martedì 29 agosto 2017

Vietato morire

I swear to you, I'll never love again
I swear to you, I'll never eat again
I'll never trust again.

Vedo i pericoli lampeggiare ovunque, e rimango ferma a fissarli, chiedendomi come posso fare per fermare questa dolorosa sensazione di incoscienza, leggera e luminosa come la calda pioggia d'agosto. Soffocando nell'interno delle viscere il sentimento di abbandono. Lacrime si staccano dalle ciglia e spariscono in mezzo all'acqua del water.
La quiete del dopo-tempesta.
Il panico. Il vomito. 
Come in Paranoid Android dei Radiohead.
Le dita talmente in profondità nella gola che potrei raggiungere lo stomaco e cavarmelo dalla bocca. Strapparmi quell'ammontare di schifo dalla cavità orale direttamente dalla fonte.
Il cibo è una brutta e vecchia strega agghindata da affascinante fanciulla. Una graziosa e invitante fetta di torta glassata nello stomaco è un vomitevole grumo di impasto putrido.
L'ansia.
Da qualche parte, troverò un posto in cui appallottolarmi in pace, un posto in cui non arrivino rumori, né grida, né accuse, né giudizi, né risate, né insulti. Né carezze. Né complimenti. Né incoraggiamenti. Che ne ho abbastanza anche di quelli.
Da qualche parte, in terra, c'è silenzio. E non c'è senso di colpa. Non ci sono specchi. Non ci sono lacrime. E non ho paura di rimanere sola. Se possibile, vorrei portare con me solo una foto. La sua. Stringerla forte fra le manine cicciotte. E guai a chi me la tocca.
Sono passati quasi cinque anni.
E lui mi ha solo presa in giro.
E io lo amo ancora come il primo giorno.

*post scritto ascoltando e riascoltando "Sei" dei Negramaro.*

martedì 22 agosto 2017

Scardovelli


Am I bad or am I good?


Dimentica del mondo,
dal mondo dimenticata.

