoi piedi s'addormentavano nelle mie mani fraterne. La notte s'ispessiva come un muro.
Conosco l'arte di evocare gli istanti felici: così rividi il mio passato, accucciato fra i tuoi ginocchi.
Perché cercare la tua languida bellezza fuori del tuo caro corpo e del tuo cuore così dolce?
Conosco l'arte di evocare gli istanti felici. 
Giuramenti, profumi, baci senza fine rinasceranno da un abisso interdetto alle nostre sonde così come risalgono al cielo i soli, rinvigoriti, dopo essersi lavati nel profondo dei mari.
O giuramenti, profumi, baci senza fine!

- Charles Baudelaire, Le balcon (Les fleurs du mal)

domenica 28 maggio 2017

Quanto mi sento sola, e quante cose vorrei.

Vorrei un lavoro. Vorrei una casa in cui abitare da sola. Vorrei una patente per allontanarmi da questa casa e vedere il mare. Vorrei avere un'amica o un amico (vorrei così tanto avere un amico), vorrei un impegno di vita. Vorrei l'autonomia. Vorrei una vita normale. Non necessariamente arricchita da una vita sociale granché esaltante. Mi sento così sola. Mi manca così tanto la libertà. Presto passerò da questa gabbia a un'altra gabbia - più grande. Sarà difficile. E io? Io, ho paura.

Io, Bob Marley, te e quello che non c'è mai stato fra noi.



"Perché mi ricordo quando ci sedevamo
Nel cortile del ministero a Trenchtown
Osservando gli ipocriti
Mescolarsi alle brave persone che incontravamo
Buoni amici abbiamo avuto
Oh, buoni amici abbiamo perso lungo la strada
In questo grandioso futuro, non puoi dimenticare il tuo passato
Quindi asciugati le lacrime, dico"

Il cortile della vecchia scuola della Piccola Imbecille, con l'asfalto cotto dal sole e i suoi muri dall'intonaco giallo, scorticati dal tempo. Alcuni fiorellini - margheritine bianche e colorate - si affacciavano all'aria di fuori intrufolandosi dalle crepe degli zoccoli, all'angolo. Quelle margherite sopportavano anni e anni di sole e vento, testimoni del passaggio di migliaia di ragazzi.
Qualche volta la Piccola Imbecille vede quel muricciolo su cui si sedeva, accanto alla porta-finestra che dava sul corridoio interno, e versava le sue lacrime deboli e stupide da teenager tormentata, per un amore non corrisposto, per le batoste di una vita che la sottoponeva a prove che non sapeva sostenere perché gli anni di solitudine la avevano resa debole e gli psicofarmaci di cui si ingozzava stanca e confusa... è diventata un'inetta.
E la Piccola Imbecille vede ancora la sagoma confusa di C. accanto a lei, ma crede sia solo l'ologramma di un desiderio che non si è mai realizzato. Qualcosa che la realtà è arrivata - porca miseria! - a sfiorare in una sola occasione. E non è il caso di parlarne, perché è stata una sola, e C. ha avuto modo di pentirsene e di cercare di rimpiazzarla con altre quarantamila azioni negative. Come se un sentimento tanto forte da essere scoppiato da un gesto, da un solo gesto, possa essere fermato o dirottato dall'indifferenza o dall'odio. Solo il tempo può sgretolarlo fino a ridurlo in polvere...
Ed è proprio quello che sta succedendo.
A distanza di quattro anni tondi tondi, la Piccola Imbecille vorrebbe tornare con C. nel piccolo cortile con l'asfalto cotto dal sole e dai muri scrostati dal tempo e questa volta parlare davvero. Perché di tutte le conversazioni che in quel tempo hanno avuto lì non ce n'è stata una in cui lei non abbia pianto o lui non abbia assunto toni di sufficienza. Non ce n'è stata una in cui si abbia riso o sorriso. Una in cui ci si fosse detti qual era il proprio colore preferito o cazzate di questo genere.
La Piccola Imbecille ha paura a lasciare andare C., e d'altronde, il tempo porta via ogni cosa. Soffia, soffia, sgretola e consuma, logora lentamente. La Piccola Imbecille farà meglio ad accettare che presto non esisterà più nemmeno nei pensieri - già quasi non esiste più nei ricordi.
Pensa a C. con paura, ma che dico paura, terrore allo stato puro. Quel terrore la porta a desiderarlo ancor di più, ad essere cosciente dell'inarrivabilità del suo oggetto d'amore, dunque a soffrire.
Per la Piccola Imbecille, "C." è "Dio".
La sua vita è cominciata a Settembre 2012 e si è fermata a Luglio 2013. Il resto è tutto un contorno insignificante, un avanzo senza importanza, chi se ne frega.

