lunedì 31 luglio 2017

Una vita da bruco (obesofobia).

La città è un deserto rovente. Fino alle cinque sembrava di essere alle tre. E' l'estate più torrida degli ultimi cento anni.

Sono uscita, e uscendo ho realizzato di essere più che mai vittima, oggi, della stessa crudele sorte che mi ha sempre voluta goffa e inadeguata. Brutto anatroccolo in mezzo a una nidata di belle paperelle. Al momento sono il non plus ultra della bruttezza e della trascuratezza, nell'aspetto e nel vestiario. Io e la mia scarsa avvenenza abbiamo avuto da scontrarci muso a muso più di una volta - oserei dire che lo facciamo continuamente -, e certe volte mi consolo dicendomi che pur essendo di un'obesità imbarazzante ho alcuni tratti del viso che rimangono punti di forza, che non sono così male: la forma degli occhi, poi le labbra. Il naso rovina per benino tutto: di fronte sembra solo un po' rotondeggiante, di profilo è un orrore. Esiste la chirurgia estetica, ed esiste anche la fissazione maniacale a non farne ricorso per non tradire il proprio orgoglio che tuona: sono troppo superiore per abbassarmi a simili vanità.
La cugyna appena rimpatriata da Bologna mi ha portato, come da me chiesto, alcune maglie usate che lei non mette più. Loro vanno bene, è il corpo che vanno a coprire che provoca ribrezzo.

Buttereste giù l'uomo grasso? Vi trovate su un cavalcavia. Sotto di voi ci sono i binari di un treno, ai quali sono legate quattro persone (normopeso). Il treno sta per arrivare e inevitabilmente li schiaccerà. Sul cavalcavia accanto a voi c'è un uomo obeso. Potreste buttarlo giù e scongiurare la tragedia: col suo peso, fermerebbe l'avanzata del treno. Lo fareste? Chiaramente sareste più propensi a farlo con lui che con una persona magra.
Queste ultime righe non sono frutto di una mia riflessione, ma di quella di David Edmonds, professore di etica all'università di Oxford. Ho trovato il suo saggio googlando sull'obesofobia, cioè a dire la paura della gente obesa. Un tipo di discriminazione che non differisce molto da quella razziale. Le persone che soffrono di obesofobia sostengono che una persona grassa debba inderogabilmente dimagrire, adducendo la scusa che le persone grasse (obese) devono perdere peso per una questione di salute. In realtà, appunto, non è che una scusa per l'odio e il disprezzo che provano nei confronti di chi è oversize: ad oggi non ci sono dati inoppugnabili che dimostrino che una persona sovrappeso (lasciamo per un attimo da parte gli obesi patologici come la sottoscritta) sia più esposta a malattie metaboliche e cardiovascolari rispetto a una normopeso o sottopeso. Anzi, sembrerebbe proprio - in base a un articolo di medicina trovato sempre sul web - che secondo le statistiche sia vero il contrario: che siano le persone normopeso o sottopeso ad essere più a rischio di mortalità precoce, mentre le persone con un IMC superiore a 25 e inferiore a 30 si troverebbero nella condizione ideale. Dunque, qual è l'urgenza, per una di 1,56 per 65 kg, di perdere per forza peso fino a trascinarsi negli abissi più oscuri della bulimia e dell'ossessione per le calorie e il peso corporeo? Assolutamente nessuno, almeno in teoria.

Ciò non toglie che ai tempi dei 65 - diciamo l'estate scorsa - ero in crisi depressiva per i 13 chili di ciccia orrida che avevo messo su per essermi lasciata andare, ingozzandomi di cibo e alcolici e abbandonando, dietro la paraculata del voler guarire, le pratiche bulimiche. In realtà, a vomitare non ce la facevo proprio più. Non avrei mai immaginato che mi sarei spinta tanto oltre col peso corporeo, comunque.

Ieri sera ho cenato con due involtini primavera comprati al discount. Un tipo di cibo che mi è sempre piaciuto, il problema era l'olio di cui era cosparso e intriso. 160 calorie a pezzo. 320 calorie di puro grasso. E stamattina mi son svegliata con 6 hg in più di ieri: 88,8 kg per la miseria di meno di 1 metro e 60. Pare proprio che la dicitura obesità di secondo grado mi si addica.

Se chi sta leggendo questo post ne ha letti anche altri saprà che ho in programma un by-pass gastrico. Per i primi del 2018 - mi hanno dato un appuntamento per una visita di controllo il 12 settembre, ma per l'intervento ci vorranno minimo tre mesi. I requisiti ci sono quasi tutti: IMC superiore a 30, e patologie cardiache annesse... Ma non so se il fatto che sono obesa da relativamente poco (da gennaio del 2017) possa ostacolarmi, visto e considerato che in genere a sottoporsi l'intervento sono pazienti con una storia di obesità di minimo cinque anni alle spalle (cinque anni non sono sette mesi, e per di più, io, prima d'adesso, non sono mai stata un'obesa nemmeno di primo grado, pur avendo sofferto di sovrappeso in passato).
L'intervento non mi spaventa. Non solo perché mi mantengo cicciona in maniera comunque ancora ragionevole - se pesassi solo dieci chili in più la situazione sarebbe di già molto diversa -, dunque, essendoci relativamente poco grasso, non sarebbe molto rischioso; ma anche perché sono disposta a mettere a repentaglio la vita pur di porre fine a questo dilaniante conflitto, fra mangiare-nonmangiare, avere fame e forzarsi a digiunare oppure essere depressi e nervosi e dare fondo al frigorifero, ingrassare e dimagrire, dimagrire e poi reingrassare. Mi sono sfracellata le ballottole di tutto questo.

