venerdì 30 giugno 2017

Labirinto di morte.

Appoggiandomi alle pareti di quel labirinto nel quale mi sono intrappolata da sola, credevo di riuscire a trovare la strada che mi portasse fuori, dove c'era luce, aria e ossigeno, semplicemente facendo leva sul mio egoismo.
Una mezza-donna, un mostro abominevole, e allo stesso tempo l'essere più felice del mondo. Con i gingilli di cui si riempie la testa, il tempo, la vita: con i contorni di cui si ingozza inducendosi all'illusione di consumare un pasto completo.

Incapace di trovare un equilibrio, incapace di essere sincera con me stessa, barcollo da un'abbuffata a un digiuno, in tutti i sensi; digiuno di lacrime, di emozioni, di sentimenti, per poi ingozzarmi di odio, di rabbia, di dolore, di desiderio, quantunque io continui a non avere un sogno - un essere tanto mediocre non può detenere un sogno.
La furia distruttrice di cui sono capace manda a fuoco il mio corpo e sarei capace di farti a pezzi se mi compatissi per essere fallita; sarei capace di farti del male.

Si chiama 'genetica', cara: da un maiale non può nascere un cigno.

La meschinità del mio essere salta fuori nei momenti più inaspettati; somiglio a quel padre che odio e che ripudio e che mi ha sempre ripudiata, somiglio a lui sia di volto che di carattere, sono la sua fotocopia al femminile, me lo hanno sempre detto tutti, quantunque la cosa non piaccia né a me né a lui; e da lui ho preso il cuore nero.

Come il fiume torna alla sorgente, il frutto del male torna all'albero che gli ha dato la vita.
E, per quanto mi ripeta come un mantra di essere una persona preziosamente buona e piena di cuore, la mia natura malvagia è palese; e un giorno verrà fuori, è solo questione di tempo.

mercoledì 28 giugno 2017

Sull'amore.

C'è stato un tempo, relativamente lontano, in cui l'amore mi scotennava il cuore fino a ridurre ai minimi termini ogni altro aspetto della mia vita.
Sembrava che non ci fosse spazio per altro, nella mia esistenza.
Ho poi attraversato un passaggio desertico, un paio d'anni di pura solitudine, nei quali mi sono disinteressata completamente a tale sentimento, non amando e non essendo amata da nessuno, e non sentendone la mancanza.
Sto leggendo un libro (La morte della bellezza di Giuseppe Patroni Griffi, un autore napoletano), una storia d'amore. Avrò letto una settantina di pagine - dunque sono solo all'inizio - ma mi sta prendendo perché la storia è scritta con una proprietà di linguaggio e un'eleganza sublimi e soprattutto non sembra essere sdolcinata e melensa. Le solitudini dei personaggi sono tratteggiate con grande verosimiglianza, tanto che provo invidia per la loro fortuna.
Dunque serpeggia nuovamente in me un desiderio tanto utopico che nemmeno mi azzardo a formularlo.
E per rafforzare l'ipotesi della sua irrealizzabilità, mi metto davanti un barattolino di Nutella e ne consumo 130 grammi a cucchiaiate, vedendo quel sogno sbiadirsi manciata dopo manciata. Quasi con livore, voglio sopprimere, e soffocare, questo sogno. Voglio nutrire anche questa tristezza, questa angoscia che mi porta a guardare con dolore alle debolezze di tutti, perché è debolezza di tutti, prima o poi, ardire di trovare qualcuno con cui stare, qualcuno da amare e da cui essere amati.
Ma rimango fermamente convinta che una persona che non sia fisicamente attraente - soprattutto, una persona che sia grassa - non riuscirà ad essere amata davvero da nessuno.
Non me la sento, e non riesco, in questo momento di grigiore perenne, di noia, di angoscia, di debolezza, di fiacchezza, a darmi da fare per dimagrire, e germoglia in me il pensiero che non lo farò più; così come non prenderò mai la patente; non prenderò mai la laurea; non avrò mai successo in niente e in nessun campo nella mia vita.
E penso a mia madre, che morirà presto.
Mangio, e mangio, e mangio. Ho deciso di staccarmi dall'alcol, ma al cibo non so rinunciare, e del resto, non vedo perché farlo.
E' da tanto che non credo più in dio, ma se dio esistesse, si è scordato di questo posto e di me, da un bel po' di tempo.
dio, qui, non c'è.

lunedì 26 giugno 2017

Dove c'è luce, ci sia buio.