Non credo sia debolezza, la mia. Amare profondamente non è mai debolezza. Soprattutto quando lo fai con trentasei pistole puntate al cuore.

sabato 27 maggio 2017

Siediti sulla sponda del fiume e attendi il cadavere del tuo nemico.

La vita di una perennemente dormiente è una morte senza tempo. Gli anni passano, l'uno dopo l'altro, senza che tu nemmeno te ne accorga. Il concetto di morte nemmeno ti sfiora. 
Un giorno ti ritrovi con dieci anni sulla schiena: sei diventata vecchia e la morte è una fastidiosa mosca che di punto in bianco ti trovi a dover scacciare dalla punta del tuo naso.
Ieri sera mi sono trovata addosso quei dieci anni - quasi undici - di blocco. Il corso si è fermato da qualche parte. Mia madre non ci sarà per sempre, per tappare i miei buchi, per salvarmi dalle malattie che mi procuro per attirare l'attenzione di un mondo dal quale non sono amata. Non so cosa voglia dire curarsi da soli, o prevenire i malori perché bisogna arrangiarsi, ma è qualcosa a cui già da ieri ho deciso di abituarmi.
Se dalla sofferenza non hai imparato a essere più gentile, dalla sofferenza non hai imparato proprio un cazzo, e sei ancora un bambino immaturo. Sto ancora combattendo contro la mia impulsività - data dalla mia repulsione per le regole e per l'autorità - e per il mio vezzo a lasciarmi dominare dall'emotività. Ho imparato a camuffare il risentimento con un tono pacato, ma non sono assertiva. E l'assertività è il mio obbiettivo, l'assenza di emozioni manifeste è il mio obbiettivo; le emozioni ti rendono nudo, vulnerabile agli attacchi.
Senza contare che tradiscono la tua insicurezza.
La violenza, comunque sia mossa, se sotto forma di insulto pieno di rancore o di provocazione piena di disprezzo, è sintomo dell'essere insicuri di sé, dell'aver paura. Il bullismo è essere falliti. Il bullismo è essere deboli e impauriti. Questo, quando avevo diciassette anni, non lo sapevo. Soffrivo e basta.


***


Il caso Insinna mi ha riempito di stupore. Qualcosa mi ha detto che forse, qualche volta, a questo mondo c'è giustizia. Forse, a questo mondo, davvero qualche volta devi stare attento a fare troppo lo stronzo, perché chissà che in un futuro non ti ritrovi nella medesima situazione della tua vittima anche tu.
Chiaramente il privato e il pubblico devono rimanere separati. In privato, tutti devono sentirsi liberi di essere quello che sono senza essere trasformati in mostri e demonizzati per questo. Chiaramente, non credo che se filmassimo di nascosto per 24 ore tutti quelli che hanno insultato Insinna su Facebook ne ricaveremmo materiale di bella visione. Si fa presto a puntare il dito contro, come se fossimo tutti santi appesi al muro.
... Ma del resto, qua non si tratta di una persona che subisce cyberstalking o la cui privacy, all'interno del proprio appartamento, viene violata. Qua si parla di un conduttore tv che se la prende con una povera concorrente rea solo di essere bassina e timida apostrofandola come stronza e come nana di merda. Si parla di un essere veramente disgustoso che pubblica libri nei quali immagina di pestare a sangue donne colpevoli di essere "basse, con gli occhiali e bruttine", secondo lui acide in quanto basse, con gli occhiali e bruttine.
Il suo non è il classico sfogo alla porcodio. Se io sentissi una qualunque persona esprimersi in questi termini nei riguardi di qualcun altro, questa "persona" mi farebbe schifo.
Il suo comportamento, come conduttore, come uomo di spettacolo, come uomo e basta, è inaccettabile. E sono lieta che la Rai lo voglia fuori, che la Codacons voglia denunciarlo e la signora valdostana pure, che la sua reputazione sia rovinata e la sua carriera irrimediabilmente compromessa.
E' quel che si merita.