E, sebbene abbia un atteggiamento più sereno riguardo le discriminazioni a cui sono soggetta per l'enorme ammontare del mio peso corporeo (vedi su) (della serie: gente che nemmeno ti guarda in faccia; gente che è sgarbata con te anche se nemmeno la conosci; gente gioiosamente idiota che ti prende per il culo per la strada; gente che ti guarda sogghignando; gente che ti tratta con freddezza mentre dovrebbe aiutarti con affabilità a scegliere un capo d'abbigliamento), cioè ho imparato a dire "pazienza" e a guardare avanti, c'è qualcosa che assolutamente non posso vincere: la tristezza che mi assale ogni volta  per il confronto con lo specchio (o con qualunque superficie riflettente, piccola e grande).
Non accetterò mai quel cotechino strizzato da reggiseno e slip che è il mio corpo, non vorrò mai adattarmi a vivere con questi rotoli di ciccia dappertutto.

Il corpo: una prigione di carne con cui mi muovo quotidianamente. Un cappotto di ciccia che mi si è attaccato come una zecca alle ossa - le mie ossa, affondate in questo enorme ammontare di lipidi che rende i miei contorni confusi e indefiniti. Le forme armoniche di un tempo, quelle dei 59 kg di cui già all'epoca mi lamentavo, depressa, perché 6-7 kg in più per me erano uno sconvolgimento radicale, perché ancora non sapevo neanche cosa significasse essere veramente grassi, sono ancora qui, sotto questo ammontare di ciccia repellente che mi rende simile all'omino Michelin: basta solo limare, limare, limare, fino a riesumarle. 
Il tempo e la tenacia faranno il loro lavoro. 

Quindi, io e te, Skinny: finché tentazione non ci separi.



domenica 30 luglio 2017

All flowers in time bend towards the sun.



Oh, all flowers in time bend towards the sun
I know you say that there's no one for you
But here is one
All flowers in time bend towards the sun
I know you say that there's no one for you
But here is one, here is one...
Here is one


giovedì 27 luglio 2017

Aggiornamenti.

Mia sorella è tornata ieri sera dall'Emilia. Non avevo voglia di vederla. Non avevo voglia di andarla a prendere in macchina. E' bastato che mia madre mi dicesse e mi lasci andare sola?, perché cambiassi subito idea.
E' salita in macchina e non mi ha salutata. S'è fatta ancora più magra, praticamente non ha massa grassa in corpo. Se non fosse minuta d'ossatura la sua anoressia sarebbe lapalissiana. Per la verità non credo sia anoressica; credo che soffra dell'EDNOS chiamato dieting (ossessione maniacale per la dieta e la forma fisica).
E' alta 1,53 e peserà non più di una quarantina di kg.

Mi sono sforzata di non guardarla lungo tutto il tragitto. Forse è invidia? Sì, è invidia, pazienza. Ci sono momenti che la odio profondamente. Mia madre non faceva che compatirla per il fatto che il suo coinquilino non la tratta con rispetto, contagiando anche me. Mi ero, tipo, fatta l'idea che lei avesse una vita molto solitaria e sofferta, fatta di frustrazioni e sopportazioni: la cena di ieri sera mi ha fatto cambiare idea. Ha fatto vedere a mia madre tutti i video in cui si divertiva con le amiche, alle lauree, ai concerti, nei locali con la musica dal vivo.
Mi sono detta che tutti quanti abbiamo i nostri problemi, e che mia sorella non può proprio lamentarsi dei suoi.

Mia madre insiste sul fatto che la situazione che suo padre ha creato nella nostra casa pesi anche sulle sue spalle. Senza dubbio l'ha fatto, in passato; ma pur di non sentire il minimo cruccio, una volta cresciuta, lei ha scelto la strada dei vigliacchi. Quella del mettersi dalla parte del male, quella dell'avvocato del diavolo: difendere ad oltranza il suo (e il mio; e quello di mia madre) aguzzino.
So bene perché ieri non mi ha salutata: ancora le bruciavano le accuse (che nella sua onestà intellettuale lei, nonostante l'apparenza, non poteva che riconoscere come sensate) contro suo padre che le avevo rivolto in chat il giorno prima. E' proprio il fatto che io ho ragione e lei (e suo padre) torto che non riesce a sopportare; lei era quella che da ragazzina diceva "io ho sempre ragione", sulla falsariga della sentenza del suo genitore maschio: "io ho sempre ragione, soprattutto quando ho torto".

Comunque, mi ha accarezzato la mente l'idea di invertire il ritmo sonno-veglia pur di non vederla finché non tornerà in terra nordista. Ma poi ho pensato che mi sarei persa anche mia madre.
Sembra chiaro che lei, mia madre, sia arrivata all'ultimo treno della sua vita. Ieri sera mi ha detto testuali parole: non ti accompagno più. E queste parole mi hanno accompagnata durante tutto il viaggio in macchina, durante il quale me ne sono stata in silenzio a versare lacrime su lacrime mentre la radio suonava Stop crying your heart out.
Il pianto inarrestabile non si è arrestato neanche a casa. Mi è rimasto incollato agli occhi anche quando mi sono arrampicata sul letto. Un nugolo di emozioni dolorose annidato in gola come una matassa. Ho ascoltato Fragile della Mannoia.
"Non fasciarti il braccio prima di essertelo rotto!", mi sono rimproverata con la poca serenità mentale che possedevo, oltre le nubi del dolore. Ma niente. Non riuscivo a smettere.

Mia madre è entrata in camera mia e mi ha chiesto cos'avessi.
Niente. Ho ventitrè anni, e vorrei solo dormire con te.
Accarezzandomi la testa mi ha detto di non preoccuparmi, che me la caverò anch'io, che ci saranno tempi felici anche per me. Non ha proprio capito perché stessi soffrendo così tanto. Non gliel'ho detto, sapendo che col suo carattere avrebbe sdrammatizzato. E certi dolori vanno tenuti al riparo dai grossolani ridimensionamenti che li banalizzano. Certi dolori vanno accuditi e preservati, tenuti nascosti nel cuore.
Ecco perché ho taciuto. E con la testa premuta sulla sua spalla, dopo un po' ho smesso di piangere. Ho dormito.

domenica 23 luglio 2017

Nostalgia for winter.