"Ma la grande, la tremenda verità è questa:
soffrire non serve a niente."

Questa casa è il santo sepolcro della mia morte inconsapevole. La lapide che mi tiene seppellita sotto metri di una terra di passività vasta, soffocante e silenziosa come un deserto.
Conosco bene il dolore che mi tormenta, ma non ne sono preparata. Gli ologrammi di quei mostri indifesi che illuminano la mia notte sbiadiscono giorno dopo giorno.
Cammino per le stanze silenziose. Ho fatto tutto, e adesso sono a tu per tu con la mia noia. Una bambina lasciata nella selva della vita adulta. Smarrita, ancor più che spaventata. Non c'è speranza di veder migliorare le cose.
Sono giunta al punto che non sopporto più di sentire parlare nessuno. Mi lascio andare a fantasie di libertà in cui mi sveglio una mattina e cammino per strade deserte, debellate dalla piaga umana. Ci sono solo io. Io, il cielo e la terra. Questo è il mio Eden personale.
So bene che so essere sgradevole quanto il resto degli esseri umani che affollano come viscidi vermi che si accavallano contorcendosi questo pianeta - quelli che odio così tanto, quelli che vorrei - tutti - cancellati per sempre dalla faccia della Terra. Finché devo vedermela esclusivamente con me stessa, il problema, però, non si pone. E' sufficiente che provi odio per una persona, e non vorrei doverne sentire anche per altre sette miliardi meno una. 
La natura umana entra talmente in attrito con la stanchezza, e il disgusto, e l'odio, e la nausea, e la voglia di non vivere e di non veder vivere, che torno a pensarci, a spiare quei pensieri cupi da lontano, ogni tanto chiedendomi se troverò mai il coraggio.
E se così non fosse, che ne sarà di me.

domenica 25 giugno 2017

Sonno profondo.

Ci sono occhi
che vedono meglio al buio.

Sono tornata a casa dopo un viaggio di ventotto ore con una matassa di pensieri di grandiosa rivolta che si accavallavano l'uno sull'altro nel mio cervello prevaricando a turno. Avevo un piano più-o-meno chiaro in testa: prendere la patente, trasferirmi, cominciare l'Università e trovare un lavoro. Ma realizzo che una volta tornata sotto l'ombra della routine il mio coraggio e la mia forza di volontà subiscono una flessione verso il basso, come se questa casa, queste circostanze, calassero su di me il buio di un'apatia mortale e il ben conosciuto sonno profondo, dal quale non riesco a svegliarmi.
Per una settimana mia madre sarà via e dovrei imparare ad autogestirmi a 360 gradi. Ma questa casa è talmente piena di ricordi che non voglio prendermene cura. Credo che rimarrò a far quello che ho sempre fatto: oziare, ammazzare il tempo. Sbadigliare. Annoiarmi. Cercare un surrogato di tranquillità nelle zone di comfort dove mi acquatto, e dormo, senza attendere né un miracolo né un cambiamento. Le cose non vanno bene, ma nemmeno male. E' stato sempre così negli ultimi dieci anni.
La ciclotimia è la causa. Nel marasma di emozioni che slittano incontrollate verso l'alto o verso il basso nell'arco della stessa giornata con misere giustificazioni, pensare lucidamente è pura utopia. Non guardo con serenità quello che mi circonda. Quasi mai. Quelle volte che sono lucida, penso troppo, e quello che penso mi butta nella disperazione di una sola frase: è finita, e non c'è alternativa alla vita.
L'alcol rimane una costante. Spesso bevo per trovare il coraggio di fare qualcosa che da sobria non potrei, quando mi sveglio mi vergogno di ciò che sono, ma tornerò a bere di nuovo per assecondare la stessa stupida voglia insensata.




sabato 24 giugno 2017

Briciole.