lunedì 22 maggio 2017

Weltschmerz

Sto camminando lungo il selciato tracciato da me stessa, tanto per cambiare, perché sono qui per confermare che niente cambierà più, e non importa quanto tempo passi, e quella che un tempo era la lamentela di una bambina che cercava attenzione assume i colori smorti della realtà. Guardo questo muro immerso nella nebbia nella quale mi sono trincerata. Sento già il sapore della morte sulla lingua - ed ha il sapore acido dell'alcol che brucia la gola facendo a pugni con gli psicofarmaci. Sento già il mio corpo duro come il marmo ascoltare i suoni ovattati delle voci dei miei "cari" - io non ho cari -, che parlano di me e di tutt'altre cose. La verità è che nessuno piangerà quando me ne andrò, ma di questo me ne frega relativamente poco.
Mi ritrovo spesso a guardare giù da un piano alto le scalinate che come i petali di una rosa circondano ogni pianerottolo scendere a spirale fino al piano terra, o l'asfalto dalla ringhiera di un balcone, o il pavimento dal mio terrazzo. La forza per darsi una spinta. Forse non voglio davvero morire - ma condannarsi ad andare avanti in questa vita è molto peggio. Mi ritrovo a fare la corte alla morte bloccata in vita dalla paura. Tutto quello che posso sperare è che un giorno, come un caso, un proiettile mi colpisca, o una macchina mi investa, o qualcosa di simile accada. La vita è uno spreco per una come me, quindi Dio dovrebbe riprendersela.
Non ho la forza per tirarmi su da sola - ho bisogno che qualcuno mi salvi. Scrivo queste parole andando contro tutti gli avvertimenti, quelli che lampeggiano pericolo in ogni dove. Non importa, io non sono materia plasmabile, non può più succedermi niente di brutto. Devo fare qualcosa per smettere di pensarci, perché questa sofferenza non sono in grado di esprimerla a parole, e la rabbia e l'odio che provo e il dolore dell'ingiustizia e della solitudine sono dei mostri troppo grossi contro i quali non so come combattere.
Vorrei solo essere lasciata in pace, lasciata sola. 
Io non voglio essere felice.

Stati d'animo e aggiornamenti.

Sto cercando di forzarmi a non mangiare più dello stretto necessario. Sono finiti, però, i tempi del sacrificio. Ho un fascicolo a dirmi cosa devo mangiare e in che quantità. Reggendo il contraccolpo dell'abbuffata bulimica-alcolica di ieri [ingozzamenti compresi di vomito autoindotto] oggi sto incontrando qualche difficoltà, ma tutto sommato sto andando bene. Ho dentro: una tazza di latte - una banana - una mela - un piatto di seppia - una ciotolina di verdure lesse. La bilancia segna un peso improponibile, ma non mi sorprendo più di niente. A breve qualcosa dovrebbe cambiare - fra quella patente che non ho più paura a prendere, l'università, la partenza per una zona del nord.
Sembra che io proprio non mi accorga di quanto sia fuori tempo. Ma le persone attorno a me lo fanno. E tutti mi guardano con gli occhi di chi guarda un caso perso, e mi chiedono: che vogliamo fare? Non ho bisogno che queste persone mi dicano di reagire, perché reagire non è la soluzione. Senza contare il fatto che non credo che sia meno semplice blaterare e inveire verso chi non ce la fa, piuttosto che, per quello che non ce la fa, reagire. Un luminare nel campo della psichiatria internazionale ha ridimensionato il problema. Dicendomi che non ho problemi di malattie al cervello. Seriously? Ho sentito una ventata di pace investirmi - e ho realizzato di non conoscere pace. Prima d'ora, mi sono sempre chiesta se il mio fosse un problema di stupidità o di malattia. O stupida o pazza. In ogni caso, avevo la sensazione di essere inadeguata. Sbagliata. In errore perenne. Non ho problemi in nessuno dei due campi. Semplicemente ho vissuto una gran quantità di traumi profondi che hanno destrutturato la mia psiche. Si sta bene pensando di essere a posto. Quantomeno "nella media". Visto che il mio è solo un problema relazionale, posso pensare che ci sia un'uscita. Ma è qui che viene la parte più dura, perché se non c'è un problema a livello di salute mentale, c'è comunque un problema a livello di volontà. La mia volontà è orientata al mantenere il degrado.
O mi butto dalla finestra e pongo fine a questo destino, o mi rimbocco le maniche e mi metto in gioco. Penso a quelle persone interrotte che si sono bloccate a un certo punto della loro vita e non sono andate più avanti. Guardo davanti a me questa gente e mi dico che non sarò mai parte di loro, non perché so che mi salverò ma perché so che loro avranno sempre la scusa di essere umani, cosa che io non mi sento di essere.
Però ho una rinnovata serenità in me - che non sa di pace ma più propriamente di morte. Guardo le cose da lontano. Mi sento immune dalla sofferenza. Se riuscissi a rivalutare me stessa e gli altri, smetterei di soffrire di tutto punto. So bene che tutto ha una motivazione e una conseguenza. Quella conseguenza avversa non mi pesa più. Non miglioro e non peggioro, ho ancora il malessere che mi punzecchia in sottofondo come una febbricola perenne. Cerco di evadere dalla monotonia inventandomi una realtà parallela in cui le cose vanno bene - in cui non potrebbero andare meglio di così. Mi guardo bene dal guardare la verità in faccia, per non impazzire completamente. In fondo, mi rendo conto di essere rovinata e rovina io stessa della mia vita. Seppellisco la depressione con una battuta. Cerco di creare un clima di ilarità attorno a me per dimenticare la merda che mi intasa la vita. E' davvero così inconcepibile, per un essere umano?
La gente sembra abituata a un lusso che io non posso concedermi. Il lusso di essere trattata con rispetto - che si esprime nel semplice non essere attaccati da tutti i lati, presi per il culo sfacciatamente, ridicolizzati ad ogni mossa, costantemente umiliati e trattati come una carta straccia. Il lusso di sentirsi amati, o stimati, o apprezzati. Il lusso di ricevere un complimento. Il lusso di sentire gentilezza nel prossimo. Il lusso di non sentirsi doverosi di provare vergogna cocente solo per il fatto che si esiste. Il lusso di non doversi nascondere. Il lusso che si chiama "diritto umano", qualcosa a cui non mi hanno mai abituata e che continuerò a sognarmi, qui. C'è la necessità che io capisca che sono nata in condizioni sfortunate, e va bene che io sia piena di rabbia per questa ingiustizia, ma arrabbiandomi in questo modo implosivo non muoverò un passo. C'è la necessità che io capisca che la vita richiede da parte mia sforzi superiori a quelli richiesti alla media degli individui, perché mi tocca fare tutto da capo, lottare per ottenere qualcosa che la maggior parte delle persone hanno sin dal principio, gratuitamente. Ma la cosa non mi spaventa.
Vorrei solo trovare la forza per separarmi dall'alcol. Invece, quando sono sobria il pensiero va sempre lì. Anche adesso.