La finzione, caro lettore, è esente dalle classificazioni della discrezionalità.
La finzione è, per definizione, la negazione di ogni realtà. Di qualunque realtà. Quella tua che oggi ti è andato di traverso l'omogeneizzato e sei venuto qui solo per trovare il pelo nell'uovo e insultare e quella di quell'altro che invece mi ritiene ad una visione d'insieme una persona abbietta e antipatica, e quella di quell'eventuale (ipotetico) che crede che io non sia poi così male.
Io non sono né un mostro, né una persona antipatica, né una brava persona.
Io sono la maschera che indosso in tutte le circostanze. Una, nessuna e centomila. E tu non puoi giudicarmi. Mi spiace, non puoi. Puoi leggere queste parole e pensare che io sia una stronza o che il mio sia un discorso interessante. O banale e riciclato milioni di volte.
Quello che voglio dire è che non puoi pretendere di avere una visione obbiettiva sia pure personalmente delle cose già quando ti trovi davanti a qualcuno che è a suo agio con sé stesso, dunque figuriamoci davanti a un camaleonte umano come me.
Si punta ad essere accettati, quando non accettati amati, quando non amati detestati. Ma posso avere questi tre obbiettivi a seconda del tempo che fa di fuori, del tempo che fa di dentro, del modo in cui ti relazioni oggettivamente a me, del modo in cui penso ti relazioneresti a me, del modo in cui mi hai trattata due mesi fa o solo l'altro giorno e soprattutto, di ciò che mi ordina il mio cervello, a disagio con sé stesso e simile a una linea radio disturbata a tratti e in momenti inaspettati.
Se vuoi sapere cosa ne penso io di me stessa, lettore, ecco cosa ne penso interiormente, ad una visione d'insieme: sono una persona marcia dentro. Cattiva. Opportunista. Poco sensibile - se non per ciò che mi riguarda. Ecco, io sono suscettibile. Qualche volta il mio cuore si commuove per gli altri, ma basta una minima offesa e ribalto il tavolo da pranzo con tutte le pietanze sopra. Il mio cuore si ferisce facilmente, e non perdona altrettanto facilmente. Se mi deludi, comincio ad odiarti, e non c'è freno al mio odio. Cresce, cresce di intensità ad ogni mossa falsa. Sarai squalificato per sempreA meno che tu non sia il bersaglio del mio tornaconto masochista e autodistruttivo. In quel caso, se compiacere te significherà far del male a me stessa, sarai il mio dio finché ti dimostrerai utile al ruolo.
E questo lo sai perché, lettore?
Perché io ti odio, sì, ma soprattutto odio me stessa più di chiunque altro al mondo.
Sai cosa me ne faccio della tua vicinanza, della tua ipocrisia, del tuo amore, del tuo odio camuffato (che si fiuta lontano quaranta miglia)? Niente, mi scivola addosso. Posso arrivare persino a compatirti perché mostri il fianco a questa vipera incarnata in essere umano che sono io.
Sono incapace di provare gratitudine nei tuoi riguardi. Sono incapace di ascoltare le tue parole di affetto - blablabla, di che stai parlando? Per quanto mi riguarda, puoi anche andartene. Anzi, fallo. La porta è là, la vedi.
Se invece vieni per insultare, troverai pane per i tuoi denti. E se mi trattengo nei modi, è solo per mantenere una facciata di diplomazia che adesso non ho più intenzione di preservare perché non me ne importa più niente di essere sola, sbagliata, inamabile, meritevole solo di disprezzo e solitudine, destinata al disprezzo, allo scherno, alla solitudine e alla miseria.
Ti starai chiedendo, allora, perché tengo un blog pubblico.
Non credo di doverti delle spiegazioni - non te le devo proprio. Ma voglio spiegarti, giusto per non lasciare le cose impantanate: lo tengo perché il mio essere qui è di disturbo. Il mio esistere è fonte di fastidio, imbarazzo, rabbia, disgusto. Io sono qui per farti provare tutto questo. Di preservarmi non mi importa, e adesso che lo sai schiaccia anche l'ultimo brandello di carne di me. Finché non avrò più voglia nemmeno di caricare il tuo fucile.
Davvero pensi che "misantropia" sia una parola complicata messa in bocca a questa bambina scema?
No, proprio no.
Non ho nulla di cui vantarmi. Non sono una ragazzina fancy di sedici anni che ha bisogno di darsi da sola dell'asociale per sentirsi alternativa e aggressive.
Io so solo che sento un bambino ridere, e vorrei strozzarlo con queste dita fino a sentirlo piangere mentre la vita spira lentamente via dalla sua boccuccia. Una donna mi urta, e me la immagino in un impeto di odio a terra con uno dei suoi tacchi a spillo nel culo. Un uomo mi guarda, e solo dio sa quanti insulti partorisce la mia mente messa sulla difensiva mentre lo fa.
Dal mondo mi licenzio, perché del mondo ho visto il potenziale: non mi va a genio.
Le donne parlano di cerette e gli uomini di calcio, i bambini dei cartoni animati e i vecchi del tempo.
Non faccio parte di alcuna sottocategoria di questa orrenda razza.

