sabato 15 luglio 2017

Time waits for no one.

Ieri sera, verso le 20, mi trovavo ad un incrocio nella mia città aspettando una persona. Stavo smanettando col cellulare quando ad un certo punto ho sentito un botto e ho alzato lo sguardo: due macchine si erano schiantate l'una sull'altra. Il conducente della prima, che veniva dalla strada nella quale mi trovavo io, correva ad una velocità di almeno 80 km/h e non aveva rispettato il segnale di STOP al bordo dell'incrocio. Il secondo conducente veniva dalla strada che s'intersecava con essa.
Ho visto nei dettagli la dinamica dell'incidente: la prima auto ha preso in pieno la ruota di davanti della seconda, e l'urto è stato talmente forte che l'ha praticamente girata deviandola e inchiodandola al muro di una palazzina dirimpetto. Entrambe le auto erano distrutte, accartocciate come un foglio di carta, gli airbag aperti.
Il "colpevole" era un ragazzo fra i diciannove e i ventidue anni, che è sceso dall'auto in compagnia della sua ragazzetta, visibilmente sconvolta. Entrambi, comunque, a parte qualche graffio, stavano benone.
Il ragazzo vittima dell'incidente, invece, era immobile, con espressione sofferente, tremava come una foglia ed era incapace di muoversi, bianco in volto come un lenzuolo.
La gente è accorsa e alcuni hanno cercato di rassicurare la vittima, mentre altri si occupavano della fidanzatina del pirata della strada (che continuava a discolparsi dicendo che andava a 30 all'ora) che forse facendo un po' di scena a partire da un reale sentimento di orrore, tremava, si faceva bagnare la fronte con dell'acqua e si agitava fra le carezze del fidanzato fino ad arrivare a vomitare sul marciapiede. Insomma, la regina della scena era lei: c'era più gente attorno alla ragazza (che ripeto, non si era fatta che un graffietto sul ginocchio) che attorno al ragazzo intrappolato nella sua auto con lo sportello fracassato e impossibile da aprire, in stato di shock (continuava a biascicare "la macchina").
Un uomo nelle vicinanze diceva che sicuramente avrebbero dato al ragazzino il 100% della colpa.
Trenta minuti buoni di attesa e sarebbe arrivata l'ambulanza - nel frattempo il ragazzo avrebbe anche potuto morire. Lo seguivo con lo sguardo mentre se lo portavano via, circondato dai parenti.
E con lui se ne andava anche il mio pensiero troppo timido per essere vissuto.
Volevo fare qualcosa di più che stare a guardare, cementificata dalla paura.

Ieri sera pensavo al fatto che la cosa che più di ogni altra mi spaventa non è la morte: è il tempo. Non il tempo inteso come perdita di avvenenza, di bellezza, ma il tempo in quanto vento che scorre e rende polvere ogni cosa. Pensavo di nuovo a quelle soluzioni che non dovrebbero più passarmi per la testa. Se non riuscirò mai più a vivere, mia madre morirà col dolore. E se anche riuscissi a rialzarmi, come potrei sopportare il dolore di stringere la sua mano sul letto di morte dicendole che ce l'abbiamo fatta? Vivo nel passato, non voglio lasciarlo andare. Ma quando penso a quei luoghi, a quelle persone, li vedo attraverso il filtro color seppia di quell'infinità di anni che sono passati, lasciandomi solo con l'amaro in bocca e un milione di rimpianti.



1 commento:

  1. Sono ferite che non se ne possono andare,troppo gravi... I ricordi non si cancellano e i sensi di colpa perciò restano, purtroppo la sola cosa che dobbiamo fare noi è conviverci fino alla fine, cercando di non lasciarci stritolare.

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