Muovo i primi passi per le strade della vita con una sicurezza del tutto nuova che è sorta dalle circostanze avverse che fino a un anno fa mi limitavano il campo esistenziale. Il meccanismo a incastro che mi ha tolto dieci anni di vita è lo stesso che mi porta a questo giorno di fine giugno con una rinnovata fiducia nelle mie capacità di adattamento e l'assenza di paura nel prendere decisioni semplici.
Quelle erano le mie paure, io le rispetto.
L'onestà intellettuale va a farsi benedire quando si tratta di difendere a spada tratta qualcosa di molto caro che ci si sente minacciato, o quando bisogna gustarsi il piacere di inveire stupidamente contro l'oggetto delle proprie pulsioni aggressive. Definendo sé stessi più ancora che l'oggetto del giudizio, per chi ha gli occhi aperti e liberi da eventuali fette di San Daniele. Lascerò la gente prendere la decisione che ritiene più opportuna per sé (a pagarne le puntualissime spese non sarò certo io): alcuni si sentono fieri di sé stessi sguazzando in un oceano di mediocrità, malignità, insensibilità, cinismo e sarcasmo. Magari ridono delle proprie stesse battute e quando ricevono consensi il loro ego si gonfia. Ripeto, ognuno è libero di svolgere la propria vita come meglio crede. Ho un'opinione in merito a tutto ciò, ma me la tengo per me, perché non è indispensabile che io la esprima. Come non sarebbero indispensabili le ragioni offensive di chiunque: beate labbra che si aprono solo per ventilare la bocca.

Progressi: ce la faccio da sola.
Regressi: con le donne parlo, con gli uomini scappo.

Sono una grossa ragazza che si muove veloce col viso rosso per il gran caldo, così goffa e stridente con l'immagine di tutte quelle altre ragazze e ragazzine che (come cazzo fanno?) con 38 gradi all'ombra sembrano perfettamente intatte come fossero di cristallo, come appena uscite da un salone di bellezza. Sopporto il disprezzo e lo snobismo correlato al mio essere sgradevole da parte di gente che si crede migliore in base non si capisce a cosa, per farmi forza mi ripeto che nessuno ha il diritto di farmi sentire brutta o inferiore. Si raddrizzano le spalle, guardo avanti e non mi importa in quali sguardi inciampo. E' tutta una questione di auto-suggestione. C'è gente addirittura più cicciona e più brutta di me che si spacchia la vita alla grande, e ha una vita sentimentale, sociale e sessuale attivissima.
Prima di arrivare a quel traguardo, mi accontento delle briciole.

Torino è fantastica e i torinesi sono gente molto accogliente e solare, ma stare in gabbia con gente che sta in gabbia a sezionarmi il cervello per sviscerarne le (fantomatiche) ragioni del mio fallimento esistenziale o del perché io sia - come sostengono tutti - così malata, errata, rotta e inadatta, e perennemente in errore, non fa per me.
Mi regalo un sorriso, la fiducia di quelli che non credono in me e un pizzico di amore. Ho un piano alternativo, e il vento è favorevole. Non c'è niente da vedere o da raccontare: era destino che io mi salvassi la vita, e adesso che sono più forte credo sia arrivato il momento di dimostrarlo a me stessa. Di tutte quelle persone che non fanno che ripetermi che non riuscirò a concludere niente non mi interessa. Le ho già squalificate dalla mia vita, a qualunque "sottogruppo" appartengano. Chi vuol farmi stare bene trova una poltrona di lusso nel mio cuore. Chi viene per disturbare, ferire, rovinare, infamare, diffidare, scoraggiare, togliere la speranza, togliere la libertà, non trova più neanche un angolino di spazio.

giovedì 15 giugno 2017

Ingrata

Tutto quello che mi ha sempre ucciso è quello che mi ha sempre tenuta in vita. Quando da bambina avevo un terrore così profondo dell'acqua che non riuscivo a lasciarmi cadere dal trampolino della piscina. Basterebbe avere fiducia. Ma è più sicuro stare sul trampolino dove non rischi di affogare. Rischiare di affogare è però necessario se vuoi imparare a nuotare. Così se io voglio imparare a vivere devo spiccare un salto e aspettarmi la possibilità di rompermi l'osso del collo.

Ho l'impressione che non interessi a nessuno di ciò che scrivo. Ho l'impressione che non abbia molto valore neanche per me. Le persone generalmente tendono a voler creare e dare vita a qualcosa che, nel nero e nel bianco, sia bello. Che voglia dire qualcosa. E non che sia oggetto di svisceramento razionale e di conseguente - motivata o meno - presa per il culo a spada tratta. Questo mi ha sempre rovinata. E questo mi ha sempre salvata.

E sono un'ingrata, perché chi mi dà la vita ha il diritto di riprendersela quando gli pare. In questo mondo sono un fantoccio nelle mani dei potenti. Non ho forza. Non ho intenzione. Mi lascio manovrare.

E sono una cretina, perché ancora penso, in fondo, che dipenda da me.


mercoledì 14 giugno 2017

Morte dell'anima.