Jamie Heiden - After the rain

L'acqua cade dal cielo, e le suole delle mie scarpe scricchiolano a contatto con la pioggia dell'asfalto. Di quelle romantiche mattine in cui mi sembrava di avere il mondo sul palmo della mano non ho memoria, solo nostalgia cava di ricordi.
Ho lasciato il mio cuore sotto i portici di Pisa, in un'uggiosa mattinata di novembre, e il mio volto sul foglio di quel ritrattista da strada che mi ha fermato a Firenze per farmi un disegno. La mia anima è ancora là, dopo quattro anni. In un mondo che pare un'altra dimensione rispetto a quella in cui mi trovo adesso: sola, reclusa in casa, nella campagna rurale del Sud, con il cielo bianco e lo scirocco ad arrostire il paese alla brace.
Questa non è casa mia.

"Darei
tutto quello che ho
pur di trovare qualcuno
che mi porti a casa".

Sento di non appartenere a questo luogo. L'orizzonte brillante e il cielo azzurro. L'odore della salsedine. La sabbia fina e calda e gli ombrelloni aperti al sole. Non è questo il mio posto.
Sento nostalgia dell'inverno, con le strade che odorano di bagnato e la pioggia che cade lenta sui tetti delle case. Con il cielo annuvolato e brontolante. Sento nostalgia di quelle sere in cui uscivo per andare a fare la spesa e tornavo alle sei del pomeriggio che era già buio, e fuori tutto il mondo era nero, e l'unico suono nell'aria gonfia di umidità era la pioggia che batteva con delicatezza sull'asfalto. Il silenzio. La notte senza stelle. L'acqua che scendeva a fiumi dalla discesa della collina, quella che portava in centro. La natura mi coccolava. La natura mi cullava fra le braccia con dolcezza.
Mi torna in mente l'Irlanda. Natale di cinque o sei anni fa. Mi si erano congelate le dita nonostante portassi i guanti. Ubriaconi cantavano canzoni stonate barcollando vicino al trenino della tranvia, affondando con gli scarponi nella neve. Era tutto straordinario. Fuori c'era freddo, ma nei pub e nelle locande la gente si scaldava con la gioia di vivere.
Dublino è una città accogliente e calda. Non so perché la gente descriva i dublinesi come persone scorbutiche e antipatiche. Ho trovato la stessa accoglienza festosa che in genere si riserva ai turisti nel nostro Paese, solo molto più raffinata, più civilizzata. Nei ristoranti sembrava di stare nel mondo delle favole. Finestre a quadrettoni a far da balconcini alla neve, leggera e soffice. Ho assaggiato uno strano burro che non riuscivo a togliermi di bocca.
Volevo studiare inglese per tornarci e trovar lavoro lì.

La dieta procede a rilento. Due giorni fa ho perso 1,1 kg in un solo giorno. Ma i successivi due mi sono mantenuta (+ 1 hg in tutto). Mangio comunque molto meno di prima, e non è un gesto sofferto. Non credo di riuscire ad arrivare a 65 kg per il 23 ottobre. Non ha importanza. Dove arrivo metto punto.
Ho litigato con mia sorella per un'ingiustizia che ha mosso a mia madre riguardante il giorno della sua laurea. Sempre per via di quel cane che non chiamo padre perché non lo è. In paese, in provincia, tutti sanno delle sue scorrettezze. Del suo essere delinquente. Del fatto che una volta ha persino rubato nella farmacia dove lavorava.
Lo psi ha proposto di incontrarlo. Lui non vuole venire se non in compagnia di "sua figlia G." (mia sorella). Peccato che lo psi non acconsentirà mai a fare entrare anche mia sorella nello studio con lui. E, se dovesse farlo, patti chiari, amicizia lunga: devo esserci anch'io a supervisionare, ond'evitare che lo psi si faccia abbindolare dalla sua indole manipolativa, scorretta e menzognera, per mettere i puntini sulle i qualora dovesse raccontare qualche bugia grossa per arrampicarsi sugli specchi.
Questo maiale mi sta rovinando anche il rapporto con mia sorella. Da quando è passata dalla sua parte, la detesto. Se è con lui è per forza contro di me. I due affetti non possono coesistere, per me. Sono pronta anche a rinnegarla.


venerdì 21 luglio 2017

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.

L'oscurità è la mia base, perché sono una mediocre e sulla serenità non ho niente da dire.
Ma in realtà sto attraversando un momento di relativa pace: niente più pianti, niente più liti, niente più alcol in quantità da coma etilico e niente più pensieri suicidari. Quasi. Quelli non si scrostano nemmeno con la spugna di ferro. C'è un momento, la sera, che devo staccare dai pensieri frivoli e costringermi a pensare alla vita. Tutto l'inverso di quello che fanno le persone normali.

Mi combatto ogni giorno. La mia parte emotiva cozza con la mia parte razionale, ma sento che vincerà la seconda, giorni come questi. Basta che io mi ricordi che devo essere lucida. Se provo a tenere gli occhi aperti riesco a reggere la luce. Quel tanto che basta. Solo quel tanto che basta per non continuare a rovinarmi da sola.

La mia misantropia rimane inalterata. Non ho quasi mai antipatia nei riguardi delle singole persone che incontro, ma della società in generale. Animale asociale. Scruto ostile la razza umana proseguire, dalla mia tana. Parlare di calcio, di donne, di uomini, di cerette e di abbonamenti in palestra.
Con tutto l'impegno che posso metterci, non sarò mai dei loro.
Il mondo fuori è instabile come sabbie mobili, volubile. Riesco ad aver fiducia soltanto in mia madre. Solo in lei sento di poggiare su solide basi.

giovedì 20 luglio 2017

Without you, I feel alone.