domenica 14 maggio 2017

I won't go.

Cosa posso mangiare oggi per ingrassare? Fuori da questa porta-finestra, il sole si è mosso in alto lentamente minuto dopo minuto, e il cielo ha preso le sfumature di milioni di colori. Tutto ciò che io ho visto questo sabato è uno schermo luminoso, una finestra su un mondo elettronico dove le facce e le espressioni e le voci sono semplici caratteri alfabetici, in una stanza con le persiane chiuse, illuminata artificialmente dalla luce bianca di una lampadina a basso consumo. E' comodo, ma consuma il cervello e disidrata il cuore. Arrivi a fine giornata che hai il corpo completamente rilassato e la mente a pezzi. I piccoli bambini hanno lo stesso entusiasmo dei miei quindici anni al pensiero di barattare la vita reale con quella virtuale, dove tutto è più facile e sembra anche più vero. Scappate, bambini. Non c'è niente di buono per voi, qui. Salvatevi voi che potete.



giovedì 11 maggio 2017

Scuse su scuse.



Sono riuscita a mettere questa stupida casacca di seta e quei jeans troppo larghi e sono uscita fuori, dove c'era ossigeno. N. mi ha accompagnato in un triste viaggio in macchina verso una destinazione di dovere - io continuavo a sentirmi chiusa nel mio involucro di ciccia, seduta su quel sedile, estraniata da quello che mi circondava. Se ci penso, ho ancora il biancore del cielo agli occhi e il caldo dello scirocco che sbatteva contro di me dal finestrino aperto, le piccole gocce di pioggia che bagnavano il parabrezza. "E' sempre la stessa storia, come in un circolo senza fine, di cose che ho già visto, di esperienze che ho già vissuto", gli ho detto. "Sono stanca". Mi ha chiesto se avessi deciso. Non lo so, è che vorrei, vorrei davvero metterci un punto, solo che non ci riesco. Il destino si oppone, le ho provate tutte-tutte quelle che potevo provare, dal detersivo per pavimenti all'overdose di farmaci e superalcolici. Non funziona, semplicemente non funziona. E io resto. E il mondo va avanti. E passano gli anni e io divento vecchia. Quando mi scatto delle foto le guardo a lungo perché voglio vedere in faccia questa stronza e ricordarmi che è lei che si è rovinata la vita da sola. Le lacrime bagnano i jeans, cadono a goccioloni, e io glielo dico, che è la cosa migliore che mi sia capitata negli ultimi dieci anni. Ripete la domanda: "voglio sapere se hai deciso". Non dovrei vedere più uno psichiatra, è così umiliante. Quelle medicine che prendo per nutrire il mio cervello, prima nemmeno ci pensavo, adesso le vedo come una stampella di legno per una gamba mozza. Perché devo dipendere dai farmaci? Sono malata? Ho qualcosa che non va? Mi manca qualcosa - non so. Ogni giorno. Sminuzzare. Mettere in bocca. Deglutire. "Faremo grandi cose io e te". Oh, no. No. Io non ho le forze nemmeno per pensarci su. Affacciata alla finestra della sala d'attesa del suo studio, le luci della città immersa nel silenzio dell'estate che si avvicina, gli ultimi cinguettii degli uccelli, le colline, gli alti palazzi, il rosso del cielo, la vita è perfetta, la vita va bene, sono io che non vado bene alla vita. Mi ritiro in un angolo e gemo, mi lamento, piagnucolo e mi dispero, perché ho fallito, e mi lascio a peso morto e chi vuole mi prenderà per le braccia e chi non vuole mi passerà sopra e mi schiaccerà.

Put me down, put me down, I'd rather die, put me down.

Lo sai, lo sai che tu sei il mio piccolo, insignificante, miracolo giornaliero. Ma ho il cuore di marmo e non passa più dolore, ma nemmeno amore. Non passa niente, non passano sentimenti, né quelli cattivi né quelli buoni. Niente più può farmi del male - ma neanche niente più può farmi del bene. Io non sono più un essere umano, perché non è proprio degli esseri umani provare sentimenti, avere odio, avere amore, io non sento niente, niente, niente, non sento vergogna, non sento umiliazione, non sento amore e non sento rancore. Guardo con gli occhi cavi il mare grigio e la sabbia spazzata dal vento caldo. Trenta chili fa eri bellissima. Sai, volevo pormi come obbiettivo quello di diventare bella. Adesso mi rendo conto di quanto la mia testa sia persa fra le nuvole. Mi piego all'altezza dello stomaco e mi attorciglio nella morsa di una morte prematura. Lasciatemi qui.


sabato 6 maggio 2017

Bosco

I miei sogni più belli sono quelli in cui la realtà assume le forme di un improbabile futuro in cui c'è amore. Non senza un tocco di rivincita, qualche volta. Senza desiderio di umiliare o ferire. Semplicemente per dire a chi ha sorriso dei miei pianti che alla fine ce l'ho fatta anch'io. Come tanti altri prima di me.

giovedì 4 maggio 2017

Crucify your mind




Il tuo silenzio non ti proteggerà (più).

Le mie tenere labbra che si schiudono per pronunciare dolci e affabili parole potrebbero essere ingannevoli.
Potrei dare l'impressione di organizzare la mia vita intorno al lanciare l'esca, catturare la vittima, e poi consumarla pezzo a pezzo. Magari è così.
La pazzia non è quella cosa affascinante che credono alcuni sprovveduti. La pazzia vuol dire sofferenza, solitudine, rabbia, crisi, rimorso.

E' successo tre volte nella mia vita, con tre uomini diversi. Tutte esperienze altamente traumatiche, che viste da lontano mi fanno sembrare una puttana. O con problemi di controllo della rabbia, acido nelle vene e cattiveria inaudita, oppure scemotta e dimessa, tremante e spaventata pure dalla sua stessa ombra.

La mia vita sentimentale è una sottile linea che va di punto in punto.

Se ci penso, avrei avuto molte altre occasioni per conoscere l'amore serenamente, se solo non mi fossi tirata indietro quando ero ragazzina. Adesso non mi sentirei così triste, e vergognosa, e umiliata, e non desidererei stare da sola per tutta la vita, non avere più niente a che fare con tutto questo.