Sto dormendo.
Sto dormendo quando mi sembra che l'unica cosa importante sia contare quante calorie introduco e quante ne brucio od espello.
Sto dormendo quando vado in crisi per una giornata da 2000 calorie e mi ritrovo a tagliarmi le unghie di indice e medio della mano destra perché rischio di ferirmi a sangue la gola.
Sto dormendo quando faccio sentire la mia presenza nella realtà virtuale.
Sto dormendo quando mangio, quando guardo la tv, quando ascolto musica, quando sogno, quando spero, quando mi emoziono, quando bevo, quando piango, quando rido.
La mia vita è immersa nel sonno.
Qualche volta mi sveglio di soprassalto e ho dei brevi momenti di lucidità in cui tutto mi sembra così vuoto e senza senso - io mi sento vuota e senza senso - che rimango immobile, in silenzio, a contemplare questo enorme ammontare di schifo con occhi vuoti e faccia storta. Come nel bel mezzo di una catarsi esistenziale.

La mia esistenza si è fatta talmente spenta e priva di stimoli che non vivo - o non cerco di vivere - che di ricordi, peraltro insignificanti. La mia è una morte che tocca fino in fondo all'anima. Il mio cuore pompa sangue in circolo e il mio cervello funziona correttamente. Quel tanto che basta per mantenermi capace di ragionare e di interagire con quello che mi circonda - ma comunque, lo fa in maniera sbagliata per via dello stato di incoscienza in cui mi trovo
Chiamo questa "vita".
La chiamo vita perché i miei polmoni ricevono ancora ossigeno.
Non per altro.

Sto deliberatamente cercando di stirare e allungare la mia esistenza attraverso stralci di esistenza passata che prolungo, e diluisco, affinché ci siano le provviste per questo e altri lunghi, noiosi inverni.
Giornate come questa sembra che il tempo non passi mai. Provo ad addormentarmi e strappo un pezzo da due ore dall'ammontare totale che mi tocca sentire in capo alla schiena ogni giorno, nella stessa casa, davanti allo stesso computer, alimentata da relazioni fulminee e sterili. Cerco un lampo di vita in un dialogo breve e infecondo, e poi ne cerco un altro, e avanti così finché il giorno che è sorto fino a qualche ora prima non sfuma in sera e viene il tempo di consumare l'ultimo pasto della giornata e poi di andare a letto.
Non prima di aver tentato un altro, ultimissimo, contatto.
Sono stanca di tutto questo.

La verità è che a me non frega un cazzo di nessuno: non me ne frega un cazzo di C., C. che, per quanto io cerchi a tutti i costi di mantenerlo in vita tenendomi la bottiglia sempre vicina, per me è morto e sepolto. Non me ne frega niente di mia madre, di mia sorella, di D., di V.
Non trovo un modo per sentirmi meno sola: la mia è una solitudine che non ha mai conforto. Mi sembra di essermi sempre sentita così, come se non avessi nessuno al mondo, non importa quante persone mi circondino. Non ripongo la mia fiducia in nessuno. Non mi sfogo né cerco conforto in nessuno, perché non voglio consegnare pezzi importanti del mio cuore nelle mani di gente che non capisce niente di cosa significhi e finirebbe per semplificare tutto rozzamente e senza alcun riguardo o tatto, facendomi sentire ancora peggio.
Le persone che ho perso, si meritavano di esser perse. Non sento vergogna, non sento il benché minimo rimorso. Sono stata troppo buona. Per l'ammontare di merda che ho sempre dovuto sopportare da tutti, chiunque nelle mie condizioni sarebbe diventato uno stronzo o un asociale. Io rimango empatica e desiderosa di ricevere amore, in fondo.

Rileggendo alcuni post vecchi mi sono sentita estraniata. Sudavano odio, rabbia e cinismo da ogni dove. Era una delle mie tante crisi. Qualche volta ho avuto dei momenti in cui mi faceva schifo tutto. Mi faceva schifo la razza pietosa nella quale vivevo e mi facevo schifo io stessa. Desideravo la morte con foga e livore. Mi sforzavo di tenere in vita quei sentimenti di astio perché in qualche modo volevano dire che stavo continuando a lottare.
Adesso sono nel limbo di un'inerzia e un'apatia esistenziale così profonda che sono meno viva di allora.
E allora, chi se ne frega se perdo due chili di grasso e sono più snella? Chi se ne frega della paura che ho di partire, con tutto quello che comporta? La data di trasferimento si avvicina: orientativamente attorno al 21 giugno. Potrebbe essere un'occasione per riprendermi in mano la mia vita - ma io vivo così bene in questo fango. E' il mio habitat naturale, ormai. E' una costante a cui mi sono abituata ammalandomi di inerzia, libera di mettere radici sul terreno molle della mia incapacità di reagire.