"She says, I've got a darkness
that I have to feed
I've got a sadness
That grows up around me like a weed
And I'm not hurting anyone
I'm just spiraling in".

Essere sola mi piace. Forse sono un'asociale. Forse mi sono soltanto abituata. Al male ci si abitua. A tutto ci si abitua.
In passato mi sentivo in errore, come se volessero negarmi la possibilità di amare. Quello che non avevo capito è che c'è un modo corretto di amare, e non è quello di farsi dominare dalle passioni e inseguire spasmodicamente il proprio oggetto d'amore. L'oggetto d'amore era il fulcro della mia esistenza. Non potevo sopravvivere al pensiero di starne senza. Nella mia mente non c'era altro cruccio. Quello di C. E quello di perdere peso. Benché fossi già perfetta. Me ne accorgo ora che sfioro gli 89 chili. Non avevo niente di cui lamentarmi.
Dall'alcol non mi separo. Ho assunto 600 kcal di cibo e 350 di alcolici. Devo dimagrire e non ce la faccio. Devo dimagrire e mi sembra un traguardo piuttosto futile. Non sarò mai felice. Nemmeno dimagrendo - comunque, non dimagrirò. Scelgo l'alcol. Perché non ho proprio niente da perdere.

Ah, ecco una cosa che farà di me una persona che pensa produttivamente al suo futuro: forse comincerò a lavorare da apprendista nello studio di un corallaio (uno fra i più grandi; forse, il migliore in assoluto al mondo). Forse aprirò un negozio di collane in pietra pomice. Forse studierò per prendere la patente. Forse studierò anche per prendermi una fottuta laurea del cazzo che non mi aiuterà a realizzare sogni di cui ho timore.
Ma perché tutto questo dovrebbe rendermi una persona completa? Perché dovrei sentirmi motivata e a posto con me stessa?

Quando c'era C., la mia vita, per quanto squallida, miserevole, brutta, solitaria, ridicola, sofferta, aveva almeno un senso. Ora cala il buio. Cala il sipario. E io ho finito di dire tutto quello che c'era da dire.

mercoledì 19 luglio 2017

La morte dell'amore.

Viene verso di me, tranquillo, implacabile, come tutte le altre volte. Ma oggi non ho paura. Forse è il dolore a impedirmelo. Il dolore insopportabile che mi artiglia le viscere. So che lui farà cessare quell'agonia, come ha sempre fatto. Non per cattiveria, né per bontà. Semplicemente perché deve. Perché Fallen è la morte. Uno strano tipo di morte. Fallen è la morte dell'amore.

Ieri sera ho festeggiato la fine con una lugubre bottiglia di vino bianco. Mandato giù come se fosse niente. Non ero ubriaca. Ero solo un po' alticcia. Un grande universo fuori da quella porta, mentre la notte stellata osservava silenziosa me che camminavo per le stanze buie con le lacrime che mi rigavano la faccia e la musica nelle orecchie. Come una zombie, di nuovo col cervello in vacanza.
Bosco dei Placebo.
Io e lui siamo così insignificanti l'uno all'altra, divisi da una sostanziale indifferenza infarcita di un poco di irrisorietà (da parte sua) e di amarezza (da parte mia). C'è stato un tempo in cui lo stronzetto del liceo faceva una strage, ma solo del mio cuore, e mi domandavo per quale ragione non molte altre (a parte la ballerina figa della classe) se lo filassero. Per quanto ne sapevo io, claro. Aveva degli attributi indiscutibilmente positivi (una bella altezza, sull'1.85; un fisico magrissimo e asciutto) uniti ad altri che un occhio freddo avrebbe giudicato "brutti", ma per me quella sua faccia era odiosamente bellissima.
Altro, di lui, non sapevo.
L'unica cosa che so è che sognava l'amore.

So che continuare a parlarne non servirà a nulla, ma di recente c'è stato un ultimo "battibecco virtuale" e lui è tornato nella mia vita sfondando di spalla la porta. Non per sua volontà, ma per mia debolezza. Il quindici luglio ero felice. Felice di averlo trovato di nuovo. Almeno inizialmente.
Ho realizzato che tutto ciò che mi rendeva triste era il pensiero che lui fosse morto.

Prende in giro, sfotte, gioca coi miei sentimenti. Un tempo sarei morta di dolore. Oggi ricambio con uguale ironica strafottenza.
Fai vedere quanto ti piace giocare, C.
Mangiata viva da questo irresistibile passatempo così pericolosamente vicino al cuore. Mentre mi diverto a rispondere alle sue provocazioni, potrei essere già di nuovo sprofondata nella zona morta. Quella di chi pensa e non viene pensato.

domenica 16 luglio 2017

Che differenza fa? Nessuna.

16 luglio 2017
resoconto (inutile) della solita giornata solitaria di ieri.