lunedì 21 agosto 2017

Boredom

Da un paio di giorni mi trovo incollata come un ratto in una situazione di noia, nera come il fumo delle braci ardenti, dovendo al contempo pensare a problemi di salute come circolazione cattiva con gonfiore alle gambe e al volto annesso e fastidio tremendo per i dolori del ciclo. In teoria dovrei smettere di fumare, ma non è per nulla semplice, considerato anche che pur di non sentire l'angoscia di questo tempo presente che mi schiaccia come una sottiletta mi infiammo per nulla e finisco per litigare furiosamente con i miei familiari e cerco ogni scusa per attaccar briga.
Ripeto: solo per non sentirmi morta. E ad ogni discussione torno a fumare istericamente.
Dovrei scomparire nel mondo virtuale e non. L'ho provato e non è stato bello farsi ridurre uno straccio dalla malinconia e non desiderare altro che dormire, con l'unica gioia del condizionatore acceso. Sembra l'esperimento della rana di Frankenstein, con questo mio cuore pieno di rabbia incontenibile che si sfoga solo nelle urla senza una ragione plausibile, per conferirsi un sussulto di vita. E più mi muovono ingiustizie più alzo la voce perché devo farmi sentire a tutti i costi. Ottengo l'effetto opposto. Ciò che viene captato e preso in considerazione in un discorso non è mai il contenuto, ma il tono di voce.
Due notti fa ho fatto un sogno bizzarro (come tutti i sogni che mi capitano) sul trasloco in una casa supermoderna e tecnologica con un cane che parlava perché posseduto a distanza dalla sua "mistress" deceduta e una città dove la gente andava in giro con il volto coperto da maschere di musi di leone. Anch'io lo facevo. Sarebbe - facile da capire - la metafora onirica del timore che mi attanaglia ogni volta che esco di casa. Nonostante mi illuda di avere il coraggio di un leone e di non aver paura di nessuno. Di fatto, con la maschera, nel sogno, ero un leone. Ma col volto coperto.
Da Alcott, la 48 è la taglia più grossa che c'è e mi veniva strettissima, non riuscivo neanche ad abbottonare quei dannati jeans. Ho comprato un vestito largo e sono uscita. Triste, delusa, ferita, umiliata, arrabbiata. Caffettino al bar, sigarettina pompa caviglie e piedi e pensaddio. Se mi verrà un ictus andrò per l'eutanasia in Svizzera e sarà l'epilogo insensato di una storia altrettanto insensata. La mia.


venerdì 18 agosto 2017

Liquido.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma e poi torna quello che era prima. Da sempre. Per sempre. Finché queste rughe di ciccia non diventeranno rughe di vecchiaia. E questi occhi neri non reggeranno il peso di borse di stanchezza sotto le palpebre. Gonfie di pianti trattenuti, ristagnanti. Piene di lacrime nascoste, vergognose. In aereo ho pianto - come al solito. Respiro fumo. Ho fatto in modo che non mi vedesse nessuno. Qualcuno se ne sarà accorto ma non se n'è curato. Vorrei respirare l'aria fresca. Il mio corpo è dolorante e stagnante di liquido di pus. Gonfio. Sgraziato. Ammalato. Tornare alla routine non mi farà bene. Posso fermare questa giostra quando voglio. Se voglio. Se. Sono una persona infelice in tutti i sensi. Mi manca essere felice, e non sono mai stata felice. Anelo a una serenità che è come dio: so che esiste, ma non l'ho mai vista. Sarò così sola in futuro - mamma mia. Non voglio nemmeno pensarci. Partecipo al funerale di mia madre e poi al mio. L'atmosfera è serena e l'aria è fresca, il cielo azzurro. Le erbe secche ai lati delle tombe di marmo. C'è profumo di fiori morti nell'aria. C'è una pace che sa di eternità. Piango prematuramente quelle lacrime, che si riversano su quel nome come un fiume senza fine. Quel nome.
Mamma, tu non sai quanto ti ho amato.



mercoledì 9 agosto 2017

C'è gente che si è uccisa per molto meno.

E' tornata, la voglia di prendere una corda, legare un cappio e mettermelo al collo. Lasciarmi penzolare nel vuoto. La mia vita ha perso di senso da quando la vecchia amica Follia ha cominciato a camminare di pari passo con me, simile a un'ombra a mezzogiorno.
Ieri sera ho bevuto mezzo litro di vino e ho dato di matto. Poi sono uscita di casa e sono andata da mio padre con l'intenzione di accanirmi sulla sua auto. Ma il signorino era altrove a divertirsi. Non so se il fatto che non riesca a darmi pace dipenda dalla mia immaturità o dal fatto che tutti i miei problemi comportamentali (secondo anche lo Psi) dipendono dalla sua assenza/presenza nociva nella mia vita.
Stamattina mi sono rimessa a letto fino all'una e prima di addormentarmi pensavo a quanto mi sia ormai incamminata su dei binari che mi porteranno a una morte prematura. Peccato, potevo essere davvero una ragazza felice. Potevo essere spigliata, socievole, vanitosa e perfettina. Potevo eccellere nello studio. Potevo diventare molto di più. Se mio padre non mi avesse rovinata.
A 14 anni sono cominciate le cure psicologiche per il mutismo estremo e da allora non si sono più fermate.
A 17 anni sono cominciati i ricoveri.
A 18-19 anni ho cominciato a bere.
E non vedo vie d'uscita in tutta questa situazione stopposa. Credo che dovrei passare un bel periodo lontana dalla realtà virtuale, al tempo mi aveva fatto bene. Perché è così che deve andare: perché il web è la rete nella quale sono rimasta incastrata, intrappolata nella tela del ragno da quando sono diventata un'hikikomori in adolescenza.
Passo giornate solitarie chiusa in un appartamento con la sola compagnia di un computer. Vivo da parassita sulle spalle della mia famiglia. E non riesco a togliermi dalla mente l'idea che il mondo starebbe meglio senza di me.