Tutte le volte che ho reagito, mi hanno fatta a pezzi. Hanno spento in me ogni desiderio di pretendere i diritti più essenziali, come quello di viversi in tranquillità la propria privacy o di non essere maltrattati e abusati.
Dieci anni di violenze e tentativi di soppressione hanno ammansito il mio carattere sfrontato fino a rendermi quieta e spaventata dalle altre persone e dal loro potenziale distruttivo sulla mia vita.




giovedì 8 giugno 2017

Don't worry, be happy - Bobby McFerrin

Mi vedo già, fra qualche anno, senza un solo singolo amico o un amore, a lamentarmi per il troppo lavoro, svolto comunque con trascuratezza, licenziata in ogni dove, senza un soldo in tasca, a vivere di stenti. Perciò metto in fila tutti i miei buoni propositi: cominciare a fare economia, a non spendere più dello stretto necessario, in cibo, acqua, vestiti, energia elettrica. Finora ho vissuto sulle spalle di mia madre, senza alcun senso del risparmio che andasse oltre l'acquistare i prodotti più economici al supermercato. Nessuno spreco. Dimagrirò per rimettermi i vestiti dei miei 55 kg di quattro anni fa e per prevenire problemi di salute, di essere presentabile non mi importa. Voglio cominciare a lavorare subito. Poi, andare via. Non spenderò un euro per me stessa. Mi accontento di un lavoro modesto, non ho chissà che pretese; ma devo fare qualcosa per mettere qualche soldo da parte e andare via. Per tutto il resto, piangere e angosciarsi non serve a niente. Non c'è niente di più importante di sapere che domani avrai i soldi necessari per mantenerti in vita. Le turbe psicologiche vengono in secondo piano, e io non ho bisogno di nessuna assistenza. Mi arrangerò come fanno tutti gli altri.




Confessioni di una bulimica.

Quando la mia vita era ancora una "vita" avevo anche qualcosa da raccontare.
Avevo da raccontare il mio amore per un ragazzo. Di quanto tutto il mio mondo girasse attorno alla questione della magrezza.
Avevo diciannove anni e pesavo 55 kg. In carne, troppo in carne. Non avevo altro scopo se non quello di dimagrire. Nascondevo il cellulare sotto al banco e cercavo sul web tutti i rimedi possibili e immaginabili: il tè verde, la caffeina pura, gli esercizi di ginnastica da fare a casa. E la tipica dieta ipocalorica delle anoressiche. La seguivo per un paio di giorni, forse tre. Poi mi abbuffavo e vomitavo. Ma vomitavo comunque ogni giorno. Anche a scuola, prendendo una scusa per andare in bagno. E quando dimenticavo di portare il deodorante era un vero problema.
A diciassette anni mi diagnosticarono la bulimia nervosa. Allora ne avevo solo una vaga idea. Significava abbuffarsi e vomitare. C'è voluto tanto tempo perché me la riconoscessero. I medici erano degli incapaci, oppure, per qualche ragione, non volevano accettare che io fossi veramente bulimica, o io la vedevo così. Non è servito a granché saperlo. Non sono ancora guarita dalla malattia. Ecco perché mi è impossibile seguire una dieta bilanciata, senza tener conto delle calorie. Se fossero capricci, ce la farei. Chi è che vuole condannarsi al digiuno o al vomito quando può dimagrire mangiando pasta e biscotti? Ma per me non è semplice. Non è per niente semplice.
Oggi ci sono ricascata. Stamattina avevo ingurgitato per disperazione un cornetto, una sfogliatina alle mele e una mattonella con pomodoro e mozzarella. Pranzo saltato. Pomeriggio una banana. Cena, una Tennent's da 33 (all'alcol non so rinunciare) che mi è costata 175 kcal, e insalata di fagiolini e pomodori senza olio.
L'abbuffata di stanotte si ripete due volte: la prima volta ho mangiato talmente con calma (senza ingollare il cibo senza neanche masticarlo come faccio di solito) che quasi non mi sono neanche sentita in colpa. 150 g di orata alla griglia, 12 biscotti frollini da 50 kcal l'uno, 100 grammi di latte parzialmente scremato, uno yogurt Oikos di Danone da 115 kcal. Tutto vomitato. 
La seconda volta le cose hanno preso una piega più seria: 100 grammi di salmone norvegese, una banana, una lattina di tonno, due fette biscottate, un'intera pizza alle verdure surgelata di circa 700 kcal. Tutto nel cesso, anche questo. A un certo punto confondevo il mio sangue con la salsa. Ho il collo che mi fa male, lo stomaco che mi dà delle fitte, la testa che mi sta scoppiando e una stanchezza schiacciante in tutto il corpo. Fra qualche ora - ho calcolato tutto - peserò circa 400 grammi più di ieri mattina. Sono così stanca, così abbattuta, così triste per la mia bruttezza.
Un anno fa, quando ancora ero normopeso, vidi per strada una ragazza che era di una bellezza sconvolgente: alta, magrissima, viso d'angelo. L'invidia prese corpo nella depressione. Mi sentii così brutta, così inguardabile a confronto. Adesso che peso 35 kg in più, cosa dovrei dire?
Non guarirò mai. Non mangerò più roba ingrassante con naturalezza. Assocerò per tutta la vita il cibo buono ai 35 kg che ho preso, o al sapore del vomito del dopo-abbuffata.