Di pomeriggio avevo deciso di bere, di saltare il Selincro per concedermi un po' più leggerezza in serata. Nel frigo-bar del supermercato c'erano quattro Tennent's; avevo optato per tre ma mi son detta va be', una in più. Facciamo piazza pulita. Ho comprato una busta di paella surgelata e sono tornata a casa.
Al momento del rincaso avevo dentro solo una banana e mezzo bicchiere di latte scremato (saltato il pranzo), ma non avevo fame. Non avevo neanche "sete": non sentivo il bisogno di alticciarmi. Ma mi son convinta di averne invece bisogno e così, da due birre che volevo consumare, sono riuscita a berle tutte e quattro una dopo l'altra. Che, si sa, una delle rogne peggiori dell'alcol è che se cominci a berne un bicchiere, ne vuoi sempre di più. Ecco perché agli alcolisti che vogliono smettere consigliano di non toccarne mai una goccia per tutta la vita.
Dopo la terza stavo già per svenire (essendo a stomaco vuoto), ma la testadicazzaggine è tanta. Del resto quella birricella sola soletta circondata da quelle altre tre vuote mi faceva pena. 
E chissà se un giorno mi farà pena anche mia madre, che è costretta a litigare con me quando in seguito la scongiuro di accompagnarmi in centro per comprarne altre due, troppo sbattuta dall'alcol per camminare. Ma andiamo per ordine.
Dopo aver mandato a fanculo D. (che già stava male di suo) c'è un vuoto che non riesco a riempire. Mi pare fossero le sei del pomeriggio, circa. Non ho la più pallida idea di come mi sia venuto in mente, a un certo punto (alle otto-otto e mezza) di contattare G. per parlargli. Lui mi ha scritto di chiamarlo verso le 9,30 perché era a lavoro. E' lì che è sorto il bisogno della 5-6° birra: perché, da sola non ce la faccio, dicevo, non ce la faccio a dirglielo senza l'ausilio della miserevole birricella. Io sono un verme.
Così ho litigato con mia madre. Lei se n'è andata via di casa come spesso fa quando litighiamo per l'alcol o quando esprimo la necessità di bere più del necessario. Rimasta sola a chiedermi come me la sbrigo (lei s'è portata via i soldi). Forse posso far finta di essermi scordata e non chiamare più G? Passa un'oretta e si fanno le 9,45. Quello mi manda un messaggio per ricordarmi di chiamarlo (si vede che ci tiene a sentire cos'ho da dirgli). Lo chiamo e vuoto il sacco (l'alcol di prima non è ancora svanito del tutto), lui inizialmente ti vedo solo come un'amica e poi ci penserò. "Io non sono una bellona, ma se mi affeziono a qualcuno do tutto il mio cuore". Brava miserevole cogliona, a parte la frase da quinta elementare ti sei appena cacciata in uno splendido casino.
Più tardi avrei ridimensionato la cosa: poco importa se abbiamo avuto quella conversazione. Posso far finta che non sia successo niente, se lui non me ne farà cenno andrà tutto tranquillissimo. Quello che mi domando è perché ho sentito il bisogno di fare una cosa del genere. Non ho nemmeno pensato a qualcosa come "rimarrò tutta la vita sola", "devo sistemarmi", il punto è che forse ieri era una giornata peggiore delle altre.
Ho dormito a singhiozzo fino alle 5. Alla fine mi sono arresa e mi sono alzata. Il peso è sceso di 500 grammi, se mi pesassi alle 11 forse sarebbero anche 700 o 800. Cercherò di rimanere a digiuno fino a quell'orario. Del resto, che sono 6-7 ore di astinenza paragonate alla vastità della vita di merda che mi tocca ancora sentirmi passare addosso?
Mia madre mi ha scritto un messaggio talmente pieno di amore che mi ha fatta sentire una povera stronza per ciò che le ho detto ieri sera.


Alla saluta andonio, e niente. Ormai non c'è limite all'ammontare di schifo che provo per me stessa, tanto che arrivo persino a farmi pena. Questa è la foto dell'alba di stamattina vista dalla veranda della mia casa, tanto per mettere qualcosa di bello e potenzialmente profondo (ad cazzum) in un post che non è che lo srotolamento sporco e penoso di cui potevo tranquillamente fare a meno di quanto sono una persona triste, desolantemente sfigata e senza una vita che sia degna di essere chiamata vita.
Queste minchiatelle che faccio sola soletta a casina casuccia non sono che gli impulsi elettrici che mi infondo per illudermi di combinare qualcosa nella noia in cui affondo corpo e mente.

Buona domenica. La mia sarà orrenda, e per protesta nei confronti del mio cervello idiota mangerò il meno possibile. 

sabato 15 luglio 2017

Time waits for no one.

Ieri sera, verso le 20, mi trovavo ad un incrocio nella mia città aspettando una persona. Stavo smanettando col cellulare quando ad un certo punto ho sentito un botto e ho alzato lo sguardo: due macchine si erano schiantate l'una sull'altra. Il conducente della prima, che veniva dalla strada nella quale mi trovavo io, correva ad una velocità di almeno 80 km/h e non aveva rispettato il segnale di STOP al bordo dell'incrocio. Il secondo conducente veniva dalla strada che s'intersecava con essa.
Ho visto nei dettagli la dinamica dell'incidente: la prima auto ha preso in pieno la ruota di davanti della seconda, e l'urto è stato talmente forte che l'ha praticamente girata deviandola e inchiodandola al muro di una palazzina dirimpetto. Entrambe le auto erano distrutte, accartocciate come un foglio di carta, gli airbag aperti.
Il "colpevole" era un ragazzo fra i diciannove e i ventidue anni, che è sceso dall'auto in compagnia della sua ragazzetta, visibilmente sconvolta. Entrambi, comunque, a parte qualche graffio, stavano benone.
Il ragazzo vittima dell'incidente, invece, era immobile, con espressione sofferente, tremava come una foglia ed era incapace di muoversi, bianco in volto come un lenzuolo.
La gente è accorsa e alcuni hanno cercato di rassicurare la vittima, mentre altri si occupavano della fidanzatina del pirata della strada (che continuava a discolparsi dicendo che andava a 30 all'ora) che forse facendo un po' di scena a partire da un reale sentimento di orrore, tremava, si faceva bagnare la fronte con dell'acqua e si agitava fra le carezze del fidanzato fino ad arrivare a vomitare sul marciapiede. Insomma, la regina della scena era lei: c'era più gente attorno alla ragazza (che ripeto, non si era fatta che un graffietto sul ginocchio) che attorno al ragazzo intrappolato nella sua auto con lo sportello fracassato e impossibile da aprire, in stato di shock (continuava a biascicare "la macchina").
Un uomo nelle vicinanze diceva che sicuramente avrebbero dato al ragazzino il 100% della colpa.
Trenta minuti buoni di attesa e sarebbe arrivata l'ambulanza - nel frattempo il ragazzo avrebbe anche potuto morire. Lo seguivo con lo sguardo mentre se lo portavano via, circondato dai parenti.
E con lui se ne andava anche il mio pensiero troppo timido per essere vissuto.
Volevo fare qualcosa di più che stare a guardare, cementificata dalla paura.