L'ultimo a cui penso è anche l'unico con cui dovrei aver avuto una relazione, D.
Per il quale non provo più nemmeno affetto amicale.
Per ora gli gira che devo andare a vivere un anno a Roma con lui. E la Mamma. Che mi detesta, ma questo è un altro discorso, chiaramente.
"Per come la vedo io, N. non ti può aiutare". Lui, invece, sì.
Il tempo di prendere il treno, arrivo là, due giorni e mi rispedisce in Sicilia perché si è stancato.

L'impressione che ho avuto è che D. sia infelice e che sia spaventato all'idea che io possa in futuro diventare felice. Che lo lasci indietro.
Così, cerca di trattenermi nella sua stessa miseria.
Ma sono troppo disinteressata per lasciarglielo fare.
Così leggo i suoi messaggi e non rispondo.
Leggo i suoi "ci tengo alla tua felicità" e trattengo una risata, perché ho capito perfettamente come stanno le cose nella sua testa confusa.

Non è colpa di D.; lui non ha il senso della realtà. Non è lucido.
E prendersela con una persona che non è lucida solo perché non ha una visione lucida della realtà equivale a prendersela con un bambino perché non sa camminare in un paio di scarpe taglia 42.
E' da gente squallida, meschina, cattiva e stupida.

Quindi, faccio finta di niente.
E aspetto che comprenda da solo.

P.S. Nuovo proposito: non voglio più neanche sentire l'odore dell'alcol, nemmeno sotto forma di birra analcolica (0,2% vol.).

lunedì 1 maggio 2017

Buried in my shit.

Ho bisogno di un assoluto silenzio - silenzio anche dalle distrazioni della scrittura - per rendermi conto di quanto tempo sta passando segnandomi nel corpo e nella mente, senza che la situazione migliori, ma - anzi - vedendola peggiorare, e peggiorare, giorno dopo giorno.

Ho bisogno di un silenzio tombale e di un buio mortale per rendermi conto di quanto nero si sia sedimentato negli anni per via della mia indolenza e della mia codardia.

Ancora, prendo in mano quel cellulare. Ancora, le orribili canzoni alle orecchie. Ancora, miliardi di universi alternativi psichedelici e schizofrenici mi esplodono davanti agli occhi, mi turbinano nel cervello. Potrei, in fin dei conti, aprire quel portatile e dimenticare. Potrei prendere quella bottiglia e tracannarla fino a sentirmi così miseramente, e pateticamente, felice, senza pensieri. Ma non lo faccio. Non perché devo farmi del male - non per gli abusi sessuali, non perché mi giudico peggio di un'assassina, come se la mia vita fosse un delitto già dal primo momento che ho cominciato a respirare - ma perché devo guardare dritto nell'occhio di questo baratro di miseria.

Non dovrebbero più esserci né musica, né distrazioni, né quelle effimere, insignificanti, stupide, inutili, puerili, illusorie pseudo-gioie [palliativi] che mi sono concessa fino ad adesso, nella mia vita.
Nella mia vita ci dovrei essere solo io a tu per tu con la catasta di merda che ho alimentato da sola in ventitré anni di vita.

Ma tornerò a giocare. Lontano da questa realtà così dura da accettare.
Almeno finché non se ne andranno tutti.
Almeno finché non sentirò quella gelida solitudine occasionale come una costante di vita e aprirò gli occhi.

Ho mangiato come un maiale. Ho guardato le ragazzine camminare per le strade con i loro abitini minuscoli all'ultima moda da una finestra grande quanto un paio di occhi. Pavoneggiare la loro bellezza.
Quante calorie avrà uno yogurt alla fragola 0% di tutto? Sarà decisamente il caso di iscriversi al forum Myproana.net per chiedere se gli spaghetti che ho vomitato dopo l'abbuffata di oggi pomeriggio li abbia effettivamente vomitati tutti, dato che sono arrivata a rigurgitare - alla fine - pezzi di fragole del fine-pranzo? Chissà se quando vomiti nello stomaco si mischia tutto a casaccio - e dunque è impossibile venire a capo di un certo ordine - oppure bene o male puoi intuire qualcosa in merito a quanto hai eliminato tramite quello che ti cade dalle labbra. 

Tutto questo di certo non perché credo che al mondo la cosa più importante che ci sia sia essere e mantenersi per tutta la vita magrissimi, come le modelle mezze nude sulle copertine patinate dei rotocalco.
Ma perché credo che, finché si mantiene in me un equilibrio fra ciò che introduco e ciò che rigurgito fuori, ogni condizione possa essere tollerabile.

Persino il fatto che sto morendo - o che sono già morta.