sabato 3 giugno 2017

Alice nel Paese delle Meraviglie.

«Ma tu mi ami?» chiese Alice.
«No, non ti amo.» rispose il Bianconiglio.
Alice corrugò la fronte e iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre quando si sentiva ferita.
«Ecco, vedi? – disse il Bianconiglio – Ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non riesci a volerti almeno un po’ di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata. Proprio per questo non posso amarti. Perché ci saranno dei giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò. Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine, incomprensione. Ma se non ti ami almeno un po’, se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno. La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. Perciò, Alice no, non ti amo. Non posso farlo.»


venerdì 2 giugno 2017

Le storie straordinarie non sono sempre straordinarie.

Ho passato gli ultimi tre anni facendo di tutto per scrollarmi di dosso l'etichetta di "sfigata", fino a scavalcare i limiti di ciò che era lecito, per me e per la mia moralità, per i miei valori. E ho ottenuto solo che mi affibbiassero l'etichetta di "sfigata e troia". Credevo veramente che per ottenere un po' di emancipazione bastasse darsi via come un fazzoletto usato.
Attiravo gente che non voleva sentirmi parlare e voleva subito andare al dunque. La cosa mi feriva e mi riempiva di rabbia. Ho imparato, in quegli anni, a trattare gli uomini con disprezzo e acidità. Questo li portava a sputtanarmi una volta che non ci sentivamo più. Il blob della mia alienazione si allargava ogni anno di più, nutrito dal risentimento che provavo per non ottenere quello che volevo senza il minimo sforzo e nel minimo tempo possibile. Dedizione, e la fama di essere cambiata, ma nessuno - e figuriamoci la persona a cui si indirizzavano i miei colpi - avrebbe potuto pensare nulla di tutto ciò. Avrebbero solo potuto pensare che ero peggiorata: sempre più folle, sempre con meno dignità. Questa volta però la parabola del mio declino assumeva toni tragicomici agli occhi della gente; e non solo per via delle mie sparate pubbliche, ma anche per le voci (infamanti) di corridoio, che giungevano all'orecchio di gente che non vedevo da una vita e che pregavo, ogni sera, di non incontrare.
Ho vissuto una vita chiusa in trincea, spaventata da quello che la gente avrebbe potuto pensare, perseguitata da sogghigni e risate, quelle che supponevo sputassero le loro labbra quando parlavano di quell'imbecille folle che per farsi riconoscere come cresciuta (questo dettaglio loro non lo sapevano) metteva minigonna e scollo a V. Non ero cresciuta affatto; non ero cresciuta nelle sigarette, nell'alcol e nella mia ossessione per la marijuana. Ero - e sono ancora - un'adolescente in crisi con sé stessa che non sa bene come fare per avanzare in qualche modo in questo pianeta.
Da oggi in poi me ne starò qui, facendo nulla, aspettando l'oblio del tempo, coi miei 85 kg di ciccia, vestita in jeans e t-shirt, e attenderò il prossimo step. Con la testa focalizzata sull'obbiettivo di farsi notare il meno possibile. Di rendersi persone complete ma con discrezione, senza imporre con prepotenza la propria disperazione all'attenzione di gente che non se ne cura.

Chissà che un giorno non guarderò indietro, e archivierò tutto, perdonandomi con un: "ero giovane".