Ieri sera pensavo al fatto che la cosa che più di ogni altra mi spaventa non è la morte: è il tempo. Non il tempo inteso come perdita di avvenenza, di bellezza, ma il tempo in quanto vento che scorre e rende polvere ogni cosa. Pensavo di nuovo a quelle soluzioni che non dovrebbero più passarmi per la testa. Se non riuscirò mai più a vivere, mia madre morirà col dolore. E se anche riuscissi a rialzarmi, come potrei sopportare il dolore di stringere la sua mano sul letto di morte dicendole che ce l'abbiamo fatta? Vivo nel passato, non voglio lasciarlo andare. Ma quando penso a quei luoghi, a quelle persone, li vedo attraverso il filtro color seppia di quell'infinità di anni che sono passati, lasciandomi solo con l'amaro in bocca e un milione di rimpianti.



mercoledì 12 luglio 2017

Non facciamone una tragedia.

Avrei - forse - bisogno di una certa leggerezza nella mia vita, e non sempre discorsi catastrofisti e ampollosi su quanto sia triste essere diversi, destinati alla solitudine e senza spalle d'appoggio.
Avrei forse bisogno di un po' di frivolezza - quella che mi porterebbe a desiderare traguardi superficiali (o presunti tali) come un corpo normale, un volto curato, dei vestiti belli da indossare. [Belli, ho detto. Non ho detto per forza cari].
Non so. Bah. Per adesso gira così. Fra qualche ora tornerà Madama Depressione e ricomincerò - lasciata ormai in balia di me stessa, senza la mano d'aiuto dell'amico Alcol - a delirare e scrivere di roba malinconica e sofferta [che risulterà solo irritante, agli altri e a me stessa che detesto vedere ridotta in questo stato] e chi s'è visto s'è visto.

Avere a che fare con D. è come essere delle pediatre. Sempre disponibili e sempre impeccabili, attente ai bisogni del bimbo e a non farlo arrabbiare con un gesto di debolezza personale come può essere fare delle cazzate in preda allo sconforto [sto parlando banalmente di un periodo di malinconia di cui stupidamente lo rendo partecipe o di un paio di birre in più la sera]. Così mi manda a fanculo, perché be', perché non mi posso permettere di essere triste anch'io, e per un paio di giorni non si fa sentire. Va avanti così da un anno e mezzo, ormai.
Poi parla con mia madre [lui e mia madre sono ormai grandi amiconi], mi manda canzoni stucchevoli e odiose su Whatsapp [Negramaro e Fabrizio Moro top], correlate a frasi avvincenti (sic) del tipo: "lotterò per averti qui".
Un gran chissene frega dove lo mettiamo?
[vi assicuro che ho le mie ragioni per non poterlo vedere più.]

Oggi pomeriggio sono andata in banca per pagare la prima tassa universitaria all'ecampus, mia madre, che era con me [abbiamo usato il suo conto corrente], ha voluto anche festeggiare con una granita al bar. Ti voglio bene mamy, certe volte hai questi slanci di affetto davvero inaspettati che mi portano a pensare che forse mi odi di meno di quanto pensassi.
Poi mi piacerebbe sapere quand'è che andrò ad abitare nella casuccella in centro nel mio paesino, che è un rudere ma sarà casa mia e già per questo sarà caruccia.

Ci sono parecchie cose che non vanno, ma manteniamoci in superficie e parliamo della piattezza del mare senza inabissarci troppo, che ne sono stanca:
- Capelli di cui vorrei cambiare colore e taglio, sono stanca del mio anonimo marrone scurissimo e vorrei qualcosa tipo rosso crazy color. Il taglio è quello che è, un orrendo caschetto fino alla base del collo, sto aspettando che ricrescano.
- Unghie, che da un mesetto a questa parte ho ricominciato a rosicchiare e adesso sono praticamente inesistenti. Vorrei farle crescere e mettere uno smalto semipermanente.
- Denti, ingialliti da caffè e fumo. Di natura li ho bianchi, adesso sono bianco sporco perché li lavo 1-2 volte al giorno, ma vorrei sbiancarmeli.
- Fisico: qui sono cazzi amari, perché sono ingrassata ancora e non c'è speranza di tornare al peso di prima.

E nel frattempo, a ottobre mia sorella si laurea [cerimonia con tanto di popopo-paponzolo tronfio e fiero della figlia bella che ha affiancato a zoccola rumena con risatina ebete annessa] e io peso quasi 90 kg e sono un rotolo di ciccia formato umano.
Davvero non so come farò a non sembrare un cesso.

Tenetemi lontana da questo posto fino a domani mattina.




lunedì 10 luglio 2017

E seppellire tutto sotto una lapide sulla quale scriverò di mio pugno "alla bellezza".

La domanda mi ha tormentato in serate fredde in cui non volevo dormire, con la gola secca e gli occhi freddi, diretti, nella fissità, alla superficie del cuscino sfoderato e al nulla, un nulla che sarebbe stato nulla anche alla luce del giorno.
Esistendo come rozza caricatura di essere umano in queste giornate calde, chiuse fuori dalle grate, con il sole che sputacchia la sua luce arancione all'interno di qualche fessura fino a queste stanze cupe e fresche, con gli uccellini che intonano canti spassionati e le cicale a frinire al crepuscolo, il mio cuore pompa sangue, i miei polmoni ricevono ossigeno, i miei occhi vagano all'orizzonte di sogni perduti e mai recuperati, impossibili, in ultima analisi, da ricostruire daccapo, e si fanno vuoti, spenti, non senza quell'ebetismo che mi è tanto caro - quello del non-pensiero, dell'oblio della mente e del corpo, abbandonati scomposti su un letto, come buttati lì a casaccio, dimenticati, entrambi, perché di quest'essere al mondo se n'è persa memoria - ne ha perso memoria anche dio.