Levati di mezzo. Servirai molto più da morta che da viva.

P.S. Dopodomani parto per Roma da sola. Vado a trovare un'amica e rimarrò lì da lei per una settimana. La settimana successiva, invece, verrà lei a stare da me. Per un paio di settimane sarò meno presente. Spero solo che non si annoi in mia compagnia.

martedì 8 agosto 2017

Theater of Kiss.



Amo costruire il mio presente nell'eco di un passato già irrecuperabile, e spesso vago come un'ombra, senza necessità e senza scopo, cupo e triste.
- Fëdor Dostoevskij

Ho creduto nel tuo buon cuore tutta la vita, ma non mi sono mai davvero fidata di te. Siamo rimasti incastrati nelle parole che abbiamo detto l'uno all'oscuro dell'altra, non ci siamo mai conosciuti, ma le nostre non-conversazioni e le nostre azioni erano più forti di quelle quattro fesserie che ci dicevamo ogni tanto. Ho odiato quella me stessa malata, ossessiva, confusa e incosciente che ti strisciava ai piedi.
Ricordo come il primo giorno di scuola mi dissero di sedermi proprio accanto a te. Mi offristi dei cioccolatini che rifiutai. Allora non contavi nulla per me. Sarebbe stato meglio se non avessi provato mai un approccio. Non mi sarei innamorata di te, e sarebbe stato meglio, dato che in quel tempo non riuscivo a sostenere il peso di un cuore gravitato dal desiderio.
La gente è cattiva, e io sono così stupida. Ho imparato a camminare guardandomi le scarpe, presa, usata e poi gettata via e bidonata come un fazzoletto sporco, con una risata. Sfruttata e considerata solo come pezzo di carne da trapanare. Nessuno ritiene che io sia buona per qualcosa di più di una scopata. Forse, in fin dei conti, tu, qualunque fossero le tue ragioni, sei stato l'unico ad avere rispetto per il mio cuore.
Questa canzone me l'hai regalata, e col cuore caldo la sento ancora, ma non l'ascolto più. C'era un po' di stanchezza, e un po' di irrisorietà, e un po' di fastidio. E io mi prendo ancora cura di tutto questo. Guardandoti e chiedendoti in mente se ci siamo già detti tutto o se c'è ancora da aggiungere altro.
Quella candela che reggeva la fiamma del mio sentimento non ricambiato si è spenta sulla cera squagliata del divampare della mia follia. In alcuni sogni ti ho baciato, e tu mi hai asciugato le lacrime, adesso non ti sento più da nessuna parte. Ed è così che deve andare.

Leggera, leggera
si bagna la fiamma
rimane la cera
e non ci sei più.



lunedì 7 agosto 2017

The monster.

Vorrei essere solo una ventiquattrenne tormentata dall'anoressia che blatera in tono decadente di quant'è dannata la sua vita, che sa dare vita ai sentimenti con le parole, poeticando di dolore laddove non c'è una sofferenza reale. Invece, mi accorgo che per quanto mi riguarda tutto lo schifo, e il dolore, e la rabbia cieca e l'umiliazione che provo si esauriscono nelle quattro parole che le definiscono essenzialmente. Non ho voglia - ecco, forse non ho più voglia - di stare a cercare le parole migliori da dire. Potrei parlare del perché stasera vorrei spellarmi viva e buttarmi nell'olio bollente, ma non credo sia la scelta più proficua.
Un mostro mi rosicchia le viscere sporcandosi i denti aguzzi del mio sangue e consumandomi lentamente, inesorabilmente le carni.
Io, col mondo, dopo tutto quello che ho ricevuto, dovrei aver già chiuso.

fate venire giù tutto il buio del mondo e andate all'inferno.

sabato 5 agosto 2017

Rievocando pensieri che ad una più attenta analisi potrebbero rivelarsi dolorosi.