E la domanda è questa: la mia condanna, è quella di rimanere tutta la vita da sola?

La mia mente, quella stronza farabutta, non vuole che io sia felice. La mia mente, vuole che io rimanga tutta la vita senza un amico; la mia mente, questa malata, vuole solo che io venga odiata e isolata perché assume che io non mi meriti di essere felice, perché sono cattiva, macchiata di colpe madornali e irreparabili (e che saranno mai?).

Ho provato la sensazione di desiderare uscire di casa, buttarmi fra le braccia del primo uomo che passasse e pregarlo di rimanere con me, di dirmi che non sarò sola, che avrò sempre un buon amico.

Nel frattempo, io resto in vita e contemplo i loro cadaveri. Chi mi lascia perché è il mio turno (anche se io non mi ci sento!), chi mi lascia perché sparisce dal mio cuore e a nulla servono i tentativi di impietosirmi.



sebbene preferisca la versione di Jeff Buckley.


mercoledì 5 luglio 2017

Dreams are dreams.

Salvami
dall'abitudine di rovinarmi.

La trascurabile storia di questa balena blu, appallottolata nel suo bozzo di ciccia e autocommiserazione, non ha ancora finito di raccontarsi.
La mia vanità da clown non ha ancora finito di esibirsi in queste elucubrazioni dal tono pomposo e irritante. Mentire è da stupidi, quando non lo si sa fare bene.

Quale colore daresti alle tue giornate?
Un tenue color marroncino. Come la merda, quella liquida.
Impegnarsi per dare raffinatezza al nulla, quando c'è fetore, sporco, degrado e miseria.
L'istinto di sopravvivenza non si attiva. Dev'esserci un guasto nel sistema.

Prendi la matita e traccia dei volti, seguendo le linee delle tue fantasie.
Strappa un foglio, ridisegna, strappa dieci fogli, strappane venti, quaranta, cento, centocinquanta.
Ogni foglio è un nuovo inizio, in ogni foglio parti daccapo, seguendo la linea retta e ininterrotta del tuo cervello in vacanza.
Scarabocchi volti, situazioni, scene, strappi e appallottoli; una montagna di carta, ma scalando quella montagna e aggiungendo sempre nuovi tentativi di dare corpo alle tue stupide fantasticherie trasponendole ad impatto visivo senti di migliorare giorno dopo giorno, ora dopo ora, e un giorno ti ritrovi con quella matita in mano che scivola da sola sul foglio, dando vita a disegni di bell'aspetto con estrema facilità.

Là i tuoi sogni li fanno a pezzi, e non hai più bisogno della grafite e della gomma.

Passi anni di ossessione e malinconia, partita e rimasta sospesa.
Quando, svogliatamente, in onore dei vecchi tempi, riprendi in mano gli attrezzi per il disegno, la tua mano trema, le tue "opere" sono brutte merdine insicure e sproporzionate, esattamente come te.

Se mi dici di restare coi piedi per terra, posso inizialmente ringraziarti, perché mi darai un incentivo a non mandare il cervello in vacanza, per poi disperarmi per la mia non-assennatezza.
Se mi dici che i sogni sono sogni e quando fiabeschi vanno, a un certo punto, accantonati, posso anche crederti.
Se mi dici che questa vita vissuta sull'erba a perder tempo appresso alle nuvole mi farà solo invecchiare immatura e incapace, senz'ombra di dubbio hai ragione.

Non sei nemmeno tacciabile di avermi distrutto i sogni - quelli costruttivi, quelli di possibile realizzazione -, perché io, di sogni, non ne ho mai avuti, e non ne ho mai avuti perché non ho mai avuto un talento vero.
I miei sogni seguivano le mie attitudini; se prima sapevo disegnare, il mio sogno era disegnare.
Se fossi stata brava a cucinare, sarebbe stato quello di diventare una cuoca.
Ho il dubbio che sia così quasi per tutti.




lunedì 3 luglio 2017

Terra di dormienti.

Bisogna fermarsi e guardarsi intorno. Annusare e osservare con attenzione. Dove c'è odio e dove c'è amore. Dove c'è sincerità e dove c'è falsità. Dove gli altri, e anche tu, siete veri, e dove siete opportunisti e manipolatori.
Il mio male è uno, scavando per raggiungere la base di controllo, e si chiama richiesta d'attenzione.
Le attenzioni dell'infanzia erano prive di sostanza, soffocanti, non preoccupate, amorose, tese al tentativo di mettere in atto ciò che più c'era di più importante per aiutarmi a cavarmene fuori; qualcosa che non sono né i soldi, né la fatica fisica, ma l'ammissione di colpa - con i sacrifici morali che ne sarebbero conseguiti.
C'è gente che preferisce, e che riesce, a tirare avanti fino alla morte senza fare i conti con sé stessa.
Guardandomi con aria malinconica, dice che non sente di arrivare ai settant'anni. Nemmeno io, in tutta onestà, credo le restino più di dieci anni da vivere. Dieci anni sono troppo pochi per risollevarsi. Non ho solide radici. Non ho ali per volare.
L'amore e poi l'amore e se non bastasse, ancora una volta l'amore. Il mondo degli adulti patentati (quelli che hanno già ammazzato il genitore interiore) non si preoccupa di altro. La musica - quella usaegetta - ne erige un tempio. L'impressione è che se non ci fosse l'amore passionale, non ci sarebbe di che parlare. Gireremmo i pollici e guarderemmo da dove viene il vento.
Appare evidente che il mondo sia pieno di arrapati con l'ormone in subbuglio, tesi all'unico scopo di accoppiarsi, figliare, separarsi, accoppiarsi con qualcun altro, a rotazione continua. La gente come me, con diversi problemi che esulano (per il momento) dall'amore, dal sesso e dai soldi, vive nei ghetti dell'oblio, del buio di quanto a nessuno importerà mai.
E non avendo chissà quali doti creative e intellettive - che si sa, l'arte è la valvola di sfogo per eccellenza per le solitudini taciute dalla massa: mi domando come posso sopravvivere alla resa dei conti quotidiana con questa condizione di mutismo, chiusura, paura, e costante, su e giù, non-piacersi, fino, in certi frangenti, al disprezzo e al rimorso bruciante.
Ho bisogno di un piccolo angolo dove posso parlare senza aver timore del giudizio, essere ascoltata senza bisogno di spiegarmi, sentita senza il bisogno di urlare, vista senza la vergogna della nudità.

Gli impatti con quello che mi si proponeva (questa vita generosa che ho scelto) si sono conclusi, riassumendo, in questo concetto: ti darò tutto di me immediatamente, cosicché tu possa abusarne. Dopodiché dovrai andartene, prendendoti cura di farmi soffrire. Sappi, comunque, che non avrai mai le chiavi per accedere alle profondità recondite del mio cuore. Perché quello che vedresti, farebbe sì che io venga lasciata sola e, in aggiunta, a bocca asciutta.


sabato 1 luglio 2017

Alte speranze.

Oppressi per sempre da desiderio e ambizione
C'è una fame ancora non soddisfatta
I nostri occhi vuoti ancora vagano all'orizzonte
Sebbene per questa strada siamo scesi tante volte.

Scesi fino alla limitazione, castrati, in un certo senso stretti in una camicia di forza. Il vento che sbatteva sulle facce della folla in furia poneva Stop in ogni dove. E io vagabondavo, nella ricerca di quel che si sarebbe espresso solo in una gentilezza temporanea e opportunista.
Ho scritto un paio di post, uno di empatico addio, un altro di rabbioso disprezzo, nessuno dei due rispecchia quello che sento veramente. Entrambi cancellati. Perché niente si cancella, ma nel dubbio si cancella tutto. Illudendoci che un ingenuo errante possa valutarci dal principio. Quel principio che non esisterà mai, perché tutto è il risultato di un concatenarsi di cose. E il pregiudizio diventerà giudizio, e il giudizio diventerà pregiudizio. A nulla serve delimitare i confini di ciò che è lecito accettare con un filo spinato. Ogni persona vive in un piccolo mondo che la ingloba e ingloba i mondi degli altri, e io mi faccio inglobare, continuamente, penetrare, dai loro affanni. Benché sia ormai troppo matura per lasciarmi turbare da un'umanità stupida che si esprime attraverso una connessione wi-fi su gente che in vita sua non vedrà mai di persona, negli occhi.

Così, lasciata in balia di una stazione vuota, attendo il mio treno verso un futuro degno di essere vissuto senza essere raccontato, sapendo che la campana della divisione, quella di alti musicisti, è finalmente scoccata, e forse perché voglio avere l'ultima parola in merito, perché non sono stata quella ad avere la prima, mi ritrovo a buttare giù la mia merda qui.

Solo per dire che ho compreso, questi cinque anni sono stati un turbolento terremoto di crisi e barlumi di intelligenza e cadute di stile, che va bene così, anche se non avessi imparato niente, e che quel che avverrà durante il resto della mia vita sarà merito o responsabilità mia.

Lavata nella lava di questa ridicola questione, troppo mediocre persino per essere esposta, eppure, a suo modo, potente come una bomba, sento di essere più forte. Anche se abbasso ancora lo sguardo, perché se in questa vita informatizzata mi sono fatta le ossa di ferro, nella vita reale devo ancora imparare a ciucciare.

Questo è quello che sempre hanno fatto: utilizzare un mezzo informatico per avanzare supposizioni (svalutanti) in merito al mio modo di vivere la vita reale, quando, chissà com'è che vivono la loro, di vita reale. Chissà se sanno affrontarla meglio di me. Ma di questo non mi preoccupo, perché di loro e del rancore non mi occupo.

Sono felice che sia finita così?
Certo al momento sono più serena che in passato. In passato, il pensiero di essere abbandonata al mio deserto sahariano di solitudine vuota come un buco nero e silenziosa come lo spazio aperto mi scaraventava nella disperazione più umana che ci fosse. Adesso mi sento solo di pronunciare un "farewell" con una sventolata di mano.
Purché questa sia una parola che spetti a me, e non a loro.




Invisible pain.

Hai permesso che ti consumassero
Dopo tutti questi anni cos'hai guadagnato?
Prima che te ne accorgessi eri tutto solo
Ti lasciasti sfuggire un sospiro addolorato,
Una volta bruciavi di passione,
Devi versare il tuo cuore nella tua anima,
Confrontandolo con le sfide di oggi,
non vale la pena liberarsene.
Continua a camminare.

Una traccia di sale su due guance sporche non salva, non è una prova di umanità. E' questo che mi distrugge, che mi rosicchia da dentro ogni giorno: il pensiero di non essere più molto umana. Alzo la voce perché non mi sento. Perdo attenzione per quello che faccio e dico e smetto di giudicarmi, perdendo anche interesse per i giudizi altrui.

Piangevo. Pensavo al mio buco di paese, alle mille terre che amavo da bambina, a quanto abbia costruito solide radici sul nulla, in tutto.  Non è sufficiente nemmeno che io mi dia della stupida. E' un tabù eterno, profondo come la voragine di un pozzo che tocca il centro della Terra. Là arriva la mia vergogna; e là brucia e s'incenerisce, assieme al fuoco.
Di quel nome ho paura, perché di quella persona, io, ho paura.

ormai sai che stai scomparendo metaforicamente anche agli occhi di te stessa, rinunciando per sempre al tentativo di farti considerare a tutti costi dai tuoi cari,
della tua morte dovrai renderne conto solo a te stessa.

Se esiste amore, io non saprò mai cosa significhi. Voglio tenermene alla larga. Non voglio più nemmeno immaginarmelo o vederlo riflesso nelle storie o negli occhi degli altri.