Can you find me space
inside your
bleeding heart?
Mi innamoro continuamente. Delle anime belle. Delle persone buone. Delle persone sole. Di quelli che hanno perso la speranza. Di quelli che credono non potranno avere mai nessuna chance. Di quelli che credono di avere qualcosa che non va. Mi innamoro di loro perché io sono una di loro. Il punto è che mi trovo sempre un gradino più in basso. Finisco per essere ferita, abbandonata e umiliata, prima di capire che nessuno ha bisogno della mia compagnia.
6 dicembre 2012 
Credo che sia una questione di scorrettezza personale, un po' di vigliaccheria, anche. Mi avvicino a gente che ritengo bisognosa del mio aiuto non solo perché soffro della classica sindrome da crocerossina come altre milioni di donne. Penso piuttosto - e penso anche che sia umano da parte mia - che donare altruismo e vicinanza a persone "svantaggiate" (necessariamente quanto o più di me) mi renda, col minimo sforzo, speciale ai loro occhi.
Inoltre mi consentirebbe di provare a sperimentarmi su un terreno sicuro che scongiuri la possibilità che io venga snobbata, rifiutata, respinta e abbandonata, come succede sempre. E non c'è da biasimarmi, per questo: sono solo una povera Crista che cerca di sopravvivere come meglio può. Se l'acqua tonica non è disponibile, ci si abitua - o piuttosto ci si forza ad abituarsi - all'acqua e limone.

1. Sulle esperienze folli in tutti i sensi

Nei miei viaggi ho trovato una persona per la quale penserei (ma non ci metterei la mano sul fuoco) di essere diventata un ricordo fisso, di quelli che rievochi con nostalgia - un po' come è successo fra C. e me. Adesso dirò qualcosa di cui proverò rimorso: ho visitato più di un'ospedale psichiatrico nella mia vita. I webeti mi daranno della fuori di testa solo per questo. In realtà, non è per via del mio decorso psichiatrico che non sono normale. Non lo sono per molti altri motivi, che esulano da quante volte sia stata ricoverata o da quante medicine abbia preso. Ma non dovete avere paura di me, perché sono la creatura più insignificante e innocua della Terra. E' come aver timore di una formichina. Fa schifo, ma non può farti alcun male. E' necessario rompere i luoghi comuni in merito alla malattia mentale. Non tutti i "pazzi" urlano come dannati e alzano le mani a cazzo. Soprattutto, poi, io non ho una vera e propria malattia come la schizofrenia o il DOC. Soffro di un disturbo dell'umore (ciclotimia) corredato da accenni di disturbo schizoemotivo (la parola può spaventare, in realtà è semplicemente un'inclinazione caratteriale alla chiusura, alla solitudine e alla sociofobia).
Tutto questo, mi pentirò di averlo detto.
Mi trovavo ad Enna, a qualche km di distanza dal grande e bel vulcano della mia isola, e per due settimane - durante le quali in realtà ne ho combinate di ogni - sono stata chiusa in una cella di reparto psichiatrico per assestare la terapia farmacologica. Là ho fatto la conoscenza di un ragazzo sulla trentina. Non era propriamente bello, anche se era molto alto (lo davo sull'1,85-1,90) e molto magro. Esattamente come C. Era patologicamente chiuso in sé stesso. Passava il tempo vagando per le varie stanze mormorando parole che non ho mai percepito e sembrava matto il triplo di quelli che stavano nel reparto. Mi ero fatta degli 'amici' lì e un fidanzato 'temporaneo', anch'esso poco attraente se non per gli occhi e capelli chiari. Nonostante questo, spiavo con curiosità quel concentrato umano di isolamento e alienazione, chiedendomi come fosse passare giornate intere senza nemmeno guardare in faccia nessuno.
Trovavo una bella cosa avvicinarmici e lo feci. Non certo perché speravo in una storia (non c'erano le condizioni, in ogni caso) ma perché sono attratta a 360 gradi dalla sofferenza, peggio di un'ape col miele. Vorrei capirla ed essere d'aiuto.
Chiaramente lui non si aprì mai completamente con me, ma in qualche modo sentii di essermi aperta un varco nel suo cuore. Non c'era una vera comunicazione perché lui era nelle condizioni in cui era, però sono riuscita a regalargli un libro: Ragazzo negro di Richard Wright. (In seguito, un altro che inizialmente ci provava con me, me ne avrebbe regalata una copia nuova, in differente sede. Inizialmente, perché una volta che lo sentii troppo vicino feci di tutto per allontanarlo, anche se anche a me piaceva).
Il ragazzo in questione (forse soffriva di schizofrenia, o forse era autistico) interpretò i miei tentativi di avvicinarlo per - mi faccio pena a dirlo, ma va detto - compassione come tentativi di approccio sentimentale. Spesso mi guardava con rabbia, oppure fingeva di non vedermi per tutto il giorno, rifiutando i miei tentativi di far conversazione. A un certo punto mi venne da pensare che mi odiasse e lo lasciai perdere. Una volta però, mi vide baciare il fidanzato-fantoccio e in volto rimase sconvolto.
Quando se ne andò mi salutò con tranquillità. I suoi genitori non mi degnarono di grande attenzione, chiaramente essendosi chiesti che accidenti volevo da loro figlio.

2. Conclusioni

Dopo questo aneddoto, faccio un confronto fra passato e presente: sono rimasta col sogno romantico di innamorarmi di una persona con delle ferite nel cuore. Mi rendo conto che questo allargherebbe il campo a tutti gli uomini del pianeta; in realtà intendo ferite importanti nel cuore.
Se io trovassi una persona sconfitta su tutta la linea, e da tutta la vita, come me, sarebbe un colpo di fulmine. Per le ragioni che ho illustrato all'inizio del post.
Dell'aspetto fisico mi importerebbe solo relativamente. Rimango (forse ingenuamente) convinta che a contare nello scoccare della scintilla sia il cuore.


venerdì 4 agosto 2017

Altri giorni da perdere.

Non è giusto - non è leale da parte della vita che io debba vivere perennemente in questo stato di t-errore, incastrata in questa vecchia e stretta e logora tuta da pagliaccio da circo. Vengo a patti con la vita: io ti do la mia felicità, tu mi darai l'impressione (anche solo momentanea) che io non sia una mediocre. E' probabilmente questo che tormenta me e molte altre persone. L'idea di dover per forza diventare qualcuno. Essere qualcosa. Brillare. Ma io mi comporto come la luna col sole. Non ho in mio possesso nulla che mi renda fiera di me stessa.
Sarebbe tutto molto più facile se potessi confondermi nell'anonimato e fare le cose che fanno tutti. Il punto è che nella vita devi realizzarti oppure devi realizzare qualcosa. E io mi trovo incapace di adempiere all'uno e all'altro progetto. Quanto visceralmente e profondamente devo odiare me stessa per essermi ridotta in questo stato? Non lo vedi, tu, la miseria in cui vivo, e soffoco, la merda nella quale sguazzo, di cui mi ingozzo, fino a rendermi fetida, putrida, insopportabile ai sensi? Ho guardato in alto dalla zona morta in cui mi trovo. Non c'è un soffitto. Come posso arrampicarmi in una stanza di specchi?
Nessuno riceve niente né per il bene né per il male. Ecco perché io assorbo tutto questo non avendone colpa.
Potrei - avendola - scandagliare la mia immaginazione e vivere come l'uomo delle Notti Bianche, a tu per tu col mio cervello, ogni minuto di ogni giorno. E quando mi racconto la minchiata che mi piacerebbe vivere tutta la vita sola, mento. Illudendomi di dir la verità. E' solo la via più breve. Qualunque essere umano sceglie sempre quella.
Nel frattempo penso che le zanzarine sono animaletti facili da schiacciare, però rompono le palle parecchio e alla lunga possono anche trasmetterti malattie infettive.
Le mie, di zanzarine, mi perseguitano dacché mi hanno estratta da un taglio nella pancia di mia madre e ho cominciato a piangere la prima volta, accecata dalla luce. Adesso sono un bozzolo di ematomi.
Due occhi intristiti e poi giù per un corpo informe. Posso mettere fine a questo supplizio in qualunque momento. Posso morire - metaforicamente e corporalmente - ma la morte non mi interessa. E nemmeno la vita.
Non so dire se sono triste o furiosa. Forse un mix di entrambe le cose.
E di sfondo c'è un muro bianco, il simbolo di una vita vissuta al bagliore lunare delle mie non-esperienze. Quelle che non contano.
Potrei - avendone le doti - scrivere del mio dolore senza risultare patetica o banale. Dando raffinatezza al vuoto. Potrei parlare per metafore, dare vita a post che non finirei mai di rileggere, vantandomi con una piccola porzione di mondo di un dono del Cielo che il Cielo non ha però voluto donarmi.
Così rimango qui a piangere per il fatto di non essere mai abbastanza, quando non per gli altri (ed è raro), per me stessa. Ascolto il mio silenzio interiore senza capirlo e senza saperne dare un'immagine. Potrei studiare, trovarmi un lavoro, trovarmi un compagno, andare a ballare, andare al mare. Divertirmi. Mettere su famiglia.
Ma non è questa la vita che ho scelto.


martedì 1 agosto 2017

Depressione serale.

Sono triste, arrabbiata e confusa. Certi momenti mi guardo dall'esterno, mi guardo vivere, vedo solo una ragazza che si azzuffa con sé stessa, preda di momenti di grande irascibilità che si alternano ad altri di tranquillità e serenità scema. Il tutto senza una ragione valida a sostegno. Non sono lucida. Non vivo con la ragionevolezza delle persone normali. Certi giorni mi è impossibile fare qualcosa di produttivo. Non che io faccia molto di produttivo - eppure, mi sono sentita tanto bene quando c'ho provato. Mi sono sentita di colpo viva per una ragione, che vuol dire tutto o nulla; se non altro, ho sentito di essere nella stessa barca delle altre persone, questo sì -, ma ci sono giornate in cui proprio mi costringo ad oltranza a scavare fino a sradicarmi le unghia per raggiungere il fondo (che non esiste) di questo pozzo di angoscia, trascuratezza, follia. Non ho la ricetta adatta per vivere in maniera sana. Non so come devo svegliarmi, cosa devo fare per cominciare, ciò da cui devo assolutamente tenermi lontana. I pensieri che devo formulare e quelli che non devono nemmeno accarezzarmi la mente. Non sto dicendo proprio tutta la verità. In realtà so che basta compiere un solo gesto per salvarmi in parte dalla depressione - e il resto verrà da sé, rotolando giù per una ripida discesa. Il problema è l'autodistruttività che mi attanaglia. La ribellione. La cocciutaggine. La rabbia masochistica. Quella che mi impedisce di agire per essere felice. Sono così per mia libera scelta. Per accontentare mia madre e salvare la facciata fingo di avere progetti in porto. Assecondando le mie più profonde inclinazioni (malate) odio me stessa e il resto, il mondo si tinge di nero e rosso e sprofondo nell'accidia più oscura. Ho una quantità incredibile di energie. Ma le rivolgo verso l'interno. Mi manca essere innamorata - ma il muscolo cardiaco ha dato tutto quello che c'era da dare tempo fa. Non amerò più nessuno e me ne convinco sempre di più man mano che passano gli anni. La cosa triste è che anche la prima volta sono stata solo beffata e sfruttata per vili intenti. Una soddisfazione? Una sola. Momenti come questi vorrei strapparmi la carne dalle ossa. Tornare ad autolesionarmi come facevo tempo fa. Provocarmi una ferita mortale. Con i polsi cicciotti aperti alla morte. Con un oceano di lacrime rosse a versarsi dai tagli. E ancora, con la gente sono la stessa povera scema che se pecca di freddezza se ne pente. E cerca di riparare con la gentilezza. Essendo poi ripagata con la freddezza.
Fermate la giostra. Rompete la gabbia. Lasciatemi.
Lasciatemi.andare.

p.s. Ho cancellato il post precedente in seguito a una rilettura più attenta che mi ha anche portato a notarne le falle. Senza contare che simili sfoghi non mi rendono giustizia.